Introduzione alla mia morte: una scrittura abitata da voci

Introduzione alla mia morte, Fabio Massimo Franceschelli
(Del Vecchio Editore, 2025)

Frutto di un lavoro di scrittura, limatura e revisione lungo quattro anni, dopo il suo Italia (romanzo d’esordio pubblicato nel 2016 sempre con Del Vecchio editore), Fabio Massimo Franceschelli è tornato in libreria con una storia polifonica, picchettata di diverse voci e tinte: Introduzione alla mia morte. 

Il romanzo è suddiviso in un trittico di atti coincidenti con l’autunno, l’inverno e la primavera vissute a Villa di Cima, un edificio che da più di cent’anni se ne sta appollaiato sul cucuzzolo di una collina. La sua posizione concede a Carlo Castello, ex reporter di guerra, l’illusione di una tregua dalla febbre della città.  
Pur mantenendo omogenea la scelta del narratore onnisciente in terza persona, che tutto sa e vede e registra dall’alto, capitolo dopo capitolo si penetra nella psicologia di ognuno dei quattro attori in scena, attraverso una puntuta e a volte impietosa focalizzazione interna

Si scopre quindi, con una gradualità dolorosa e stentata, qual è la Cosa che tormenta Sandro, il figlio minore di Carlo Castello, episodio indicibile del quale si dice colpevole, senza riuscire a perdonarsene. Si fa poi la conoscenza dell’Alieno, all’anagrafe Stefano Castello, fratello di Sandro eppure così diverso da lui: quanto il primo è dimesso e riflessivo, tanto il secondo è esibizionista e tronfio, leader di un partito politico che lo idolatra. E ancora, ci si insinua tra i pensieri di Sonia, compagna di Carlo, alle prese con la scrittura di un romanzo ambientato proprio in quei luoghi dell’entroterra abruzzese che ricorrono nel libro.

È davvero tangibile la maestria dell’autore nel saper caratterizzare i propri personaggi con una precisa gestualità, andatura, prosodia: ogni comparsa ha un suo riconoscibile modo di pensare, agire, muoversi nel mondo, soppesare le conseguenze delle proprie scelte. Di certo è questa un’abilità che Franceschelli travasa nella sua scrittura letteraria a partire da quella teatrale, che pratica da anni. 

Abituato quindi a intendere i propri personaggi come sinoli di corpi e voce, tra i brani più godibili del romanzo spiccano proprio quelli dove campeggia il ritmato contrappunto nel confronto tra i figuranti. Confronto che non è necessariamente espresso o verbalizzato: molto spesso, infatti, le parole dei personaggi sono solamente pensate, ristagnano nel loro intimo sottoforma di monologhi interiori. L’impressione che restituiscono a chi legge è quella di chinarsi ad origliare mentre, ripiegati su loro stessi, i vari membri della famiglia Castello rimuginano ciascuno sulla propria fiera infelicità. 
 
La prestidigitazione di Franceschelli risiede perciò in questo: chi legge ha sempre la suggestione di ascoltar parlare Carlo, Sonia, Sandro, Stefano; a ciascuno si riesce ad attribuire un proprio timbro, una peculiare intonazione.
Quando le parole abdicano alla funzione di ponti – e nel romanzo avviene spesso, che tra fratelli non ci si capisca, che un padre ammetta le difficoltà di comunicazione in cui si è arenato il rapporto coi figli – esse diventano allora strumenti per radiografie autoscopiche: hanno l’obiettivo di scandagliare il passato o analizzare con più lucidità il presente, mentre solo di rado coniugano al futuro i propri sforzi. 
 
A proposito di questa precisa esclusione del futuro dall’orizzonte temporale della storia, questo è vero soprattutto per Carlo Castello. Il titolo stesso del romanzo, Introduzione alla mia morte, coincide col titolo del memoir che l’uomo ha in mente di scrivere e di cui nel libro sono incastonati alcuni brani. Non si tratta che dell’orlo di un racconto, del suo lembo estremo, che non lascia spazio a nessuna eventuale proiezione verso il futuro.  
 
Carlo Castello redige un consuntivo della propria esistenza disobbedendo a tono e struttura di una convenzionale autobiografia: sceglie infatti la forma epistolare, immaginando di indirizzare le sue ultime riflessioni agli interlocutori che, in vita, l’hanno attorniato e ascoltato. In quelle pagine, tracimanti di pathos, Carlo rievoca moltissime delle scene a cui ha assistito durante la sua carriera di inviato di guerra, spettatore onnipresente eppure sempre defilato, e correda i suoi ricordi di teorie e conclusioni che è giunto a formulare, dopo le tante barbarie viste, le tante bombe che ha sentito esplodere a un palmo di naso, e che pure l’hanno risparmiato: 

Disperazione, assuefazione, menzogna: il mio mestiere è cresciuto e si è sviluppato nell’area di un triangolo compresa tra questi tre vertici, e tutta la retorica che celebra questa professione sciacalla […] che parla di coraggio e verità, di eroismo … be’, è pura menzogna. Alla fine volete sapere cos’è la guerra? È sangue, sangue che perdi dalla bocca, dalle orecchie, dal naso e dalla fronte, da un baco sulla pancia, da uno squarcio sulla coscia. Ma il sangue non si può far vedere né raccontare, turba la borghesia, spaventa i bambini e non ha valore politico; non si costruiscono sogni o prospettive con il sangue. Il sangue che si perde è volgare. […]  
Non ci sono storie, c’è solo sangue. (p. 130) 

Con una prosa dotata di una certa signorilità ed eleganza, che sciorina sulla pagina i pensieri dei personaggi attribuendo loro un lessico sempre carismatico, pur quando non se ne condividono assunti pareri o conclusioni, la voce di Franceschelli si fa cassa di risonanza di quattro interiorità in crisi.  
Ritirarsi a vita privata in campagna non sarà certo la strategia risolutiva, capace di medicare ogni problema – e qui torna in mente quello che pure desiderava la famiglia piccolo-borghese di Violazione, esordio narrativo di Alessandra Sarchi (Einaudi, 2012), fautrice della medesima, ingenua scelta di lasciare la città a beneficio di una campagna idealizzata, vergine e incorrotta. 

Come in quel romanzo, qui pure si assiste ad alcune scene in cui la relazione ravvicinata, se non persino compenetrazione con l’elemento naturale pare correre in soccorso alle meschine miserie degli esseri umani che hanno abbandonato la città per convertirsi – in maniera più o meno convinta – a quell’ideale di vita bucolica. 

Difficile definire qual è il sapore ultimo che la lettura di questo romanzo lascia sotto la lingua: chi legge macera a lungo nella stessa avvilita rassegnazione che certi personaggi paiono scontare; metabolizza poi le considerazioni sulla società a cui essi danno voce, e di riflettere sull’obliquo, precario assetto di una famiglia che sta cadendo a pezzi, o che forse ci sta raccontando il suo barcollante modo di rimanere in piedi, ciascuno a proprio modo, accada quel che accada. 

Viviana Veneruso
(immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/papaveri-montagna-italia-abruzzo-76129/)

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