Dell’amore e della cenere: Rogo di Perumal Murugan

Rogo, Perumal Murugan
(Utopia, 2024 – trad. D. Operato)

rogoRogo è il secondo romanzo in lingua tamil pubblicato in Italia da Utopia dopo Punacci. Storia di una capra nera (ne abbiamo parlato qui in occasione di una intervista alla traduttrice e tamilista Dorotea Operato), del medesimo autore Perumal Murugan. Murugan è oggi – meritatamente – considerato una delle voci più insigni della letteratura indiana contemporanea, nonché autore di edizioni critiche e studi accademici volti al recupero della tradizione letteraria tamil. Folgorata da Punacci, scottata da Rogo, non posso che accogliere con favore il progetto di Utopia di portare in Italia altri romanzi di Murugan.

Rogo è la storia di Kumaresan e Saroja, due giovani che si innamorano con una tenerezza e potenza disarmanti. Di origini diverse, scuro e proveniente da una zona fortemente rurale del sud dell’India l’uno, con la pelle splendente e cresciuta in un contesto urbano l’altra, condividono curiosamente due ferite speculari e si ritrovano a essere vicini di casa in una grande città. I loro primi incontri e l’inizio del sentimento che li lega viene raccontato per mezzo di flashback, mentre il romanzo si apre col loro arrivo, da neo sposi, nel villaggio di Kumaresan. Potrebbe essere l’inizio di qualcosa di bello e rigoglioso, ma un problema turba questo tempo dorato: Kumaresan e Saroja appartengono a caste diverse e pertanto, in alcune aree dell’India, la loro unione è vietata.

I due tentano faticosamente di ritagliarsi uno spazio dove poter costruire e crescere assieme nel villaggio, ma l’aria che li circonda è opprimente e sterile. La madre del ragazzo si rifiuta di accettare la nuora, l’accusa di essere una strega che porterà alla rovina la sua stirpe e intona litanie funebri al suo passaggio; le voci nel villaggio s’inseguono, tutti vogliono vedere l’intrusa che è venuta a disturbare la loro pace secolare di provincia, tutti restano ammaliati dalla sua bellezza e parimenti la odiano per essere diversa, non avvezza alla roccia che scotta sotto i piedi, ai lavori pesanti di campagna, alle case di paglia in strade troppo strette.

La speranza del ragazzo che la questione della casta possa passare sotto silenzio viene clamorosamente disattesa e anzi si trasforma in una cascata che travolge in pieno i due protagonisti. Il fuoco può essere passione, ma anche rovina.

“Non si può lasciar correre, o in futuro ogni uomo si sentirà libero di portare al villaggio donne di qualunque altra casta. Pensi sia ammissibile? La nostra è una divinità feroce, che preghiamo per mezzo del fuoco.” (p.118)

Il romanzo è aperto da una prefazione autoriale che rivendica il tema principale della vicenda narrata, che è sì d’invenzione ma non di fantasia: sebbene bandito ufficialmente nel 1947, il sistema delle caste continua a influenzare la vita sociale, lavorativa ed economica in India. Murugan propone una riflessione sulle tradizioni che soffocano, che conserviamo anche quando sempre più stridenti col tempo passato e che diminuiscono, anziché ampliare, il vivere comune; sulle differenze che dividono ferocemente, anziché essere prese per quello che sono: dimensione in cui ci si misura con l’altro su un piano paritario, acquisendo nuove prospettive da cui guardare e capire il mondo al di là del proprio, limitato, individuale, punto di vista.

“Perché l’universo non ha infuso nelle nostre menti un po’ della sua vastità?” (p.7)

Colpisce la gravità. Le differenze tra Kumaresan e Saroja, dovute ai contesti diversi in cui sono cresciuti, altrove sarebbero solo argomento di divertita conversazione, le piccole scoperte reciproche che vengon fuori quando due innamorati si raccontano come hanno vissuto prima di conoscersi. In questo caso la leggerezza manca e anzi un sentimento genuino nato con grande delicatezza viene gradualmente appesantito, invecchiato precocemente, dalle circostanze. Lo stesso problema della casta risulta surreale, quasi una mera questione di forma, alla quale però ci si aggrappa con ogni forza.

Non stupisce che in questo mondo rurale abbondino immagini naturali, in particolare associazioni con malerbe, piante rigogliose e radici. Murugan, che di questo mondo è figlio, usa metafore e figure che si esplicano in una vita di campagna alla quale il lettore italiano è forse disabituato, ma che non per questo risultano meno espressive o evocative. Nella costruzione dello spazio – sia esso sociale o geografico – l’autore di Rogo e di Punacci è sempre efficace, forse povero di fronzoli, ma dritto come una freccia. La sua è una profondità emotiva ruvida e semplice, che scava a poco a poco e poi ferisce.

Rogo è la storia di una società chiusa, indurita, intollerante, rigida nelle proprie inamovibili credenze; è tanta tenerezza sciupata. Murugan dimostra di padroneggiare la sottile arte del distruggere il lettore, con un finale pieno di tensione ben costruito sulle macerie di un discorso amoroso.

Alessia Angelini
Immagine in evidenza di Pixabay da Pexels

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