Profanare tutto: su Corpi di Cristo

Corpi di Cristo, Massimo Cracco 
(Italo Svevo, 2025) 

La voce che dice ‘io’ in Corpi di cristo – ultima pubblicazione della collana Incursioni di Italo Svevo, scritto da Massimo Cracco – appartiene a un ragazzo dal nome che dice essere tedesco, ma che non ci rileva mai per tutto il romanzo. Attorno a lui, nelle frange della Verona bene degli anni ‘70, una schiera di corpi (presenti e materici, oppure fantasmatici, ridotti a mucchi di ossa in un cimitero): una madre che pretende di esser chiamata Laura e giammai ‘mamma’, una sorellina amatissima, morta di leucemia e un amico storico, Nilo, polo attrattivo dell’intreccio, micidiale occhio del ciclone di tutto quanto accade.

Quando la storia ha inizio il protagonista frequenta il liceo e la conoscenza con Nilo è al suo punto di innesto: lo guarda incedere nel mondo e ne ammira la sicurezza, la nettezza dei contorni; ascoltandone i ragionamenti ne stimerà la fermezza, il modo in cui discorre di giustizia, morale e verità. Il loro sodalizio andrà sempre più configurandosi come «apprendistato»: «lui il maestro, io il discente».

Tra le parole della voce narrante s’insinua presto, nemmeno troppo sommessamente, il sospetto che l’ammirazione per Nilo sia imparentata con l’eros, il desiderio passionale, sentimento che quindi travalica l’affiatamento intellettuale e vorrebbe farsi carne, ma questa ammissione non viene mai formulata.

Una volta terminato il liceo, i due scelgono di iscriversi all’Università a Padova, dove la loro frequentazione diviene sempre più rarefatta: due facoltà diverse, giri di amici diversi, Nilo che si fa sfuggente, ritroso, dispotico e irragionevole nell’affermare i suoi ideali reazionari e minacciosi.

Tuttavia, prima del trasferimento avviene qualcosa che li lega vischiosamente: Nilo trascina l’amico in una scorribanda, rendendolo complice di un atto vandalico apparentemente senza moventi né conseguenze. Un giro in Vespa e poi una molotov scagliata in un bastione che si credeva vuoto; in verità ci dormiva un senzatetto, denuncia la prima pagina de L’Arena il giorno successivo: all’uomo sono andate a fuoco gambe e tronco.

Inizia a corrodersi, da questo momento in poi, l’adorazione soggiogata con cui il protagonista aveva sempre guardato a Nilo, il cui gesto era premeditato, e dunque ben più morboso e perverso di come il protagonista aveva voluto pensarlo.
Col suo senso delle gerarchie, degli uomini nati con un destino, di una giustizia sociale che dovrebbe inchiodare ciascuno al proprio posto e col suo odio canceroso nei confronti di tutte le categorie di persone che ritiene ‘deviate’ (da senza fissa dimora a omosessuali, da drogati a prostitute) Nilo si radicalizza in idee sempre più facinorose che, pur se non vengono mai esplicitamente etichettate come appartenenti a un partito o a una fazione, somigliano da vicino a posture neonaziste.

Procedendo per saettanti salti temporali, chi legge assiste all’involuzione dell’amicizia tra i due: è soprattutto Nilo a sottrarsi all’altro, a farsi imprendibile, finché gli eventi non precipitano e assumono proporzioni gigantesche, che non hanno più alcun legame con le bravate giovanili o le battaglie ideologiche a cui il protagonista aveva sempre assistito, pur se marginale e titubante.

Si è parlato finora soprattutto della relazione dei due, che è effettivamente l’asse portante del racconto, ma val la pena precisare che si tratta tuttavia di una narrazione parziale, disequilibrata: nel leggere si è sempre e solo incastrati negli occhi del protagonista, impaludati nei suoi pensieri senza corpo. E, mentre il suo di corpo è continuamente negato e zittito, di contro è presentissimo, voluttuoso e ubiquitario quello di Nilo:

«[…] Nilo attraversa la strada, cammina, svelto ma senza urgenza, è un lieve moto di fianchi, spinto dalla coerenza, guardo Nilo che si mischia con il mondo, lui si volta verso di me, fa un cenno con la testa, mi sorride; penso a come capitalizzare la sua offerta, al perché dell’offerta, il mio ritegno, il mio stare in disparte, la mia sofferenza per quel che mi circonda, questo ci rende simili. Anche Nilo ama la solitudine, penso, il suo saluto è un atto d’amore, l’amore m’imbarazza.» (p. 13)

Esiste una corrispondenza sotterranea tra la trama di Corpi di cristo e gli avvenimenti risalenti alla fine degli anni ‘70 e la prima metà degli anni ‘80, quando la Verona bene è stata teatro dell’azione di Ludwig, sodalizio criminale tra Marco Furlan e Wolgang Abel, colpevoli di una serie di sanguinosi omicidi motivati da ideali molto simili a quelli di cui Nilo s’ammala.

Senza forzare la lettura dei personaggi come alter-ego dei due criminali realmente esistiti, e senza attribuire all’autore l’intenzione di romanzare una ‘storia vera’, s’intuisce comunque la profonda conoscenza di Massimo Cracco di un capitolo doloroso della storia della sua città, qui descritta nelle sue ipocrisie con cristallina implacabilità.

Leggere Corpi di Cristo comporta quindi una discesa negli inferi che tuttavia non ha niente di esoterico, ma è piuttosto una peregrinazione nel Male incistato nel tessuto sociale di una storia recente che non smette di ripresentarsi con recidive e recrudescenze nella contemporaneità.

Dal punto di vista stilistico, Massimo Cracco ha compiuto numerose scelte interessanti: si pensi innanzitutto al punto di vista scelto, che appartiene a un personaggio marginale nelle azioni macchinate e compiute da Nilo, e che però non riesce a recidere davvero il suo legame con lui, né si allevia mai l’ossessione paranoide che nutre nei suoi confronti e che si ripercuote con effetto martellante tra le pagine:

« […] mi giro a guardare il ponte, ha un colore neutro, senza minacce, ma Nilo è l’acqua del fiume che finge indifferenza, è nascosto in un tempo proprio, mi vede, ascolta i miei pensieri; non ho tradito con l’intenzione di farlo, mi dico, Nilo lo sa, mi ha perdonato, no, non è vero, Nilo non perdona mai, Nilo è ovunque, Nilo è qui, incognita da pensare, ripensare, da lavorare; ragionare per un tempo infinito sulla possibilità di Nilo-che-mi-taglia-la-gola, […] trasformarla in identità matematica, decidibile e autoreferenziale, inscrivibile nell’impalpabile tessitura di una melodia che avvicina il reale senza toccarlo; ma la sfida tra possibilità e impossibilità di Nilo non può che ristagnare in un equilibrio stabile, penso, senza un vincitore.» (p. 96)

La lingua è poi trattata con eleganza eclettica: coniuga immagini cristologiche, ragionamenti genuinamente filosofici e parallelismi attinti dalla fisica o dalla matematica. In questa densità che avrebbe potuto isterilirsi in riflessioni cavillose – pagine e pagine in cui non vengono riferiti che i voli pindarici del personaggio – l’autore ha tracciato anche un’escalation di eventi che si accompagna a una poderosa intensificazione emotiva. Un abile bilanciamento, dunque, tra ciò che avviene nella mente del protagonista e agli eventi gravissimi a cui assiste dai margini, preda delle sue insicurezze.

L’effetto ultimo che la lettura lascia addosso è la consapevolezza di aver appena assistito, accadimento dopo accadimento, a un aggrovigliarsi incontrollato di violenza, processo che nel romanzo si è provato a raccontare ma non a dipanare. D’altronde anche lo stesso protagonista, più che cercare di capire fino in fondo i gesti di Nilo, s’interroga sul suo dramma e i suoi irrisolti.

Viviana Veneruso

(immagine in evidenza: foto di pjes da Pixabay)
 

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