Gente alla buona, Mattia Grigolo
(Fandango, 2024)

Gente alla buona è il primo vero romanzo di Mattia Grigolo, uscito a breve distanza dalla raccolta di racconti Temevo dicessi l’amore (Terrarossa edizioni, 2023) e dal romanzo sperimentale La raggia (Pidgin, 2022). Gente alla buona, rapportato con le due prove di narrativa lunga che lo precedono, sembra segnare il punto d’arrivo di un percorso che porta dallo sperimentalismo al compromesso con la forma regolare del romanzo. Sebbene nel complesso si proceda verso una normalizzazione della forma e della struttura, Gente alla buona contiene alcuni elementi stilistici e tematici presenti nei due lavori precedenti. Anche in questo romanzo la struttura narrativa non è lineare, e fa da sfondo e interagisce con un nucleo tematico che ruota attorno all’indicibile, all’incomunicabile: in questo senso, la divisione su tre linee temporali diverse – che nel susseguirsi dei capitoli si intrecciano tra loro – lascia a ogni chiusura il lettore davanti a un’apertura, una finestra affacciata sul vuoto e sull’attesa che qualcosa venga svelato.
La storia è ambientata in un paese della bassa padana, un luogo chiuso della provincia italiana che potrebbe geograficamente essere ovunque, e che sembra isolato dal mondo che lo circonda; un paese popolato di gente alla buona, appunto, in cui le figure cardine sono la barista e il prete (che, quasi a dimostrazione della dimensione atemporale in cui è immersa la vita della provincia italiana, sono le stesse dei racconti fenogliani, vedasi ad esempio Superino). Nella coralità del paese, si distinguono quelli che sono i protagonisti: tre padri e i loro tre figli, prima quasi adolescenti e poi adulti. Il paese è definito dall’autore come una stanza: uno spazio ristretto in cui scorrono troppe vite, a stretto contatto tra loro, in cui tutti conoscono i segreti di tutti, ma al contempo in cui regna un senso di solitudine desolata dato da un’assenza di dialogo. Ed è proprio un segreto il nucleo centrale della narrazione, un segreto che tutti i personaggi sembrano conoscere, ma di cui nessuno parla: «Ci sono cose che si possono rivelare e altre che no. Ci sono cose che si possono ascoltare e altre che a sentirle abbattono barriere, scavano tunnel, lacerano l’anima» (p. 174). Quasi come se i personaggi volessero nascondere questo segreto al lettore, che è esterno alla stanza.
Questo segreto ha a che fare con la violenza – altro rimando tematico a La raggia –, un omicidio avvenuto nella linea temporale 1995 – 1996, di cui entrambe le generazioni di protagonisti sono testimoni, e che si portano dietro fino al 2019, momento in cui i figli si ritrovano per fare i conti con il passato. Il meccanismo di costruzione de La raggia e di Gente alla buona è molto simile – e un grande merito del romanzo è riuscire a mantenere la tensione pur diluendo il nucleo narrativo e intervallandolo con altre storie e questioni. In entrambe le opere infatti la narrazione si svolge a fatto già avvenuto, spargendo indizi per il lettore, ma costringendolo a giungere alla fine per scoprire le motivazioni sottostanti all’azione.
Attorno alla violenza e all’indicibile, un altro tema del romanzo è l’appartenenza. I segreti che gli abitanti del paese condividono li rendono una vera comunità («Quando tutti sono in colpa, nessuno ha la colpa», p. 111), e al contempo li legano indissolubilmente ad essa. Il paese, con le sue storie e le sue dinamiche, persiste anche in quelli che riescono a scappare. È il caso di Brando, uno dei tre figli, che prova a scappare dal paese trasferendosi fuori dall’Italia: «Brando ci ha detto più o meno la stessa cosa. Che siamo sempre rimasti tutti qui. Pure lui che se n’è andato» (p. 117), che sembra ricalcare il caproniano Biglietto lasciato prima di non andar via («Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai / partito. / Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua, dove non fui mai.»).
Partendo dal personaggio di Brando e dalle sue parole ci si può svincolare dalla trama per aprire una riflessione sulla provincia italiana, sulla traccia che lascia nella vita di chi prova a fuggirne, e sulle dinamiche che accomunano i piccoli paesi, dal Nord (Gente alla buona) al Sud (La raggia).
Se la realtà si costruisce anche tramite la narrazione di essa, proprio la carenza comunicativa che caratterizza i luoghi e i personaggi di Grigolo – che sceglie ne La raggia un protagonista semi analfabeta, e qui dei protagonisti che non riescono a parlare esplicitamente di un trauma condiviso – non consente una resa dei conti con le dinamiche di violenza e di solitudine della piccola comunità provinciale, e la rende quindi pervasiva. In Gente alla buona Grigolo non tenta di rimediare a quest’assenza di comunicazione, non narra per costruire significati o colmare silenzi, ma piuttosto per farli risuonare a vuoto.
Enrico Bormida
Immagine in copertina: Giovanni Segantini, Paesaggio brianteo, 1884-1885, Public domain, via Wikimedia Commons
