È atroce la luce, Stefano Galardini (8tto Edizioni)
“Mi vendicherò nel modo più crudele che tu possa immaginare. Dimenticherò ogni cosa”, scriveva John Steinbeck nel suo capolavoro L’inverno del nostro scontento. Una citazione quasi inevitabile per introdurre È atroce la luce. Non guarda però a uno dei padri del modernismo americano come Steinbeck, ma alla grande letteratura rurale di William Faulkner e Keith Haruf, il romanzo di Stefano Galardini, uscito a ottobre 2024 per 8tto Edizioni.
L’autore, che vive da molti anni nel milanese, è originario della Liguria e, dunque, il riferimento agli scrittori della sua terra è anch’esso doveroso: a Francesco Biamonti, citato nel suo esergo, a Marino Magliani e a Michele Vaccari, specie al suo ultimo libro, Buio Padre, con il quale condivide l’ambientazione, l’entroterra ligure. Un luogo di frontiera tra natura e civilizzazione, appunto, che non assomiglia né alla città o alla periferia, ed è differente anche dalla provincia; insomma, un territorio poco codificato che, come ha fatto notare Vaccari, “ricorda il sottoterra”.
La devastazione di una regione fa soffrire sempre, e fa male ancora di più se quel luogo è considerato un posto ameno e, in parte, così è rimasto negli occhi di chi non vuole percepirne il grido di dolore. Parliamo, appunto, della Liguria, una situazione rappresentativa (in negativo) anche di altre regioni italiane. Cementificazione selvaggia, incuria del territorio, riscaldamento globale e modificazione dell’uso del suolo hanno reso fragilissimo il già precario assetto idrogeologico delle sue aree più sensibili, con il conseguente rischio di inondazioni e frane letali. Come non dimenticare quelle dell’ottobre e novembre del 2011, che investirono le zone delle Cinque Terre e del capoluogo Genova, causando diverse vittime e danni per milioni di euro?
È atroce la luce non parla propriamente di questo, ma parla anche di questo. Siamo a metà degli anni Ottanta. Morre è il nome del paesino immaginario dov’è ambientata la vicenda. Nella geografia del romanzo, si trova tra la montagna e il mare, nell’entroterra ligure appunto. Un luogo in cui si identificano pienamente Giuà e Rea: coppia di contadini sessantenni, senza figli, molto uniti tra loro e con la propria roba di verghiana memoria, la casa che Giuà ha costruito da sé, quarant’anni prima e, soprattutto, la terra che coltivano da un’intera vita. Pure, l’età che avanza non permette a Giuà di occuparsene come avrebbe fatto una volta. Perché il lavoro dei campi, ricorda Galardini, segue le leggi implacabili della matematica.
Dieci anni prima avrebbe impiegato la metà del tempo per portare a termine quel lavoro, quindici prima gliene sarebbe bastato solo un quarto.
L’uomo è il braccio e la donna la mente, invero un po’ stramba, anzi, Rea è definita “matta come un cavallo”. Ma l’idea di inventarsi apicoltori per produrre miele è sua, che ne ha intravisto la convenienza economica, un modo per rendere ancora fruttuoso il lavoro agricolo. Accanto a loro, Galardini ci presenta altri personaggi che, lontani dall’essere di contorno, aiutano a definire questo “piccolo mondo antico”. Andrea, giovane nipote della coppia, è figlio di Delio, fratello di Giuà, scomparso molti anni prima. Figura fantasmatica, Delio si rivelerà uno dei protagonisti in absentia del romanzo. Contrabbandiere, losco passeur tra Italia e Francia, sulla figura di Delio vige una sorta di damnatio memoriae, poiché l’uomo è ritenuto colpevole di aver trafugato, prima di scomparire nel nulla, il prezioso trittico d’oro dalla chiesa di Morre.
Il vecchio Frescolana è un altro dei contadini della zona, con i suoi terreni confinanti con quelli di Giuà e Rea. Arcigno, vedovo e con un figlio che si è trasferito altrove: un destino comune a tanti giovani nati da queste parti, l’unico modo per intravedere una possibilità di futuro. Restare significherebbe non evolversi, invece, legarsi a doppio filo alla terra, che gli stessi contadini definiscono un ‘amore bastardo’. Ma la costruzione del viadotto di un’autostrada potrebbe finalmente portare quell’agognato progresso a cui tutti auspicano, come Casagrande, il sindaco di Morre.
Pure, la nuova infrastruttura significa anche esproprio dei terreni e vendite forzate, che per alcuni rappresentano un’umiliazione. È uno dei tanti manicheismi del libro, la visione di un mondo in cui bianco e nero non trovano sintesi nella scala dei grigi. Ed è un altro aggancio alla contemporaneità, seppur traslata in un micromondo differente: la vicenda del TAV e la trasformazione di una intera valle. Una comunità che deve reinventarsi. Ma cambiare significa migliorare? Non sempre. Alcuni uomini si oppongono, con metodi spicci, come Frescolana, che ha già mostrato i denti e soprattutto le armi.
«Cos’è stato?»
«Che mi prenda il diavolo se lo so.»
Di nuovo una gragnuola risuonò tra le tegole di coccio del tetto e i due riconobbero il rumore di una che andava in frantumi.
«Tirano sassate qua fuori!» La voce era quella di Frescolana, proveniente dall’esterno.
Giuà si alzò dalla sedia e andò alla finestra. «Oh, ma chi è?»
Oltre il vetro vide Frescolana fare una smorfia e alzare le spalle, nella mano reggeva una bottiglia senza etichetta di liquido chiaro. Il ritmo dei sassi contro il tetto aumentò, ora piovevano letteralmente pietre, Giuà si avviò alla porta gridando: «Ma non si può stare in pace oggi?»
Come preannunciato, anche la natura non resta certo a guardare. Si torna così alle considerazioni iniziali, esattamente come fa Galardini, che già nel suo incipit mette in guardia il lettore dall’improvviso cambiamento di colore della campagna a causa delle nuvole minacciose. Il temporale che si abbatte su Morre è devastante, e purtroppo causerà una frana, uno smottamento inaspettato del territorio, dal quale rivengono dei resti umani, uno scheletro. Un movimento circolare: dalla natura si torna all’uomo. A chi appartengono quelle ossa? Giuà ha un presentimento. Che potrebbe cambiare tutto, persino riscrivere il passato.
Nella creazione del mondo di È atroce la luce, Galardini porta dalla sua l’inventiva di una trama collaudata, dal sapore antico, quasi epico. Un western agricolo, rurale, che gioca con la modernità per poi ripudiarla, in un curioso gioco di ricorsi temporali. Il montaggio del romanzo, infatti, si arricchisce di epoche diverse, con parti ambientate durante la Seconda guerra mondiale, quelle del primissimo dopoguerra, nel 1946, e ancora più in avanti nel Novecento, nel Sessantotto. Sono sequenze che diventano lampi di senso e arrotondano l’intreccio, gli assegnano profondità.
Con una prosa asciugata, pur venata di un certo lirismo che eleva un tono altrimenti spartano, l’autore si mette al servizio del proprio racconto senza lanciarsi in soluzioni ardite o presentando uno stile troppo muscolare. Non prova nemmeno Galardini a immaginarsi una nuova lingua, si appoggia anzi a una tradizione letteraria consolidata, puntellando le scene di molti dialoghi che mettono sull’attenti i personaggi e, con loro, il lettore. Con la colpa e la memoria sempre al centro, la pacificazione rincorsa per una possibile catarsi.
Domenico Ippolito
(immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/case-colori-montagna-verde-929382/)

