“Il concerto”: partitura di vite impreviste

La Nottola è una rubrica curata da Stefano Vernamonti.
Racconta libri rimasti nascosti, nelle penombre della cultura, o al di fuori delle “novità editoriali”.

Il concerto, Alain Claude Sulzer
(Sellerio, 2013 – trad. it. Emanuela Cervini)

Esiste una certa letteratura che sembra possedere una speciale predilezione per il gesto insensato – o apparentemente tale – e per le sue conseguenze. Basti pensare al signor Meursault di Camus, che ne Lo Straniero preme il grilletto di una pistola contro un arabo sotto un afoso sole d’estate, o a Louis Salavin, il protagonista di Confessioni di mezzanotte di Georges Duhamel, che un bel giorno si ritrova a cercare di resistere, senza successo, alla insopprimibile tentazione di toccare l’orecchio del proprio capoufficio; ma anche al protagonista di Un uomo che dorme di Georges Perec, uno studente che la mattina di un esame, invece di alzarsi, lascia suonare la sveglia e torna a dormire. È precisamente in questo filone letterario che si potrebbe inserire Il concerto di Alain Claude Sulzer: la storia di un concerto che si interrompe nel più banale – e per questo nel più inspiegabile – dei modi possibili.

Filarmonica di Berlino. Durante un’attesissima esibizione settembrina, le dita del pianista di fama mondiale Marek Olsberg diffondono come profumo le note di Scarlatti, Barber, Beethoven, e Schumann. Tuttavia, nel bel mezzo dell’esecuzione e precisamente durante l’ultimo tempo della Sonata 106 di Beethoven, Marek Olsberg separa le sue dita dalla tastiera dello Steinway, interrompendo in via definitiva il concerto:

«Olsberg abbassò il coperchio della tastiera con un movimento che non lasciava alcun dubbio circa la definitività della sua decisione. Con voce chiara e ben udibile, capace di arrivare in ogni angolo dell’enorme sala, tranne forse in quelli più lontani, annunciò inespressivo: «È tutto». Poi si alzò e lasciò il palco, senza fare l’inchino, senza aggiungere una parola».

Marek Olsberg, di fronte a un pubblico incredulo, sparisce oltre una porta a lato del palcoscenico. Un gesto inspiegabile, senza alcuna premeditazione da parte del suo autore e che, al di là dello spazio che occupa e della sorpresa che genera nel pubblico, potrebbe essere anche considerato un atto di per sé insignificante, conseguenza forse di un malore, di un problema tecnico o magari di uno di quei rumori molesti che tanto infastidisce gli artisti. Eppure, nell’economia complessiva delle cose, si tratta comunque di un atto che inclina l’asse su cui ruotano le vite di tutti i personaggi del romanzo, presenti e persino assenti al concerto berlinese.

Il concerto di Sulzer è infatti un romanzo corale, popolato da numerosi protagonisti, di cui Marek è solo uno fra i tanti, nonostante spetti a lui il privilegio dell’atto incomprensibile che però arriva esattamente a metà del romanzo: come a segnalare che le vite attorcigliate attorno a quel punto arrivano da lontano e proseguono oltre, seppur inevitabilmente deviate nel loro corso, in maniera anche indiretta e inconsapevole, perché gli effetti di questa inclinazione imprevista sul piano dell’esistenza si propagheranno anche a chi, quella sera, dentro la Filarmonica non ci ha messo neanche piede.

Il romanzo segue infatti numerosi personaggi, introducendoli poche ore prima del concerto e conducendoli lungo qualche ora successiva alla sua interruzione: Esther, una donna benestante di quel benessere che fa defluire lontano ogni preoccupazione, tranne quella dell’inevitabile decadimento fisico; Sophie e Klara, rispettivamente zia e nipote legate da un rapporto difficile e ambiguo; Lorenz, cameriere poco meno che quarantenne che procede nella sua vita con un’andatura da gambero, perso nella maledizione di non aver mai avuto la forza di sfruttare in modo migliore le proprie capacità.

Questi sono solo alcuni degli interpreti che si intervalleranno nel susseguirsi di capitoli. Ogni personaggio, strumento di questa orchestra antropologica che lentamente si sta riunendo, fa il suo ingresso sul palco suonando poche note, accordandosi, lasciando all’immaginazione del lettore la possibilità di riempire quelle vite accennate e tessere in anticipo la ragnatela degli intrecci:

«Perché aveva interrotto gli studi di matematica, perché aveva abbandonato gli scacchi, perché non era diventato tassista o barista, perché nessun ripensamento? Possibile che a trentotto anni, per non aver mai riflettuto abbastanza, fosse arrivato a un punto in cui non si poteva cambiare nulla?»

Poche domande aprono un mondo. Chi è questo Lorenz, come è precipitato in questo pozzo di sconforto, quali futuri si sono scollati dai suoi talenti che con gli anni hanno perso così tanta della loro forza aderente? Sulzer è magistrale in questo tratteggio di vite diverse, che fa utilizzo anche di registri differenti, in una prosa quasi liquida nella sua capacità di prendere la forma delle vite che descrive. Così, ad esempio, i capitoli dedicati a Lorenz sono pieni di punti interrogativi, di domande brevi e taglienti, mentre con Esther la prosa assume un andamento più assertivo, in cui l’analisi introspettiva della propria condizione sembra poggiare su basi più solide, per poi passare a una predominanza del dialogo quando la scena è occupata da Sophie e Klara. Finché, fatto il loro ingresso sul palco i singoli strumenti, al segnale della bacchetta del direttore d’orchestra, questi iniziano a dialogare tra di loro dando vita alla musica.

Come ogni concerto però, anche quello orchestrato dal romanzo deve finire, anche se in maniera meno brusca di quello di Marek Olsberg alla Filarmonica, forse anche troppo. È difficile infatti scrollarsi di dosso quella leggera sensazione di insoddisfazione per un finale dalla placidezza tanto indotta da risultare troppo realistica. È vero che non importa quanto violento sia stato l’impatto di un sasso sulla superficie di un lago, tutte le increspature torneranno a distendersi in maniera graduale, fino ad assumere di nuovo una posa quasi immobile; ma forse il problema de Il concerto è proprio quello di aver voluto riprodurre in maniera così fedele questa pacificazione da aver annullato quel piccolo scarto sempre necessario affinché la letteratura riesca a produrre un’esperienza estetica, sganciandosi dall’aderenza totale al reale.

Così, per contrasto, alla fine del concerto dei personaggi, e quindi anche del libro che li contiene, ciò che continua a rimanere fortemente impresso nel lettore non è tanto l’intreccio – forse perché le storie risultano più interessanti prese singolarmente che nei loro nodi – quanto il colpo di bacchetta che dà inizio alla musica, cioè l’atto inatteso di Marek Olsberg, che spezza una catena di eventi per inaugurarne un’altra, seppur sconosciuta:

«La sua vita era uscita dai binari. Era solo. Era libero. Nessuno lo seguiva. Doveva essere più o meno la stessa cosa per un suicida, che, senza guardare indietro e senza preoccuparsi delle opinioni altrui, andava dritto verso l’obiettivo. Uscire dai binari per andare in tutte le direzioni.»

Stefano Vernamonti

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