“Lo spettro visibile”: la poesia pre-umana di A. F. Perozzi

Lo spettro visibile, Antonio Francesco Perozzi
(Arcipelago Itaca, 2022)

Lo spettro visibile (Arcipelago Itaca, 2022, prefazione di Pasquale Pietro del Giudice) è la seconda antologia poetica di Antonio Francesco Perozzi, successiva a Essere e significare (Oèdipus, 2019, prefazione di Francesco Muzzioli).
Il libro attraversa quattro sezioni tematiche, prese da spunto: l’animale, la vegetale, la minerale e la subatomica.
L’analisi di Perozzi nasce dal macroscopico per arrivare al microscopico; ma è un’analisi lirica, di percezione. Il poeta vive il cambiamento della materia non perché la osserva, ma perché ne è parte.


È curioso come il mondo umano, in questo libro, sia impermanente, quasi provvisorio; sfondo di un altro mondo, quello naturale, che non è in alcun modo assoggettabile dall’umanità. Ne Lo spettro visibile l’uomo riconosce l’impossibilità del dominio. Seguendo un metodo “scientifico-spirituale” segue le onde dell’avvenimento, forse casuale, della realizzazione della natura. Qui appare un’umanità disillusa, amante della ricerca, amante dell’inconsapevolezza.

Una delle grandi qualità di Perozzi è il plasmare nuove immagini naturali. L’autore, infatti, ha l’abilità, e si potrebbe dire la connessione, per mostrare la natura ricca di risorse ulteriori, invisibili ai più.
Nella scrittura di Perozzi si entra nel cuore dei paesaggi, delle rocce, degli animali.
Le si osserva con una voce che non risulta artificiosa. La voce è libera, predisposta all’ascolto. Lo “spettro visibile” viene reso tale.

Come scritto nell’interessantissima prefazione a cura di Pasquale Pietro del Giudice, Perozzi ha uno stile lucreziano, molto probabilmente figlio della letteratura di F. Ponge, tra gli altri, e non a caso Lo spettro visibile ricorda molto, anche nell’intento non solo stilistico, Il partito preso delle cose. Perozzi infatti narra luoghi ed esperienze della vita non distanti da ciò che è “comune”. L’ispirazione non è altrove, in qualche punto lontano del pianeta o della mente, ma è accanto, nelle cose, di fianco a sé.
La comunicazione attenta permette a Perozzi di generare visioni del reale.

Da qui si arriva alla questione dell’“io”. Scavando nella natura delle cose si tende a riscoprirsi. Le azioni dell’individuo, apparentemente prive di significato, cominciano ad avere una spiegazione se si osservano i “movimenti” degli oggetti. Quindi, nella poesia di Perozzi, l’“io” e l’altro (la cosa, la natura) sono un tutt’uno.
Dell’“io” non c’è grande bisogno per sopravvivere. Non sembra esistere un libero arbitrio, piuttosto si vivono le circostanze, la natura nella maniera più intima e totalizzante.
Quindi l’“io” non esiste nell’azione creatrice. Può solo permettersi la contemplazione, e questa lo evolve, lo innalza a “essere naturale”, vivo.

Citando del Giudice, la parola di Perozzi è pre-storica, pre-logica, pre-umana. Si lega insaziabile al corpo vitale, ci gioca, lo circumnaviga lasciando un tempo indefinito e permanente. Ugualmente, il tempo in questo libro è liquido, assente da conseguenze o cause. Il punto che identifica la silloge di Perozzi, lo si potrebbe porre ovunque in un’ipotetica linea temporale.
La poesia de Lo spettro visibile è a-temporale.

Forse proprio per questo motivo, in pochi casi nella lettura ci si può sentire distanti, lontani da un riconoscimento che tuttavia torna non in un fatto o evento definibile ma nella sua realtà umana, condivisibile e ugualmente inspiegabile.

Perozzi scrive con uno stile alla ricerca della parola adatta. È pulito poiché c’è uno studio del termine, un’osservazione della parola in quanto tale, libera dalla forma in cui viene necessariamente incastonata.
La ripetizione di alcune parole avviene come nenia. Nella cosa stessa, protagonista della narrazione, la parola spesso deve essere ripetuta perché deve essere chiara; perché accade più volte nell’esistenza della cosa stessa. Così ci si gira intorno, al soggetto, lo si analizza tornando più volte sullo stesso tema ma da angolazioni diverse; e senza accorgersene ci si cade dentro, lo si osserva dalla profondità.

Sirio

Così vicini a Saturno alcuni cespugli
infestano le notti. In silenzio. Luglio
da un pezzo ha scavato nella sera
qualcosa come un sacrificio o un
allentamento dei gas. E il colore
dell’esosfera è compatto superato
il raccordo che da Roma immette
nell’innocenza. Vecchie case. Distanti galassie
alcune luci arrivano uguale – pianeta
Terra chiama ovunque si registri
una rispondenza astro/argomento o una linea
che smaschera orsi a nord-nord-ovest.
Sirio la grande, sappiamo. Ora che è infranta
ogni barriera tra via Enrico Fermi e il cosmo
scendono al concerto delle piante cataste-
rismi e bulbi stellari: l’hanno presa
in zona l’antimateria per tenerli
tessuti insieme (cani, dragoni, balene,
profumo di oleandro voluto da Vega).

Vittorio Parpaglioni

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