Esercizio di obbedienza, Sarah Bernstein
(Codice edizioni, 2024 – trad. A. Berardini)
Esercizio di obbedienza è l’unico libro tradotto in italiano di Sarah Bernstein, autrice canadese che insegna letteratura e scrittura creativa in Scozia. Considerata dalla casa editrice Granta una delle migliori scrittrici britanniche, con questo libro non solo si è aggiudicata il Giller Prize, ma è anche stata finalista del Booker Prize nell’edizione del 2023: riconoscimenti non da poco, che l’hanno trascinata sotto i riflettori del panorama letterario anglosassone. La casa editrice torinese Codice ha fatto la coraggiosa scelta di portare in Italia, nella traduzione di Andrea Berardini, questa opera sì acclamata dalla critica, ma che può risultare una lettura non semplice, quasi opaca, sicuramente sconvolgente.
La prima cosa da dire è che Esercizio di obbedienza è un libro praticamente privo di trama. Una donna senza nome, che è la narratrice, si trasferisce in un non specificato e remoto Paese del Nord per prendersi cura della casa del suo amato fratello maggiore, un brillante imprenditore rimasto solo dopo essere stato abbandonato da moglie e figli. Poco dopo il suo arrivo, però, il fratello deve partire per un viaggio di lavoro e lei rimane in compagnia del cane Bert. Passa le giornate rassettando la casa, facendo lunghe passeggiate tra i boschi, e di tanto in tanto si addentra nella cittadina, dove si scontra con l’ostilità degli abitanti. Intanto, una serie di sfortunati eventi si abbatte sulla comunità locale: un’isteria bovina collettiva, la morte violenta di una pecora e del suo agnello, la gravidanza isterica di un cane.
Questi i fatti in breve, dopodiché non c’è un vero e proprio sviluppo della trama; tuttavia, si percepisce una tensione latente dall’inizio alla fine del romanzo, che si propaga sul piano della costruzione del personaggio, da un lato, e dell’atmosfera dall’altro. Il prodigio di questo racconto sta nel meticoloso lavoro su quello che è probabilmente l’unico vero personaggio: la narratrice, dal cui punto di vista è raccontata la storia. Di lei sappiamo che è l’ultima di tanti fratelli, che ha dedicato corpo e anima al loro servizio e i quali, dal canto loro, l’hanno sempre supportata nell’impresa di «sopprimere ogni traccia di ambizione e persino di amor proprio appena si manifestava». Cresciuta in una famiglia in cui i ruoli sono «imbracature di tensione e responsabilità», a lei tocca quello della sorella, «fatta per servire». Nel tempo lo pratica con tanta devozione, scrupolosità e compostezza che finisce per incarnare il suo ruolo, dimenticandosi di sé stessa.
«Nei lunghi anni che seguirono l’infanzia continuai a coltivare la solitudine, inseguendo il silenzio fino al suo orizzonte perennemente in fuga, un’impresa che richiedeva, da parte mia, di prestare un’attenzione particolare, di dimenticare me stessa, per consentirmi di mettere in atto la più scrupolosa, la più solerte considerazione dell’altro, di trattare l’altro come il più degno oggetto di contemplazione. Nel corso di questo processo io sarei stata ridotta, semplificata, e alla fine sarei diventata trasparente, avrei persino cessato di esistere. Sarei diventata buona. Sarei diventata tutto quello che da sempre mi chiedevano di essere.» (pag.12)
Lo studio di questo personaggio nasce da una riflessione dell’autrice sulle opere di Paula Rego, artista portoghese a cui appartiene la citazione in esergo: «Posso cambiare le carte in tavola e fare come mi pare. Posso rendere le donne più forti. Posso renderle obbedienti e assassine al tempo stesso.» Bernstein utilizza il suo personaggio per esaminare, portandola all’estremo, l’ambiguità tra l’essere la vittima e al contempo l’assassina. La narratrice spesso e volentieri si dilunga in meditazioni sull’obbedienza, descrivendo come la sua «micidiale fame di approvazione» la faccia tendere sempre, in ogni ambito della sua vita, al servizio e alla contemplazione dell’altro, fino a sfociare nella sua totale sottomissione. Al suo totale silenzio. Eppure, per quanto buona si sforzi di essere, è un fatto che la sua sola presenza eserciti una violenza contro chi o cosa le sta attorno: che, dunque, la sua passività manifesti una agency inaspettata.
A queste meditazioni si intreccia il tema della xenofobia: nella cittadina, gli strani episodi citati prima e che normalmente sarebbero visti come eventi naturali, ora sono interpretati come una devastante calamità. E a chi imputare la colpa, se non alla donna arrivata da lontano, che non parla la loro lingua, che intreccia talismani e li dissemina nei luoghi sacri del paesino rurale? Sebbene lei si sforzi di farsi accettare lavorando volontariamente alla fattoria comune – questa la sua versione dei fatti, l’unica di cui disponiamo e a cui non possiamo affidarci con sicurezza – sembra sempre di più che la sua obbedienza sviluppi un potere misterioso. Tra suggestioni superstiziose e l’emergere silenzioso di paure ataviche, si crea una atmosfera folk horror che sostiene la lettura, ormai pervasa da una sensazione di presagio che qualcosa di ancor più terribile possa avvenire.
Questa percezione ancestrale dell’arrivo di un castigo brutale, di una impellente espulsione, si accentua quanto più si consideri che la donna ha origini ebree, e che nella cittadina in cui si trasferisce col fratello un tempo vissero i loro antenati, poi costretti a fuggire con la violenza. Il ritorno nella terra dei suoi avi, un paese che non ha nome e dunque può essere tutti i paesi, la porta al cospetto di una Storia sempre uguale a sé stessa, che la condanna a un destino di esclusione. Interessante è il fatto che la cittadina sia a metà tra un pittoresco paesaggio rurale del XIX secolo e un paese moderno, con i social network e Microsoft: espediente che crea disorientamento e suggerisce che il passato trauma della comunità ebraica si riverberi sempre nelle generazioni presenti. Anche in questo contesto, dunque, la donna obbedisce silenziosamente al suo ruolo di eterna straniera, aderendo ancora una volta alla narrazione che se ne fa di lei: un’usurpatrice, una cospiratrice.
La solitudine e l’alienazione della protagonista sono accentuate dalla incomunicabilità dovuta alla sua ignoranza della lingua locale. Bernstein immagina che la donna, anglofona, che lavora con le parole perché fa la trascrittrice, lì non possa parlare. Tuttavia, le fa utilizzare nel racconto della vicenda una lingua ricca, brillante, intellettuale, supportata da citazioni di autrici e autori come Virginia Woolf, Simone Weil, Samuel Beckett. Una donna preparata, insomma. Ma il paradosso è voluto, perché forse è proprio così che la sua sottomissione si trasforma in potere: col silenzio che suona come un rimprovero. Una straniera che parla con gli abitanti che hanno radici in un posto infrange la narrazione che quel popolo fa di sé e che preserva da sempre, convinto di proteggere il proprio diritto ad esistere.
Bisogna ammettere, in conclusione, che si fa fatica a relazionarsi con la narratrice. È come se in lei si concentrassero tutte le esperienze di annullamento e sottomissione possibili, sperimentate nei più diversi ambiti della vita: dalla storia passata del suo popolo, a quella presente all’interno della sua famiglia; dal lavoro, dove intendiamo che ha subito abusi di potere da parte di colleghi uomini; alla sua comunità, che da adolescente l’ha esposta alla gogna pubblica perché è così che si redistribuiscono i ruoli nella società. Nonostante la sua evidente difficoltà, siamo noi lettori a non sentirci a nostro agio. Perché? Forse che anche noi, come gli abitanti della cittadina, siamo costretti da lei a guardare noi stessi, schiavi del passato e di una narrazione di noi a cui obbediamo per paura di cessare di esistere?
«Ciascuno di noi, su questa terra devastata, esibiva una perfetta obbedienza alle forze di gravità locali, scegliendo ogni giorno la via più semplice, cosa che, per quanto del tutto umana e comprensibile, era al contempo il modo d’agire più barbaro e abominevole.» (pag. 131)
Beatrice Palmieri
