Essere presenti nel tempo che cambia: “Marea” di Laura Nicchiarelli

Marea, di Laura Nicchiarelli
(66thand2nd Edizioni, 2026)

Ci sono romanzi che si percorrono e romanzi in cui si entra per restare. Marea di Laura Nicchiarelli, pubblicato da 66thand2nd, appartiene senza dubbio alla seconda categoria: è un libro in cui si varca la soglia, quella di una casa di villeggiatura chiusa per mesi, con l’odore di salsedine rimasto intrappolato nelle stanze e una luce obliqua che solleva la polvere del tempo e che ricostruisce un clima emotivo, una geografia interiore, un tempo sospeso che continua a lavorare dentro il lettore anche dopo l’ultima pagina.

Lo scenario è corale. Non c’è un unico protagonista, ma un coro intimo, un intreccio di voci che si alterna con naturalezza, ciascuna portatrice di una propria tonalità affettiva. La narrazione attraversa più punti di vista che si richiamano e si contraddistinguono, si illuminano a vicenda. Figure su una cartolina leggermente sbiadita – ma forse neanche troppo. È la nostra distanza a farla apparire tale: basta inclinarla verso la luce perché i dettagli tornino nitidi.

Al centro del romanzo c’è un evento condiviso – un’estate, un accadimento: la scomparsa per sette ore di un bambino di cinque anni dalla spiaggia di Punta Alta, nella Maremma, una vicenda cha ha inciso nelle vite di chi c’era – e che continua a riverberare nel presente. Non è tanto ciò che è successo a contare, quanto il modo in cui ciascuno lo ricorda, lo rielabora, lo custodisce o lo altera. La memoria, proprio come la verità, non è mai un blocco monolitico: è una trama fatta di percezioni, omissioni, fedeltà e fraintendimenti.

«C’è forse un altro tipo di immersione in cui è doveroso tuffarsi. Allora prova a scandagliare con la memoria il passato prossimo, accorgendosi di come le azioni quotidiane si siano sovrapposte in tantissimi strati – il presente – mescolando gli anni recenti in una melma indistinguibile» (pag.87).

Le tematiche che compongono questo ricco affresco sono molteplici e profondamente intrecciate: la nostalgia, l’amore, l’amicizia, le relazioni nella loro forma più fragile e più necessaria e quella particolare forma di finzione che non nasce dalla volontà di ferire, ma dalla paura di non saper dire la verità. Relazioni quali l’amicizia sono affrontate in quanto spazio di formazione, un luogo in cui si impara a misurare la distanza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. L’amore, invece, si confonde a volte con la nostalgia, a volte con il rimpianto; oppure con una lealtà che resiste anche alle incrinature. La nostalgia, in particolare, attraversa il romanzo come una corrente sotterranea. Non è un sentimento consolatorio; è una malinconia che punge, che si deposita nei luoghi stagionali e nelle stagioni della vita.

«C’è una malinconia stagnante nei posti di villeggiatura, una nostalgia implicita al loro ruolo di luoghi stagionali: rimangono uguali attraverso gli anni pur disintegrandosi al finire di ogni estate. In attesa dei primi bagnanti, le spiagge se ne stanno vuote e invisibili come reti per farfalle, trappole per sognatori» (pag. 185).

In queste righe si concentra l’essenza di Marea. I luoghi di villeggiatura sembrano immutabili, eppure si sfaldano ogni anno, lasciando dietro di sé una promessa e una perdita. Diventano metafora perfetta delle relazioni: restano come struttura, ma qualcosa si incrina, si trasforma, talvolta si perde per sempre.

Tra le pieghe della narrazione affiora un aggancio letterario di grande forza: L’isola di Arturo di Elsa Morante. Non si tratta di un riferimento ornamentale, ma di un vero e proprio nucleo simbolico. Alcuni personaggi portano il nome Arturo, e in questo rimando si condensa una chiave di lettura significativa. Come nell’opera morantiana, anche qui si avverte il passaggio doloroso dall’idealizzazione alla consapevolezza, dal mito privato dell’adolescenza alla complessità adulta. Se nell’isola di Morante l’infanzia è un regno destinato a dissolversi, in Marea è l’estate condivisa a trasformarsi in mito personale, un’isola interiore da cui non si torna mai del tutto uguali.

La voce di Laura Nicchiarelli è distintiva e ben definita. Il registro è riconoscibile, misurato, capace di alternare una precisione quasi analitica a improvvise accensioni liriche. La scrittura procede per sottrazione e per accumulo: nulla è gridato, tutto si disvela gradualmente. Non c’è un momento di rivelazione eclatante; c’è piuttosto una lenta presa di coscienza che coinvolge i personaggi e, insieme, il lettore. La sensazione è quella di osservare scene attraverso una luce leggermente opaca, che non attenua l’intensità ma restituisce la distanza del tempo. E i dialoghi, vene pulsanti del romanzo, sono dialoghi che non spiegano, ma rivelano; non riempiono, ma aprono crepe. Attraverso scambi si percepiscono tensioni profonde, silenzi carichi, esitazioni che dicono più delle parole pronunciate. E proprio nei non detti che si manifesta la menzogna non voluta: non un imbroglio consapevole, ma un tentativo fragile di proteggere qualcuno – o meglio di proteggersi da quello che si è diventati. Il romanzo dunque suggerisce che spesso non mentiamo per manipolare, ma per paura di perdere un equilibrio già instabile.

Tra le molte linee tematiche, quella che emerge con più forza – e che finisce per toccare corde molto intime – è l’idea dell’essere presenti. Essere presenti in qualche modo. Che cosa significa davvero? Essere fisicamente accanto a qualcuno non equivale necessariamente a esserci sul piano emotivo. Si può condividere uno spazio e mancare l’appuntamento con l’altro. E si può, al contrario, diventare decisivi con un gesto minimo, con una fedeltà silenziosa.

«Magari ti avrei incontrata, non è assurdo pensare che anche tu sia tornata sui tuoi passi, sbalzata indietro da quell’elastico che pur allungandosi fino a un’illusione di libertà torna sempre alla dimensione originale, riportandoci al luogo che ci lega […] allora avrei appurato una volta per tutte la tua assenza dai luoghi della memoria, realizzando che sul serio non ci vedremo mai più e curando finalmente dentro di me l’avvilente vizio di immaginarti ovunque» (pag. 148).

La narrazione sembra suggerire che la presenza non sia perfezione né eroismo, ma responsabilità. Restare nella scena anche quando non si hanno le parole giuste. Non sottrarsi allo sguardo dell’altro, anche quando ci mette a disagio. Leggendo, è difficile non interrogarsi sulle proprie assenze, sulle proprie mezze presenze, su quelle volte in cui si è creduto di esserci e solo dopo si è compreso di esserlo stati a metà. E, insieme, sulle rare e preziose occasioni in cui qualcuno è rimasto – magari in silenzio – ma è rimasto davvero.

«E se il cuore pulsante della storia di Rosa Tornatore fosse proprio ciò che non è accaduto? Il rimpianto, il potere della rinuncia. L’amore mai vissuto in nome di valori altruisti e così salvato dalla scadenza, insomma, l’amore perfetto perché mai corrotto dalla realtà» (pag.108).

Marea è anche una riflessione sul tempo. Sul tempo che modifica le prospettive, che riorganizza i ricordi, che costringe a rinegoziare il senso di ciò che è stato. Il passato non è mai definitivamente chiuso: torna sotto forma di “marea”, ridisegna i confini, lascia nuove tracce sulla riva: «Una marea che risucchia e rilascia il flusso del sangue».

«E cos’è stare insieme se non il privilegio di scandire il tempo, organizzandolo in un sistema comune di unità e comportamenti, come se fossero questi a dover trascorrere e noi a passare inevitabilmente senza lasciare traccia?» (pag. 192).

Non è un romanzo che cerca l’effetto immediato. Chiede lentezza, attenzione, disponibilità all’ascolto. In cambio, offre una trama tenace, che tiene insieme le relazioni e le loro crepe. E quando si chiude il libro, gli occhi possono farsi umidi non tanto per un singolo accadimento, quanto per ciò che si riconosce: quella malinconia stagnante dei luoghi stagionali e delle stagioni della vita, che restano uguali attraverso gli anni pur disintegrandosi ogni volta.

Forse è proprio questo che fa Marea: ci riporta su quella spiaggia, davanti a ciò che abbiamo condiviso con gli altri, e ci costringe a chiederci se siamo stati davvero presenti. Non impeccabili. Non irreprensibili. Semplicemente, umanamente presenti.

Antonella De Cicco

in copertina: Foto di Rebecca Stringer Korpita

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