Sfuggire o stringere i guinzagli della vita quotidiana

Guinzagli, Giuseppe Nobile
(Accento, 2024)

L’abbandono dello spirito dionisiaco in favore di quello apollineo, caratterizzato dall’esaltazione della ragione e della compostezza (estetica e non solo) era per Nietzsche il peccato originale della civiltà greca. Per il filosofo tedesco, infatti, nel momento in cui la ragione e il suo “imperativo morale” (tra molte virgolette) si era imposto sull’ebbrezza e la vivida carne di cui è fatta la vita dell’uomo, quest’ultimo si era autoimposto un regime di controllo e limitazione. La civiltà greca, quindi, con quella scelta ci aveva inevitabilmente condotti alla decadenza che tuttora attraversiamo, diceva Nietzsche. La contrapposizione tra una vita razionale e geometrica e una più eccentrica e curva, fatta di anti-ritualità e senso di rivalsa verso un passato ingombrante, è la miccia che accende Guinzagli, romanzo d’esordio di Giuseppe Nobile (Ragusa, 1989) edito da Accento, la casa editrice fondata nel 2022 da Alessandro Cattelan e diretta da Matteo B. Bianchi. 

La lotta tra apollineo e dionisiaco non è solamente l’innesco del racconto di Nobile, ma è anche il basso continuo che risuona nella pancia del protagonista e narratore, Filippo: trentadue anni, laureato in economia, lavora in consulenza e nel bel mezzo di una riunione di lavoro che si è protratta ben oltre l’orario di fine del proprio turno, si dimette e decide di cambiare vita. Filippo, una porta sbattuta e un immancabile post sui social, tenta di distruggere con un colpo solo tutto l’apollineo che lo aveva immobilizzato fino a quel momento: scopriremo che abbracciare Dioniso è ben più complicato di quanto sembri. Uno stacco di otto mesi e Filippo è in Sardegna. Vive in una delle due roulotte parcheggiate nel cortile di un canile privato, pulisce i cani, li porta a spasso, parla con uno di questi, si prende cura di loro in cambio soltanto dell’alloggio. Il contesto è completamente mutato e Filippo, sporco di merda di cane e solo, entra in contatto con le persone che il canile lo frequentano per qualche settimana e quelli che invece l’hanno messo su (le sempre un po’ oscure Ruth e Karen). Filippo entra in una nuova dimensione nella quale le convenzioni vengono via via sciolte, i guinzagli entrano in funzione sempre più di rado e (per sua stessa ammissione) il consumo di marijuana gli garantisce di poter silenziare temporaneamente una serie di interrogativi che lo scuotono. 

«Sei qui da molto?» chiede mentre guarda prima a sinistra poi a destra al cancello.
«Fine agosto» rispondo.
«Ah, quindi non vacanza» dice.
«Una specie» dico.
«Una specie?».
«Già» dico.
«Una specie di vacanza da cosa?»
«Dalla ragione» rispondo. 
(p. 140)

La vacanza dalla ragione di Filippo non è dunque un periodo spensierato e sereno; assomiglia piuttosto a un’esperienza che si deve attraversare sui gomiti affinché sia davvero fruttuosa. In questo contesto entrano in gioco figure molto interessanti: il primo è Cristiano, insegnante di surf con il quale Filippo stringe un embrionale legame d’amicizia; poi Beatrice, una ragazza irriverente – che in seguito si trasferirà al canile – con la quale Filippo ha uno scontro proprio durante una sessione di surf; infine Amalia, descritta in tutto e per tutto «fastidiosissima», travel influencer che si fa paladina, per conto di tutti gli altri, di una vita fatta solo di libertà.

L’intreccio narrativo non è così complesso ma i personaggi si muovono molto sulla scena, sono sempre attivi e anche la scrittura di Nobile asseconda questa tendenza. Lo fa grazie a buoni dialoghi che lungo tutto il romanzo svolgono alla doppia funzione di descrivere i personaggi e di far procedere la narrazione. Tuttavia in alcuni momenti più topici, momenti nei quali le domande esistenziali di Filippo si scontrano con la realtà e con il godimento (il dionisiaco) che tutto addolcisce e immalinconisce, sembrano mancare approfondimenti più verticali di alcune dinamiche interiori. La luce della scrittura di Nobile non affonda troppo in angoli bui lasciati appositamente all’oscuro, costringendo così il lettore a fantasticare su tutto quello che non si dice e a provare a ricongiungere spezzoni di corda disseminati qua e là dall’autore. Il che non è necessariamente un male, questo modo di scrivere garantisce senz’altro al lettore un ruolo più attivo e meno vincolato alla “storia”. 

«O bene, o male: sono due gli stati d’animo accettabili. Così così non lo è. E se stai bene, prima o poi starai male. I periodi belli ti sembreranno pochi, brevissimi, quelli cattivi interminabili, e sai cosa, forse è proprio così. Ma cosa fai allora, insegui il male? Tu volevi studiare Cinema, l’arte di fuggire dalla realtà. La vita non è un film, quindi puoi farti tutti i film che vuoi ma non esistono. Non esiste nemmeno il ruolo che ti scegli» (pp. 299-300).

Fuggire dalla realtà è uno sport complicato e rischioso (come il surf, del quale Filippo si invaghisce) perché rompere uno schema non vuol dire automaticamente accedere a una dimensione di pacifica libertà. Guinzagli è un po’ la presa di consapevolezza di ciò: fuggire non significa annullare completamente l’elemento apollineo dalla nostra vita, e l’equilibrio non è necessariamente una virtù. Il romanzo d’esordio di Giuseppe Nobile si muove su questa linea in maniera interessante e contemporanea ponendo l’accento (come intende fare la collana editoriale della sua casa editrice) su un tema di nuovo ineludibile nel mondo delle “grandi dimissioni” e della (spesso) grossolana sponsorizzazione di una ricerca della “vita libera” a tutti i costi.

Saverio Mariani

Immagine in evidenza: By Caravaggio – Uffizi, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76612218

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