Ruminando i propri ricordi

Il cibo dei morti, Dimitri Bortnikov
(Tunué, 2021 – Trad. D. Petruccioli)

bortnikovSi apre con uno squarcio nella notte – e nell’intimità – Il cibo dei morti di Dimitri Bortnikov, con una telefonata che irrompe sulla scena: «Quando mio padre ha telefonato, mi stavo masturbando. Non ho trovato la forza di alzarmi per abbassare il volume del porno». La voce del padre ricollega il narratore al proprio passato – svelando immediatamente il peso che l’attività del ricordo comporta –, ed è la scaturigine del delirio a freddo che andrà a comporre progressivamente il romanzo.

La storia di Dim – alter ego dello scrittore – inizia con un ricordo della vita in Russia: l’infanzia e il legame con la nonna, momenti sporadici della vita e della morte della madre, l’imminente morte del padre. La narrazione si sposta poi geograficamente a Parigi, dove il protagonista si trasferisce, e in cui vive attanagliato da una sensazione di colpa irredimibile, conseguente all’abbandono dei propri morti, della moglie e del figlio. Nonostante l’allontanamento dal proprio luogo natio, il narratore non riesce a fuggire dalla morsa della memoria, impegnata in una continua rielaborazione del passato. Ne Il cibo dei morti non viene svolto alcun processo di significazione e schematizzazione, ma si affronta un’avventura onirica che porta dalla Russia alla Francia, dal periodo di convivenza con alcune prostitute alla naja, per giungere infine al momento della scrittura del romanzo.

Come in un’opera di Stravinskij, i blocchi narrativi si susseguono impetuosi, i periodi si accostano e si accavallano l’uno sull’altro a formare climax che in modo improvviso si dissolvono, rimanendo sospesi o venendo interrotti bruscamente. Lo stile di Bortnikov instaura un rapporto fisico con il lettore che, arrancando di lamento in lamento, si scopre ansimante nelle rare pause che il ritmo narrativo concede. I morti che appaiono al narratore sono presenze concrete, reali e riescono a divenire simbolo universale della caducità della vita e delle ossessioni che la morte genera nei sopravvissuti: «Noi in famiglia si muore per strada. Crepiamo in movimento, crepiamo tutti fuori casa, come bestie che indovinano la propria fine, usciamo e ci accasciamo e non ci muoviamo più» (p. 43).

Grida e silenzi sono gli estremi tra cui si muovono le ossessioni del narratore, e la voce umana si fa portatrice di speranza, unico legame con il mondo e al contempo abisso di solitudini: «Continuo a canticchiare a bocca chiusa. Mi sento solo. Anche se un uomo che canta non è mai da solo – mi sento solo. Canto, non mi fermo! Voglio essere ancora più solo, ancora di più» (p. 72). La voce, le parole, sono tutto ciò che scandisce l’esistenza, anche dopo la morte: sono le voci di chi scompare che rimbombano nella testa dei sopravvissuti. Se quindi il canto si fa denominatore comune di qualunque vita, in un brusio corale dell’intera umanità, pochi privilegiati possono distinguersi da questo rumore bianco: «Mi chiedo chi può andare in assolo? Di noi, qui… Chi è capace in assolo. Chi? Che tristezza. Chi di noi canterà una vita vera – in assolo» (p. 135).

L’assolo si risolve nel tentativo di dare alla vita il valore che le è proprio, tentativo che si concretizza nel testo tramite un uso inedito della lingua, svincolando le parole da meri contenitori di significati già noti e che le renda di nuovo capaci di creare metafore. Quest’operazione risulta forse facilitata a Bortnikov, essendo Il cibo dei morti il primo romanzo da lui scritto in francese, lingua non materna e quindi più facilmente tradita, elusa nelle sue regole sintattiche. Il narratore ricerca un linguaggio veloce che riesca a rendere al lettore il caos delle proprie visioni, una prosa spontanea che segua i ritmi dell’immaginazione e della creazione letteraria – e che riesca simultaneamente a nascondere lo sforzo del processo stesso di scrittura. Sebbene Il cibo dei morti possa sembrare a tratti un libro terapeutico, uno sfogo dello scrittore che tramite la propria arte attraversa un processo di autoanalisi, in realtà gli eventi sono collocati sempre nel momento successivo al processo cognitivo, mostrando le tracce che di questo rimangono:

«Il mio Cibo dei morti… Ecco… Adesso. Salvarmi l’anima. Adesso. […] Non badare ai fantasmi. Venuti in massa! Vivi quello che scribacchi. Scrivi quattro ore – e arrivano i fantasmi. Se tieni botta – fino a sei ore – arriva la gatta. Lavori otto ore – ed ecco gli spettri. Se poi fatico nove ore – allora vedo i morti. I miei morti. Vado avanti… lavoro undici ore. Sto a quattro zampe. Svuotato… A quattro zampe. L’ora degli spiriti. E i miei demoni mi montano. Dimentico di essere nudo. Da tutto il giorno… Verso la fine… tremante di fame. In questo modo mi raccolgo. Mi zittisco. Quando ti zittisci comincia sul serio» (p. 178).

Il romanzo di Bortnikov è, in definitiva, un passaggio attraverso la morte che cerca di approdare alla vita: dall’accettazione di ciò che si è stati e non si può non essere, alla capacità di divenire ciò che si è. Un fiume di parole che si precipita in una cascata di silenzio.

Enrico Bormida

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