Alla ricerca dell'”io poetico” di Patrizia Cavalli

Ammoniscono I detti del Beato Egidio d’Assisi: «Se l’uomo vivesse mille anni e non avesse da metter mano ad alcuna opera fuori di sé, abbastanza avrebbe a lavorare nel profondo di se medesimo, nel proprio cuore, e nemmeno potrebbe venire interamente a capo di tale impresa: tanto grande sarebbe soltanto il lavoro interiore, nel proprio cuore»[1]. Ma il monito, lungi dall’essere rispettato, è invece costantemente e ineluttabilmente sfidato dalla mente dell’uomo; e se la mistica suggerisce itinerari di ricerca che conducono alla liberazione in Dio, possono esistere altresì percorsi che mirano a una risoluzione corporale e fisica del tragitto intrapreso all’interno del proprio io, come avviene nell’opera di Patrizia Cavalli.

Tanto per il mistico, che cerca di condurre un’esistenza scevra dalla mondanità, quanto per la poeta[2], completamente immersa nella concretezza del mondo contemporaneo, l’antagonista principale è la mente: quella parte di sé che conduce a peccati e tentazioni per il primo, un doppio negativo e (quasi) inconoscibile per la seconda. L’avversione è esplicitata tramite la poesia riportata sulla copertina dell’ultima sua silloge, Vita meravigliosa (2020):

Cosa non devo fare

per togliermi di torno

la mia nemica mente:

ostilità perenne

alla felice colpa di essere quel che sono,

il mio felice niente.[3]

Questo testo può essere considerato un’unità che sintetizza e racchiude il nucleo della poetica di Cavalli, il cui percorso inizia a metà degli anni ’70 con la pubblicazione, presso Einaudi, de Le mie poesie non cambieranno il mondo – raccolta di poesie contraddistinte da uno stile semplice, una sovraesposizione dell’io poetico e da un umorismo al contempo ricercato e impacciato. In Cosa non devo fare, dunque, si può notare quel soggetto frazionato che da sempre domina la scena delle poesie di Patrizia Cavalli. In questo componimento l’io poetico si divide tra un io corporeo, tangibile pur nel suo «niente», e un io mentale (e/o spirituale), che del primo è nemico e avversario, e che impedisce il raggiungimento di una pace concreta – data dalla semplice facoltà di esistere in quanto entità fisica.

Si conclude il ragionamento sopra riportato del Beato Egidio asserendo che «chi non fa agire in sé due personaggi, il giudice e il signore, non può venire a salvazione», e l’atto dello sdoppiamento è insito anche nelle pratiche di meditazione – nell’allenamento mentale buddhista del lojong, ad esempio, si definisce con il termine di «vigilanza» quella parte della mente che ne osserva il funzionamento. La poetica egoriferita di Cavalli inscena, sin dalle prime sillogi, una pluralità di personaggi-io che tra loro interagiscono, si scontrano, si sondano e che – come pronosticato dal mistico francescano – nonostante i rapporti intimi ricorrenti, non arrivano mai a ricongiungersi attuando quell’unità dell’io che è onnipresente scenografia sfocata delle poesie:

Poco di me ricordo

io che a me sempre ho pensato.

Mi scompaio come l’oggetto

troppo a lungo guardato.

Ritornerò a dire

la mia luminosa scomparsa.[4]

In Poco di me ricordo, testo di chiusura de Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), costituito da tre distici che corrispondono ai tre tempi del passato, presente e futuro, la poeta dichiara non solo l’impossibilità di giungere a una perfetta focalizzazione dell’io, ma dichiara il fallimento di ogni processo autoconoscitivo: tanto più si procede con la ricerca interiore, tanto più di quella ricerca va affievolendosi l’oggetto cercato, e si sbiadisce dunque a se stessi. A un’analoga conclusione giunge l’ultimo componimento di Vita meravigliosa:

Sarebbe sopportabile ogni male

se non ci fosse l’interpretazione,

sarebbe quel che è, non quel pugnale

che uccide e vuole pur avere ragione.[5]

Il processo conoscitivo e interpretativo, attribuibile all’esistenza dell’io mente, non solo trapela per la sua inutilità, ma anche in questo caso è considerato controproducente, perché anziché fornire una consolazione dal dolore funge da innesco per una sofferenza maggiore.

Se la mente – e l’anima – sono dunque riconoscibili come nemiche, o come sbagli («Io scientificamente mi domando / come è stato creato il mio cervello, / cosa ci faccio io con questo sbaglio»[6]), colpevoli di aumentare i tormenti dell’io, sono dunque un elemento di cui ci si può privare, in vista di un accesso esperienziale all’esistenza. L’inchiesta sulla presenza dell’anima, in Occupata da poveri pensieri, trova il suo termine proprio nella rinuncia ad essa:

Se poi scopro che ho un’anima

noiosa quanto me,

faccio a meno dell’anima

mi accontento di me.[7]

Fare a meno dell’anima non significa però abbandonare ogni tipo di processo conoscitivo o di accettazione della propria individualità. Si tratta invece di tentare un approccio concreto e fisico all’io, dove l’unico possibile strumento di conoscenza delle proprie percezioni – che siano riferite al sé o all’altro – è il corpo. La superficialità dello strumento corporeo come metro di approccio all’esperienza permette dunque di scansare – e sconfiggere – l’antagonista ctonio che giace nelle profondità dell’anima.

È tutto così semplice, sì, era così semplice,

è tale l’evidenza che quasi non ci credo.

A questo serve il corpo: mi tocchi o non mi tocchi,

mi abbracci o mi allontani. Il resto è per i pazzi.[8]

È dunque pazzia cercare un significato, andare al di là della semplicità del fatto: l’esperienza avviene o non avviene, e in questo aut aut si conclude ogni possibilità interpretativa. Di questa rinuncia a ogni realtà non fisica è emblematica la sezione In nessun modo mai spirituale, contenuta in Pigre divinità e pigra sorte (2006), disamina dell’io corpo nelle sue funzioni fisiologiche per condurre la poeta a «confessare / che io non sono in nessun modo mai spirituale»[9].

Si concretizza in questo modo un processo di misticismo inverso, tramite cui la poeta, anziché abbandonare il corpo per poter innalzare la propria anima e giungere a una dimensione ultraterrena, rinuncia all’anima per accogliere e comprendere – proprio tramite il corpo – la realtà terrena.

Enrico Bormida


[1] Beato Egidio di Assisi, I detti, a cura di N. Vian, Morcelliana, 1933.

[2] Come dichiara di voler essere appellata in un’intervista del 28 agosto 2020 sul Corriere.

[3] P. Cavalli, Vita meravigliosa, Einaudi, 2020, p. 21.

[4] Id., Poesie (1974-1992), Einaudi, 1992, p. 58.

[5] Id., Vita meravigliosa, cit., p. 114.

[6] Id., Poesie, cit., p. 229.

[7] Id., Vita meravigliosa, cit., p. 9.

[8] Id., Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi, 2006, p. 133.

[9] Ibid., p. 89.

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