Digiunare per sopravvivere: l’arte di Succi

Il digiunatore, Enzo Fileno Carabba
(Ponte alle grazie, 2022)

digiunTra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in concomitanza con il diffondersi dell’estetismo e del precetto dannunziano di «fare della propria vita come si fa un’opera d’arte» (Il piacere, cap. I), esiste un uomo che riesce a realizzare quest’agognata meta: Giovanni Succi, artista del digiuno, atleta, pensatore, profeta. Nato a Cesenatico nel 1850 da una famiglia benestante, in seguito alla morte dei genitori e al declino economico, Succi diventa viaggiatore ed esploratore dell’Africa, dove grazie alle cure di uno sciamano scopre sua vocazione alla rinuncia e riconosce in sé stesso lo “spirito del leone”.

Ne Il digiunatore, Enzo Fileno Carabba ricostruisce la biografia di Succi, tentando di tracciarne un profilo psicologico e comportamentale completo: il risultato è un personaggio sui generis in cui l’ingenuità si mescola alla megalomania, narrato con uno stile che ne restituisce la caratura mitologica. Il lettore è costretto a farsi funambolo, di fronte alle imprese di Succi, a stare sospeso tra la difficoltà di credere che le sue gesta si siano compiute e la necessità di farlo. Se può sembrare irreale che la figura di un digiunatore abbia influenzato il pensiero e l’immaginazione di scrittori come Kafka, Twain e Salgari, che sia stato filmato da Mélies, che abbia incontrato Buffalo Bill e che sia stato studiato dai più importanti fisiologi e medici dell’epoca, fino a diventare addirittura un anticipatore del leninismo, è altresì vero che sembra impossibile non dare fiducia all’entusiasmo di Succi e del suo narratore. Perché l’entusiasmo ritorna – nel libro di Carabba – al suo significato etimologico, esprimendo la condizione di chi è invaso da un furore divino, una forza capace di fugare ogni dubbio e anche di contagiare.

Storicamente, la professione di digiunatore si sviluppa negli anni della Belle Époque, periodo di progresso scientifico, tecnologico e culturale. Nasce l’idea di tempo libero e di intrattenimento, e si delinea nettamente una società basata sul consumo. L’arte del digiuno riesce ad assecondare entrambe le tendenze del proprio tempo: è innanzitutto una forma di spettacolo, che incuriosisce e diverte chi assiste alla performance, ed è utilizzata per incentivare il consumismo; non è raro – e accade anche a Giovanni Succi – che i digiunatori vengano esposti dentro i ristoranti: «trovò lavoro nel ristorante di un albergo. Chiuso in una gabbia, su una pedana rialzata, digiunava mentre tutti mangiavano. L’idea era che guardare il suo digiuno mettesse appetito». (p. 59)

Come D’Annunzio che per trasformare in opera d’arte la propria vita si costruisce un’autobiografia basata su espedienti pubblicitari, anche Giovanni Succi è costretto a inserirsi nelle logiche commerciali per poter aumentare la propria fama (e diventare così il più grande digiunatore di tutti i tempi): scopre il valore che si può creare dal dubbio («Si dice che la gente voglia certezze. Il padrone era più sofisticato. Spiegò a Giovanni il valore del dubbio. […] Grazie al fatto che alcuni lo credevano un imbroglione, il suo successo fu enorme», p. 63); e scopre anche l’importanza di avere un abile affarista come impresario («L’uomo più furbo del mondo spinse il digiunatore a commercializzare il proprio talento. Per far questo, Giovanni doveva dedicarsi lucidamente al business e allo spettacolo», p. 207).

Se dunque Giovanni Succi si trova inserito nelle logiche commerciali del tempo, la sua arte riesce contemporaneamente ad esserne un contrasto e una critica: all’aumento dei consumi di beni anche superflui il digiunatore risponde con una rinuncia all’essenziale. Tramite il rifiuto del cibo riesce a raggiungere uno stato di «profonda chiarezza mentale» (p. 204), al contrario dell’individuo consumatore, la cui mente è ottenebrata dalle logiche dell’economia di mercato.

L’arte della rinuncia, come trasmesso dalla tradizione mistica e ascetica, è l’unico strumento per arrivare alla verità, a comprendere il senso della vita. Giovanni Succi, educato da uno stregone africano, concorda: tutti gli uomini – nella sua visione – possono digiunare, rinunciando ai falsi bisogni ed eguagliando in questo modo le sue imprese prodigiose. Il superfluo è tale perché eccede i limiti della necessità; non a caso, le prime parole pronunciate dal digiunatore bambino sarebbero state Oppa Oba, in rifiuto dell’ennesimo boccone: «Troppa roba. Aveva avuto una visione del futuro dell’umanità?» (p. 9), si chiede il suo biografo. Il digiunatore è quindi la biografia di un personaggio straordinario che abbandona le proprie vesti umane per diventare un essere mitologico, un ingenuo megalomane che – ignaro o consapevole –, riesce a lasciare il proprio segno (in maniera al contempo marginale e fondamentale) nella storia.

Enrico Bormida

In copertina Georges Seurat, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

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