Tutti gli sforzi per non annegare nell’esordio di Filippo Ronca

Sembra che presto annegherò, Filippo Ronca
(Mondadori 2024)

Per semplificare si dice che tutti i romanzi, alla fin fine, parlano d’amore o di morte. Come tutte le semplificazioni anche questa si perde molte sfumature, ma al contempo non ci dice un’inesattezza totale. Sembra che presto annegherò – il titolo è il primo verso di una poesia di Viktor Šklovskij -, romanzo d’esordio di Filippo Ronca (Mondadori) inizia proprio con un’immagine di morte che, nel giro di qualche riga, si dissolve nell’acqua che attraversa tutto il romanzo. 

Manfredi è il narratore in prima persona di un romanzo-diario nel quale egli sembra sempre sul punto di annegare, costantemente in difficoltà con l’ossigeno. Già dalle primissime pagine il rapporto con «l’Antonia» prende una piega negativa che spinge Manfredi sempre più sott’acqua, impreparato a ricevere una svolta così importante nella propria vita. Manfredi è un poco più che trentenne, abita a Brescia e si affaccia di colpo in una vita adulta a cui pensava di essere da sempre pronto. L’Antonia, come la chiama calcando la mano su una tipica caratteristica del linguaggio di alcune zone del nord Italia, è la ragazza che Manfredi vede risvegliandosi dal sogno di morte e che vive con lui. Per la prima parte del romanzo di Antonia sappiamo poco pur essendo presente e ingombrante come sanno esserlo le cose importanti. 

L’Antonia, io la guardo, io sto in silenzio, lei è molto bella. Quando abbiamo iniziato a convivere io avevo paura, i miei rumori, i miei odori, io parlo nel sonno?, le cose che lascio sul tavolo in ingresso, le mie ossessioni per Marisa Laurito, le mie collezioni, avevo paura che poi l’Antonia avrebbe detto “Le tue collezioni? Eccole lì, fuori dalla porta, mi han rotto i coglioni” (p. 19)

Da qui in poi e fino a circa pagina 150, dove accade il grande turning point della trama, il romanzo di Filippo Ronca è un interessante monologo che il narratore fa di sé, il tentativo di Manfredi di rimanere aggrappato a qualcosa e non affogare, appunto. Fino alla svolta, della quale non parlerò per evitare spoiler esagerati, il romanzo si svolge a Brescia. Manfredi abita in un piccolo appartamento in vicolo dell’Orsa Maggiore che non riesce mai a diventare casa sua:

Ho cercato così tanto questa casa, in vicolo dell’Orsa Maggiore, che poi, da quando la abito, da quando ci sono dentro, mi chiedo spesso come avrà disposto i mobili l’Antonia nella sua, casa, quella che era la nostra, casa. (p. 99)

Eppure, la nuova casa ha qualcosa che la differenzia da tutto il resto, perché a Manfredi tutto ricorda l’Antonia e l’appartamento di vicolo dell’Orsa Maggiore almeno è vergine, in questo senso. Ci sono passaggi intensi che Ronca dedica alle piccole cose che ricordano ciò che si è perso in questa eterna dinamica per cui ciò che non c’è più, in realtà, si manifesta attraverso altro. 

Poi vedo i contenitori vuoti delle lenti a contatto vicino al cestino ma non dentro, come li lasciava sempre l’Antonia, un’altra traccia, mi incazzo di nuovo. (p. 87)

Manfredi si rivolge spesso direttamente al lettore, quasi come se quest’ultimo lo stesse osservando in un momento privato, e ciononostante il narratore inizia a fidarsi sempre più del suo interlocutore. In questo – con alcuni espedienti narrativi efficaci – Ronca dà vita a un legame che tiene agganciati alla pagina. A un certo punto, Manfredi ci permette perfino di sbirciare nelle note del suo cellulare dove scrive le Cose belle che non ho fatto in tempo a raccontarti, ovvero messaggi che l’Antonia non leggerà mai. Questo generoso darsi del narratore è bilanciato dall’assenza quasi totale di informazioni su l’Antonia che si eclissa. 

Il linguaggio di Ronca è certamente debitore di quello di Paolo Nori (da un laboratorio di scrittura con l’autore parmigiano è nato questo romanzo, editato poi da Antonio Rollo), ma pian piano se ne distacca fin quasi a ricordarlo come un omaggio. Nonostante gli stilemi del linguaggio “inventato” da Nori siano ben presenti, infatti, la scrittura di Ronca non risulta mai macchiettistica o costruita, anzi al contrario aiuta a mantenere il livello dell’acqua alto e il naso del narratore (così come quello del lettore) si posiziona appena fuori, in bilico costante. Sul finale la lingua di Ronca si fa molto più lirica e per certi versi poetica; le ultime pagine illuminano retrospettivamente tutto quello che è stato già letto, perché i romanzi parlano d’amore o di morte, ma soprattutto provano a ricostruire le cause di ciò che è successo nel tentativo costante di non annegare. In questo Sembra che presto annegherò è un meccanismo ben riuscito che, a parte qualche divagazione talvolta un po’ eccessiva, si fa voler bene così come lo si vuole naturalmente alle cose sincere che non hanno paura di mostrarsi per ciò che sono.

Saverio Mariani

Foto di Noah Buscher su Unsplash

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