Coincidere con chi si è diventati è il peggiore dei castighi

La Nottola è una rubrica curata da Stefano Vernamonti.
Racconta libri rimasti nascosti, nelle penombre della cultura, o al di fuori delle “novità editoriali”.

La mente è un luogo appartato, Davide Mazzocco
(Polidoro, 2022)

Nel suo De Consolatione Philosophiae, il filosofo romano Boezio concepisce l’eternità divina secondo una modalità molto particolare: Dio non vivrebbe infatti propriamente nel tempo, ma in una sorta di eterno presente. Questo vorrebbe dire che, nella sua onnipotenza, Dio vedrebbe tutto — passato, presente e futuro — come se fosse un unico momento, in una specie di “istante eterno”. Tutto l’universo sarebbe così per Dio nient’altro che una gigantesca diapositiva.

Leggere le pagine di un diario segreto, tenuto da una persona per oltre sessant’anni di vita, rappresenta un’esperienza simile a quella boeziano-divina, seppur riproporzionata alla nostra dimensione piccola e umana; esattamente ciò che succede leggendo La mente è un luogo appartato di Davide Mazzocco, pubblicato da Polidoro Editore nel 2022. Il romanzo è infatti nient’altro che il diario segreto di Vittorio Poggi, fittizio attore italiano dal talento cristallino, dalla filmografia sterminata e dalla fama mondiale, il quale sin dagli inizi della sua carriera — sotto consiglio del suo maestro — decide di tenere un diario in cui annota di tutto: pensieri e riflessioni sulla sua vita e sulla sua carriera, recensioni dei suoi film, interviste, lettere spedite e ricevute. Lo scopo è ricordare non tanto ciò che succede, quanto ciò che si è provato; perché se il ricordo di un avvenimento non è più un avvenimento, il ricordo di un sentimento è ancora un sentimento.

La struttura del libro è però particolare: le pagine del diario non si susseguono in ordine cronologico ma tematico, andando a pescare — tra le pieghe del tempo di una vita intera, alla ricerca di una salvezza dal naufragio, come scrive Rooney in Intermezzo — riflessioni contestuali ma spesso diverse, persino divergenti, su amore passionale e filiale, sul rapporto di un attore con la propria professione, sull’arte cinematografica. Dove si incontrano il Vittorio Poggi attore alle prime armi, alle prese con i primi, furiosi e furenti amori, e il Vittorio Poggi vincitore dell’Orso d’argento, pluricandidato all’Oscar? Come nel paradosso della nave di Teseo, la domanda che si annida tra le pagine del libro è quella sull’identità originaria e sulla sua permanenza dopo che tanti, forse tutti i pezzi della propria identità sono stati modificati o sostituiti nel corso del tempo. Così, nel 1958 e nel 2003, a distanza di quarantacinque anni, leggiamo ad esempio del rapporto di Vittorio con le diverse distanze che il suo lavoro gli impone:

«[1958] Mi manca immensamente la mia famiglia. Geneviève, Sara, Benedetta. Sara inizia la scuola proprio in questi giorni e io sono lontano. Quanti passi importanti non le vedo fare. Una figlia, un figlio, dovrebbero sempre poter salutare il proprio padre prima di andare a letto.

[2003] L’età ci accorcia il raggio d’azione e io recito a pochi chilometri da casa: rientro a casa per cena come un impiegato. È stupido ma rientrare a casa per cena mentre sto girando un film mi instilla una quotidiana malinconia per gli anni in cui stavo al sole fino all’ultimo raggio e si spendeva metà della notte con la troupe da qualche parte a bere».

Non si tratta di un semplice accostamento per suscitare la pedissequa riflessione «si desidera solo ciò che non si ha», perché tra il 1958 e il 2003 Vittorio ha attraversato due relazioni fallite, ognuna delle quali gli ha regalato due figlie, e tutte assieme hanno modificato in qualche modo le geometrie della sua vita. La distanza cronologica compressa in questa diapositiva di quarantacinque anni porta all’attenzione del lettore la stessa persona o due persone diverse? Chi è davvero Vittorio Poggi — ed eventualmente quanti è — per parafrasare il titolo di un libro di Richard Precht? La stessa prosa di Mazzocco sembra mostrare una cesura linguistica che è specchio di quella personale, attraverso una scrittura sempre precisa e senza sbavature che però impiega registri diversi, dalla padronanza di linguaggio neorealista fino alla scrittura distratta di una e-mail. Viene quasi da chiedersi se il pericolo che Vittorio stesso avverte aleggiare nella sua doppiezza esistenziale — costitutiva del suo ruolo di attore — non sia in realtà un vaticinio sulla natura umana, pronunciato tra le viscere della sua professione:

«Che cosa mi salverà dalla pazzia? Ci sono colleghi che impazziscono per molto meno, perché talvolta aderiscono al ruolo a tal punto da farlo diventare parte integrante della loro vita. Mi chiedo se sono immune da questi pericoli. Mi domando se la doppiezza e il ruolo insincero che ho sostenuto al cospetto di Geneviève non mi presenti il conto, prima o poi, in termini di crisi di coscienza».

La doppia esperienza del fallimento coniugale fornirà a Vittorio una risposta, una verità che ha almeno il privilegio di essere la sua, personalissima: nelle manchevolezze del suo ruolo di marito infedele e nel disfacimento delle speranze da marito fedele e premuroso, si riconoscerà pur come se stesso. La sua arte invece, esperienza estetica ed estatica e co-protagonista del romanzo, nel suo rapporto dialettico con la vita sarà non solo spia della doppiezza dell’esistenza ma anche l’unico porto sicuro per chi, quasi come il pianista Novecento, vive la sua vita perpetuamente sull’oceano:

«Questo fallimento è la prova che non vi è causalità, che non ci sono azioni virtuose che vengano ineluttabilmente premiate […] È il caos. Quando mi immergo in un copione ho la possibilità di trovare un ordine e una finitezza, confini e leggi; nelle storie e nei personaggi che interpreto ci sono un principio e una fine, esiste un senso. Nella vita reale tutto ciò che sembra costruzione, edificazione e consolidamento è, in realtà, un esperimento in corso d’opera».

È anche per questo motivo, per poter fissare almeno il ricordo delle emozioni provate e non abbandonare anch’esse al magma dell’esistenza, che il diario di Vittorio Poggi esiste e per fortuna è arrivato fino a noi, superando le intenzioni del suo fittizio protagonista di volerlo bruciare — un’immagine bellissima e ricorrente questa, quando si parla di manoscritti: basti pensare a Mikhail Bulgakov ma anche a Jean-Jacques Rousseau, che voleva dar fuoco ai suoi appunti presi durante il soggiorno veneziano. Rousseau alla fine l’ha fatto davvero; invece la permanenza del diario di Poggi è la prova dell’accettazione definitiva della sua complessità vitale. A Pessoa, che nelle sue poesie eteronime si chiede chi può mai conoscere, tra tanto errare e modi di sentirsi, l’esatta forma che ha di se stesso, Vittorio Poggi risponderebbe che non importa, perché è semplicemente bello essere vivi.

Stefano Vernamonti

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