La scrittrice nel buio, Marco Malvestio
(Voland, 2024)
È dura essere giovani a San Vito, insignificante paesino della provincia trevigiana, dove l’adolescenza di Marco ristagna dentro le pozze d’acqua con le carpe e le croci di un cimitero a pervaderne lo sfondo. Disconnesso dalla vita immobile dei suoi genitori, Marco prova a cambiare scenario frequentando la facoltà di Lettere dell’università di Padova, alla ricerca di una salvezza nella letteratura, perché «il solo pensiero di fare qualcosa di slegato dai libri, però, mi impauriva e ripugnava: (..) se avessi intrapreso una strada diversa sarei morto» (p. 17).
A Padova, Marco conosce e si lega a Federico, affabile e modaiolo: il contrasto tra i due è stridente e il provincialismo di Marco sottilmente deriso dall’amico. Pure, questa complementarità permette alla loro faticosa intesa di crescere e sopravvivere, nonostante le molte crepe che si affacceranno sul percorso universitario comune e li vedrà rivali, come altri aspiranti studiosi, per la borsa di dottorando.
Chi è, dunque, La scrittrice nel buio del titolo? Seconda prova di Marco Malvestio dopo il promettente esordio Annette (Wojtek, 2021), già nell’incipit l’autore padovano ne traccia l’inquietante profilo: risponde al nome di Maria Zanca, poetessa e romanziera degli Anni Settanta. Eppure, la donna, ai giorni nostri una «vecchia pacata e terribile, nella sua casa buia persa tra i monti» (p. 7), segna in maniera indelebile il destino dei due amici, come confessa il narratore Marco a inizio libro.
L’analessi che ne segue, dunque, è un racconto a mente fredda delle «cose spaventose che ci sono capitate» (p. 8) e della sparizione di due uomini, in tempi diversi ma in circostanze simili. Il libro diventa così un originale connubio tra due movimenti. Uno è il racconto ad ambientazione universitaria, che da romanzo di formazione diventa un’analisi spietata (e desolantemente ironica) del corrotto mondo accademico.
Qui Malvestio trova una linfa feconda per il suo piglio saggistico, già presente nell’esordio. La sua prosa, difatti, è incentrata a mettere ordine al cosiddetto “carteggio Zanca”, le missive tra il giornalista e autore romano Vittorio Ferretti e un altro scrittore, il poco noto Pier Luigi Carraro, donate all’università da quest’ultimo insieme a un lascito economico, di cui diventa assegnatario Federico a scapito proprio di Marco.
Nelle lettere indirizzate a Carraro, Ferretti si sofferma principalmente sulla Zanca, all’epoca giovanissima e sconosciuta poetessa di Lastebasse, sperduto borgo di duecento anime del vicentino, da lui poi introdotta (e mantenuta) a Roma nei salotti letterari che contano, infine, promossa ad autrice con Il serpente che danza, suo debutto nel romanzo. Malvestio costruisce su questa figura così enigmatica la seconda architrave su cui poggia La scrittrice nel buio: un racconto perturbante, immerso nell’onirico (saranno due, fondamentali, i paurosi incubi minuziosamente riportati), con alcuni topoi propri del genere horror.
Così la lugubre provincia è presentata come l’anticamera del mostro, Maria Zanca, che vive in una casa lontana persino per gli abitanti di Lastebasse, immersa in un bosco e in una penombra che la luce sembra soltanto accentuare. Questo personaggio femminile sembra saltato in corsa da un romanzo gotico: la giovane Maria Zanca è fisicamente inquietante, tuttavia possiede «un magnetismo peculiare (e gli occhi scuri e la cascata di capelli neri aiutano): sembra emanare un’aura elettrica, e insieme un senso di raccoglimento senza tempo» (p. 61). Lo spaesamento che la sua figura comporta sono evidenti, perché «i suoi interlocutori sembrano colpiti da una specie di ipnosi quando sono con lei» (p. 64).
Inoltre, secondo un’estetica postmoderna, alla quale il romanzo di Malvestio è assimilabile, vista la commistione di generi, sono riportate anche le (false) dicerie sulla giovane di (veri) intellettuali dell’epoca, come Calvino, Morante, Moravia, Bevilacqua, Pasolini e altri. Qui Malvestio opera anche una differenziazione importante dal punto di vista stilistico, passando da un’affabulazione misurata, senza guizzi di sperimentalismo, a un linguaggio più ricercato, alzando il registro della sua prosa e immettendo termini più propriamente letterari.
La scrittrice nel buio, dunque, è un romanzo bicefalo, sotto numerosi aspetti, marcato com’è da opposizioni che partono ma non si arrestano ai soli personaggi. Dalla coppia principale, Marco e Federico, si traccia un solco, una disparità che divide la provincia e la città, il privilegio borghese e l’anima proletaria, per così dire, meritevole ma priva di mezzi. Succede anche tra Cavani e Veronesi, i due professori di Marco e Federico, l’uno dedicato unicamente allo studio e l’altro attento a costruire le relazioni giuste, specchio e proiezione dell’indole dei due dottorandi; tra la posizione snob di Ferretti e quella sottomessa di Carraro; tra l’intellettualismo conforme dello stesso Ferretti e l’imponderabile mistero che attraversa l’essenza (e la scrittura) della Zanca, e così via.
È anche possibile identificare all’interno del romanzo di Malvestio dei riferimenti, più o meno espliciti, al rapporto intriso di patriarcato e perciò malsano (oggi qualcuno direbbe tossico) tra Ferretti e Maria Zanca. La differenza di età e di status fa sì che, almeno inizialmente, Ferretti tratti la giovane poetessa come un oggetto di sua proprietà, «il suo animalino», come la definisce (p. 62). La relazione è del tutto sbilanciata, dunque, ma è una situazione che può mutare, sembra suggerirci Malvestio: verrà ribaltata, infatti, dalla stessa Zanca e dal suo misterioso “potere” soprannaturale.
Decenni dopo, dinamiche del tutto simili muovono il rapporto tra Federico e la sua ragazza, Valentina, anche lei trattata del giovane come una persona subordinata, non del tutto autonoma. Infatti, quando Valentina decide di tentare la carriera accademica, la reazione del ragazzo è questa: «trovava intollerabile che Valentina si volesse elevare alla sua posizione» (p. 84). Dunque, il modello patriarcale seguito da Ferretti, i suo comportamenti con le donne, vengono trasmessi anche a Federico, ma non a Marco, il quale scopre di essere omossessuale. Se pensiamo che le esistenze di Ferretti e Federico sono destinate a essere segnate allo stesso modo, è facile identificare Maria Zanca come depositaria di un potere soprannaturale che si traduce, in sostanza, in un potere femminista.
Il romanzo di Malvestio è anche, infatti, un apologo sulla letteratura e sulla donna, sulla natura di un’arte che per farsi e conservarsi pura, invincibile come una dea o un mostro, deve compiere un sortilegio su chi, volendola ammaestrare e piegarla alla mondanità, invece la rinnega.
Domenico Ippolito

