“Il conte Luna”: l’universo onirico di Lernet-Holenia

Il conte Luna, Alexander Lernet-Holenia
(Adelphi, 2022; trad. di G. Agabio)

Alexander Jessiersky, rispettabile imprenditore austriaco, giunge a Roma da Vienna una mattina di maggio del 1952. Dovrebbe imbarcarsi di lì a poco per l’Argentina, ma prima decide di raggiungere la chiesa di Sant’Urbano, sotto alla quale si aprono le catacombe di Pretestato: un intrico di gallerie e corridoi scavato per secoli sotto la Città Eterna, di cui nessuno conosce l’esatta geografia. Le ultime persone ad avervi avuto accesso, due sacerdoti francesi, non avevano fatto più ritorno: smarriti sicuramente, incapaci di ritrovare la via del ritorno, morti di stenti. Quando Jessiersky esprime al custode di Sant’Urbano la volontà di scendere nelle catacombe, questi lo invita a ripensarci. Jessiersky è inamovibile. Come i due francesi, anche lui non farà ritorno.

Il romanzo inizia lì dove andrà a finire, innervandosi sulla domanda: ma cosa ha spinto un facoltoso signore viennese a prendere una decisione così assurda e sconsiderata?

Nelle pagine successive scopriamo che tutto ha origine da un evento ordinario, trascurabile, che, come è tipico del mondo di Lernet-Holenia (1897-1976), s’allarga a macchia d’olio e produce una catena di conseguenze sempre più estese e inarrestabili. La vita di Jessiersky, comoda e tranquilla come quella di un benestante imprenditore, viene stravolta infatti dall’incontro con un tale conte Luna, proprietario di alcuni terreni che Jessiersky avrebbe convenienza ad acquistare per certi suoi affari. Malgrado i terreni non producano una rendita irrinunciabile e lo stesso Luna non sia in condizioni economiche particolarmente agiate, egli non vuol cedere a nessun costo la sua proprietà. Jessiersky si fa convincere dai suoi direttori di lasciare a loro l’incombenza: troveranno un modo per ottenere i terreni. Accusano infatti Luna di nutrire idee filomonarchiche e intenti cospirazionisti – è il 1940 e tanto basta perché Luna finisca arrestato e deportato nel campo di concentramento di Mauthausen.

Quando la guerra è finita e la vita di tutti torna a una parvenza di normalità, il pensiero di Luna riprende a tormentare Jessiersky, prima come un inguaribile senso di colpa quando viene a sapere che Luna è morto a Mauthausen, poi come l’ossessione che la propria vita e quella dei suoi figli sia minacciata quando si convince che Luna è ancora vivo e che ha finto la morte per poter vendicarsi su Jessiersky di tutto quello che ha subito. Un malessere di sua figlia, l’incontro con un gentile signore in un parco, la vista di un dipinto: eventi in apparenza banali in cui Jessiersky vede la mano di Luna e la prova inconfutabile di essere tallonato da un persecutore spietato, pronto a tutto per rovinarlo.

L’ambiguità della narrazione non scioglie mai i dubbi con certezza: Jessiersky ha ragione o ha torto? Il narratore stesso sembra non sapere cosa sia reale e cosa no, anche se un indizio ce lo fornisce la pagina introduttiva ai personaggi. Ma poco importa, se è vero quanto scriveva il sociologo americano William Thomas: «se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze». Saranno infatti sempre più “reali”, clamorosi e tragici gli effetti che la caccia di Luna, presunta o reale che sia, ha sulla vita non solo di Jessiersky, ma di tutte le persone intorno a lui. Luna influenza l’esistenza di Jessiersky proprio come il satellite terrestre ha influenza sul nostro pianeta. Si innesca così un thriller metafisico in cui persecutore e perseguitato si scambiano di ruolo costantemente, e la vittima diventa aguzzino. Un gioco psicologico che sembra mettere brillantemente in scena quei meccanismi mentali e non meno sociali che appunto la sociologia americana stava teorizzando in quegli stessi decenni: dall’appena citato teorema di Thomas alla profezia che si autoadempie di Merton: «una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità».[1]

Ciò a dimostrazione di una intelligenza e sagacia di fondo nelle opere di Lernet-Holenia e di un sempre raffinato gusto per l’intreccio, che in questo romanzo, forse, non è tra i più riusciti dell’autore: il prologo è forte, travolgente, e svolge una funzione nevralgica e centrale come sempre nelle sue opere; ma l’epilogo non sembra esserne all’altezza, come se fosse non del tutto legato al resto della narrazione. La scelta di scendere nelle catacombe, che comunque si comprende nella lettura, risulta non introdotta gradualmente né ben coesa col resto. Una sensazione analoga l’avevo avuta con altri romanzi, come L’uomo col cappello, quasi che lo scrittore austriaco avesse intuizioni geniali per plot originalissimi e affascinanti (basta leggere il risvolto degli altri titoli pubblicati da Adelphi per dire: “Voglio leggerlo!”), ma non sempre riuscisse a rimanere all’altezza delle aspettative create. Non è un caso che la sua opera più riuscita e che più mi è cara, Il Barone Bagge, sia una di quelle dal soggetto meno eccentrico.

Niente di imperdonabile comunque, al cospetto del fatto che Lernet-Holenia, discepolo di quel Leo Perutz maestro del romanzo storico-fantastico – diciamo pure un realismo magico mitteleuropeo, capace di incantare personalità come Adorno e Borges –, ha la rara e nobile qualità di far procedere a briglia sciolta la fantasia e l’immaginazione, per dare forma a storie che, seppure innervate da riflessioni sull’identità e da un’indagine sulla vita e sulla morte (come il finale del Conte Luna, appunto), hanno il loro obiettivo principale nell’intrattenere, nello stupire, nel divertire. Lernet-Holenia prende da Perutz e fa proprio l’elemento del surreale, dell’iperbole, del paradosso, adattandolo a plot a volte più stravaganti e audaci di quelli perutziani, eppure messi al servizio di un intreccio forse meno sapiente rispetto a quello del suo mentore. Ne risultano romanzi che mescolano insieme il picaresco e il cavalleresco, la commedia degli equivoci e il giallo, lo storico e il fantastico, in un esito che può non sempre risultare efficace sul piano narrativo, ma affascinante e sorprendente senz’altro, per le ambientazioni, l’inventiva e la commistione di generi. E di commistione di generi parla anche Sciascia, che di Lernet-Holenia era attento e critico lettore, definendolo «capace di calare dentro trame da romanzo d’appendice atmosfere visionarie e di sogno; o, al contrario, calando dentro atmosfere sognate e deliranti elementi da romanzo d’appendice».[2]

La particolarità delle sue opere, forse, è proprio qui: Il conte Luna, come il resto della produzione, è un romanzo che si legge come un feuilleton per l’attenzione rivolta all’intreccio e ai colpi di scena, per il gusto dell’avventura; ma al tempo stesso, c’è una ricerca, una creazione cosmologica nelle sue opere, che si innervano sull’elemento onirico come in Perutz o Schnitzler, tanto per restare in Austria, ma anche come in altri mitteleuropei, dai praghesi fino alla Polonia di Gombrowicz.

Giuseppe Rizzi


[1] R. Merton, in Social Theory and Social Structure, The Free Press, 1949; trad. it. Teoria e struttura sociale, Il Mulino, 1971.

[2] L. Sciascia, in Morovich scrittore dimenticato, «Tuttolibri», 17 ottobre 1987; poi raccolto come Enrico Morovich in Fine del carabiniere a cavallo, Adelphi, 2016.

Immagine in evidenza: Joseph Wright of Derby – A Lake by Moonlight, 1782 (CC0)

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