Perché la scelta di Ishiguro mostra tutti i limiti del Nobel

Ieri avevo ventilato l’ipotesi che finalmente potesse vincere l’Italia, con Magris. Ci speravo, un po’ ci credevo, ma al tempo stesso sapevo che non sarebbe stato facile. Ma non è per questo che la scelta dell’inglese Ishiguro mi ha deluso. Se i tanti, che hanno letto Non lasciarmi o Quel che resta del giorno, stanno esultando per la sua vittoria, io resto perplesso, perché laureare Nobel Kazuo Ishiguro è l’ennesima prova dei limiti evidentissimi di una istituzione culturale quale quella del Nobel.

Non voglio passare per il solito criticone a cui non va bene mai alcun vincitore. Provo a spiegare perché, a mio parere, il Nobel alla letteratura stia perdendo sempre più credibilità, ingolfato da una serie di limiti di cui non riesce a liberarsi, malgrado ogni tentativo.

1.Perché Ishiguro non è da Nobel
Di Ishiguro recentemente ho letto la sua ultima pubblicazione, “Il Gigante Sepolto”. Un romanzo fantasy nella Bretagna del V secolo tra draghi e nubi misteriose. Sono andato a recuperare gli appunti che avevo scritto sull’opera a lettura terminata: “Un libro che a tratti sembrava persino scritto da uno scrittore in erba. A volte passaggi ingenui, trama non sempre che reggeva, personaggi senza caratterizzazioni, senza umanità, poco reali e credibili e privi persino di personalità.”
Sì, sicuramente “Non lasciarmi” è superiore a “Il Gigante Sepolto”, che non rappresenta certo il suo capolavoro. Ma al di là della delusione per questa lettura, trovo che Ishiguro non sia affatto un autore da Nobel. È un autore come tanti altri, molto popolare, privo di un vero e proprio percorso introspettivo, di una filosofia che faccia da filo rosso alla sua produzione, privo insomma di una struttura riflessiva e di ricerca alla base.

2. La sudditanza verso la letteratura inglese
Il vero limite che rappresenta la vittoria di Ishiguro, che per carità, non è certo inferiore a scelte del passato – non ne faccio una faccenda personale, anzi Kazuo mi sta anche simpatico -, è la sudditanza del Nobel per la sfera culturale anglofona. Dal 2000 ad oggi hanno vinto quattro autori britannici, due di nascita (Pinter 2005; Lessing 2007) e due d’adozione (Naipaul 2001 e appunto Ishiguro 2017).
Ad essi si aggiunga l’inglese di Coetzee (2003), la canadese Alice Munro e il noto americano Dylan. In 17 anni, 7 autori di lingua inglese, di cui ben 4 britannici. Mi sembra un po’ troppo. Da cui deriva il 3° punto.

3. Il limite a non saper guardare oltre
Va bene, forse non sudditanza, sarebbe maligno ed estremo da pensare. Poniamola come un limite a non saper andare oltre. Un limite inteso proprio come circoscrizione all’interno di confini limitati. Perché indugiare sempre sulla letteratura inglese? (E il problema si pone anche per quella francese, altro caso d’abusi di premiazione.) Perché ignorare la prestigiosissima letteratura italiana? così come la meritevolissima letteratura africana? oppure l’antichissima letteratura mediorientale? o ancora sudamericana?
Il problema vero e proprio è che il Nobel si prefigge di premiare l’eccellenza della letteratura mondiale, ma sta dimostrando d’essere un premio localistico, che premia solo un unico tipo di letteratura.
Ma non è tutto.

4. Il grottesco tentativo di piacere…
Nella scelta di Dylan prima e di Ishiguro ora, avverto come la sensazione di rimediare alle accuse di scelte sforzatamente impopolari che erano piovute negli ultimi anni, dopo Munro, Modiano e Aleksievic. Quasi un tentativo grottesco e buffo di piacere, di risultare forzatamente popolari. Dylan, si sa, è uno dei cantautori più noti al mondo; Ishiguro è un autore molto conosciuto, anche solo per le trasposizioni cinematografiche, letto tantissimo nel mondo, niente affatto di nicchia. Ecco, la nicchia. Parola chiave. Le scelte degli ultimi due anni in particolare sembrano il tentativo di scrollare dalle spalle del Nobel e degli autori premiati quella estraneità ai più, quella reputazione d’essere di nicchia e per pochi. Ed è un tentativo grottesco perché non riuscito: nel premiare Dylan e Ishiguro si scelgono autori famosissimi, che però sono controversi, perché da tanti reputati sì famosi ma non per questo da Nobel. Sono davvero gli autori viventi più grandi degli ultimi due anni? La risposta, va da sé, è no. Forse meglio Roth per l’America, Barnes per l’Inghilterra o Murakami per il Giappone? Se si vuol premiare queste regioni geopolitiche,popolari per popolari, almeno…

5. …e di ammodernarsi
Vedo anche un tentativo disperato di adeguarsi al nuovo, di uscire dall’avvertita sensazione di stantio: Ishiguro e Dylan sono autori apprezzati molto anche dalle nuove generazioni, Ishiguro poi è relativamente giovane a livello anagrafico (in base agli standard del premio 63 anni è piena pubertà).
E al tempo stesso un tentativo di cambiare la logica interna: 2015 una giornalista, 2016 un cantautore, 2017 un autore che fa romanzi di genere come fantasy e distopico.
Ma nel suo cercare il moderno, il nuovo, il cambiamento, non si fa che riflettere limiti di vecchia e lunga data (come appunto la limitazione alle stesse letterature).

6. Considerazioni conclusive
Cosa traggo in conclusione da queste considerazioni?
Che forse è giunto il momento di convincerci che il Premio Nobel non gode dell’autorevolezza che da sempre gli conferiamo. È una istituzione con gravi limiti (sempre avuti, ma ora stanno ritornando a galla), che non ha ben chiaro quale sia la sua identità. La gestione da parte dell’attuale commissione dell’Accademia di Svezia, soprattutto da quanto nel 2015 è stato eletto segretario permanente Sara Danius, è una gestione traballante, amorfa, discutibile. Non sanno bene neanche loro quale strada prendere, c’è poca autenticità e troppa voglia di sorprendere e compiacere.
Il Nobel per la letteratura non ha ormai la portata universalistica che paventa, ma che resta localistico e circoscritto, con sporadiche migrazioni saltuarie (come la Cina di Mo Yan e la Bielorussia della Aleksievic), e soprattutto non ha più ormai la pretesa di premiare il migliore, perché quello della meritocrazia è un criterio ormai affossato sotto molti altri strategici.
Non resta che convincerci che il Nobel è ormai un premio come altri, né più né meno, e che forse forse non sbaglia lui ad essere com’è, ma noi (cioè non so voi, io di certo) a reputarlo più di quello che è.

– Giuseppe Rizzi –

5 risposte a "Perché la scelta di Ishiguro mostra tutti i limiti del Nobel"

  1. E adesso perché sarebbe un demerito premiare un autore di fantasy e distopico? Se non è tradizionalista questa considerazione non so cos’altro lo sia.

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  2. Non ho mai scritto, detto o pensato che sia un demerito premiare un autore di fantasy e distopico. Che sia un autore di fantasy e distopico l’ho segnalato solo per evidenziare che la sua vittoria rappresenta in qualche modo una scelta inedita e nuova per il Nobel, che non ha mai o scarsamente preso in considerazione autori di genere. “E al tempo stesso un tentativo di cambiare la logica interna: 2015 una giornalista, 2016 un cantautore, 2017 un autore che fa romanzi di genere come fantasy e distopico.”

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  3. Concordo su Claudio Magris, penso che Abraham Yehoshua sarebbe un ottimo candidato…
    Di Roth ho letto relativamente poco, quindi non so dire se sia superiore o inferiore a Ishiguro, ma Barnes e soprattutto Murakami li reputo decisamente inferiori. Murakami per quanto mi riguarda non dovrebbe nemmeno essere nel catalogo di Einaudi.
    Ishiguro non sarà forse il miglior narratore vivente in assoluto, ma non mi è affatto dispiaciuto il Nobel dato a lui: per quanto sia popolare, mette in luce dei sentimenti puri, spesso accantonati in virtù di un presunto stile che giustificherebbe la mancanza di contenuto.

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