Il deserto, l’autobiografia dannata di Jorge Baron Biza

Il deserto, Jorge Baron Biza 
(La Nuova Frontiera, 2025 – Trad. Gina Maneri) 

Una macchina sfreccia verso il pronto soccorso tra le strade illuminate di Buenos Aires, la notte del 14 agosto 1964. A bordo, una donna che si lacera i vestiti in un «bruciante striptease», il suo avvocato e suo figlio. Sta cercando di togliersi di dosso i vestiti ustionanti su cui permangono i residui del vetriolo che suo marito le ha gettato in pieno viso, mentre stavano per firmare i documenti che avrebbero sancito il loro divorzio. Le luci dei cinema e delle insegne al neon del centro gettano riflessi sfavillanti sul suo viso che, nell’ombra dell’abitacolo, sta abbandonando per sempre le sue forme e i suoi colori: ora il bianco dei bulbi oculari è circondato da cuscinetti viola scuro; gli zigomi sono di un giallo denso che contrasta con il porpora delle zone adiacenti; la bocca, color magenta, «grande e colorata com’era, ricordava la bocca dei pagliacci». 

È con questa scena che si apre Il deserto, di Jorge Baron Biza, edito per la prima volta nel 1998 e in seguito diventato libro di culto nel panorama letterario argentino.
La donna di cui si parla è Eligia Presotto, figlia di immigrati italiani, figura di spicco nel campo dell’istruzione e avversaria politica di Eva Perón, seconda moglie di Arón Gageac, eccentrico intellettuale con idee politiche controverse, l’uomo che le getta l’acido in viso nel suo studio. La sera stessa, accanto al suo tavolo con decorazioni cinesi, le poltrone Luigi XVI, tra i libri di pornografia francese e giornali antifascisti clandestini, Arón si toglie la vita con un colpo di pistola. Uno dei loro tre figli, Mario Gageac, quello che accompagna la madre in ospedale dopo aver assistito alla scena del «liquido traditore», è il narratore della storia.

Ritornato in libreria con una nuova edizione per La Nuova Frontiera, nella precisa traduzione di Gina Maneri, Il deserto rappresenta un libro unico, inclassificabile, di una bellezza tormentata. È l’unico libro pubblicato – peraltro in età matura – dall’autore, già giornalista e critico d’arte. L’unico possibile: infatti, la storia che racconta è la sua. In questa autobiografia poco dissimulata, i nomi dei protagonisti vengono cambiati: Eligia è in realtà Clotilde Sabattini, Arón è Raúl Barón Biza, e Mario è lo stesso autore, Jorge Baron Biza. Le vicende narrate sono quelle della sua famiglia, materia viva che plasma in un racconto di distruzione e tentata ricostruzione: del volto della madre, della figura del padre, della sua stessa vita.  

La trasformazione della carne in roccia coprì i colori lucenti. Capii che, per me, era finita l’illusione delle metafore. L’aggressione di Arón faceva del corpo di Eligia un’unica negazione, sulla quale non era facile costruire significati figurati. La fertilità del caos la abbandonò. Solo con il passare dei mesi sarei riuscito a comprenderlo nella sua accezione più completa, e più avanti avrei capito come l’impossibilità di vedere metafore nella sua carne diventasse per me impossibilità di pensare metafore per i miei sentimenti. (p. 22)

Mario segue Eligia (che mai chiama “madre”) durante le sue cure, prima in Argentina e poi in Italia, a Milano, dove viene affidata alle mani sapienti del Dottor Calcaterra per venti mesi. Si prende cura di lei mentre cerca di documentare la nuova natura del suo volto, prima simile a una natura morta, un’accozzaglia di frutti colorati e succulenti, poi protuberanze e vuoti che paiono superficie lunare: labirinti in movimento che sono la manifestazione di una potenza creatrice invisibile, di materia viva che si fa spazio tra la devastazione; forse, di Dio stesso. Di questa nuova realtà che suo padre ha concepito per loro, Mario è l’unico testimone: Il deserto è la memoria di un figlio che tenta di salvare quello che il padre ha voluto cancellare per sempre.

Con lo sguardo lucido del chirurgo e l’animo sacrilego dell’archeologo, Baron Biza studia la carne della madre e allo stesso tempo scava nello spirito del padre: gli rende omaggio, si sente complice, lo disprezza e insieme è meravigliato dall’uomo che si crede un rivale di Dio. «L’impossibilità di capirlo mi lega a lui», dice l’autore mentre cerca di capire cosa farsene della sua stessa storia, che scrive forse come esorcismo, ma che si rivela una condanna: d’altronde, chi fissa troppo a lungo l’abisso invita l’abisso a fare lo stesso, diceva Nietzsche. E così è per Baron Biza, per cui vita e letteratura sono legate in maniera profonda e carnale, tanto da poter affermare che l’autore è il suo testo, e la sua scrittura è la sua esistenza. 

Un altro aspetto che fa de Il deserto un libro affascinante è il racconto che fa dell’Italia del dopoguerra, tramite un mosaico di personaggi in cui Mario, il protagonista, si imbatte durante i suoi vagabondaggi fuori dalla clinica. Ai suoi tempi precisi e ambienti sterili, si contrappone un paese rigoglioso fatto dei volti più disparati: c’è Dina, una giovane prostituta che lo porta con sé nei bassifondi della Milano del boom economico; poi un ricco ex fascista che colleziona falsi Arcimboldo, padre di Sandie, una ragazza che si rifà il naso perché secondo gli astri e la sua psicanalista è il momento propizio per farlo; e ancora, due turisti australiani che visitano i paesini più remoti dell’entroterra italiano, affascinati da chiese e iscrizioni cimiteriali.

L’incontro di personaggi di lingue diverse – spagnolo, italiano, inglese – fa sì che la lingua del romanzo si configuri come un pastiche linguistico interessante, di cui le sapienti scelte della traduttrice hanno restituito le diverse sfumature in maniera impeccabile, dai calchi sull’inglese al cocoliche, gergo ibrido tra spagnolo e italiano. Il senso di straniamento che ne deriva è inoltre sostenuto da una scrittura grottesca, pervasa da un dolore che non cerca pietà nella messa in scena del male e della degradazione, bensì il riso amaro di chi percepisce l’assurdità della condizione umana. Chi legge è inevitabilmente sedotto e insieme prova repulsione per una scrittura tanto lucida, spietata e poetica. 

Il deserto di Jorge Baron Biza torna in libreria per trascinarci nella storia vera di un uomo e della sua famiglia, un’odissea fatta di carne e parole, che dall’Argentina del peronismo all’Italia del dopoguerra porta con sé interrogativi universali sulla natura del male e sulla propagazione della sua discendenza. Senza la pretesa di dare risposte, né tantomeno quella di accendere il minimo barlume di compassione, Baron Biza li affronta, quegli interrogativi, esplorando la maledizione del suo cognome, che porta con sé un destino irreversibile a cui solo la letteratura può sopravvivere.  

Beatrice Palmieri 

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