L’inganno del “thinking outside the box”: ve lo spiega Hobbes.

Vi sarà sicuramente capitato di parlare con una persona che usa inglesismi inutili e propone luoghi comuni al posto di soluzioni. E sicuramente vi sarà capitato di incontrare quello che, dopo due ore passate ad esporgli una problematica, ti liquida dicendo: “Beh, devi pensare fuori dallo schema”. Facilissimo, peccato che mai nessuno di questi illuminati soggetti ti dica come si faccia a pensare “fuori dalla scatola”.

Allora, ragioniamoci: quale schema? No, perché per pensare fuori da uno schema devi anche avere chiaro in mente quale sia, ‘sto benedetto schema. Se la persona che ti dice di pensare fuori dallo schema avesse un minimo di nozioni logico-filosofiche, saprebbe che un sistema può trovare soluzione quando lo si delinea attraverso degli assiomi ben specificati. Il guaio è che una volta creato il sistema, questo si risolve solo creandone un altro più grande che contenga il primo. Insomma, comunque la si metta si finisce per “pensare in una scatola”. Verrebbe da dire, allora, che siamo noi esseri umani a pensare per schemi, e che le soluzioni si trovano soltanto quando ci si dimentica di questi ultimi. Sì e no: perché se siamo naturalmente predisposti a pensare per schemi, possiamo anche dimenticarci di esserci dentro ma questo non fa sì che possiamo scapparne.

Come fare allora? Come facciamo ad accontentare il presuntuoso che ci ha appena suggerito di pensare “Outside the box” (lo scrivo in inglese perché, si sa, se uno così ti dice una cosa del genere probabilmente è quel tipo di persona che usa inglesismi without any reasons why)? Per uscire dallo schema, la soluzione la si deve trovare dentro. Sì, perché lo schema ha un’unica soluzione possibile, e più ci si allontana da esso più si è lontani dal trovare una soluzione. Il sistema è uno, la soluzione anche. Wittgenstein diceva che quando si pone una domanda (e quindi si cerca di sistematizzare qualcosa), entro di essa vi è già la risposta; è la domanda stessa, per come è posta, a condizionare la sua soluzione. Ancora una volta: la soluzione è dentro, non fuori.

Ora arriviamo ad Hobbes, che ho citato nel titolo: cosa c’entra? C’entra, c’entra; e per capirlo, bisogna dare uno sguardo al Leviatano. Non pretendo che qualcuno di voi lo legga: sono qui per spiegarvi.

In modo molto semplice posso dire che il Leviatano ci racconta di come gli uomini, nel loro stato naturale (non pensate alle scimmie, parlo di uno stato naturale in quanto primario, scevro da sovrastruttura sociali, in questo caso politiche) sono in uno stato di guerra di tutti contro tutti (ma questa cosa la si sa anche per sentito dire). Nonostante questo, però, in questo stato di natura ogni persona, nel suo intimo, desidera la pace e la tranquillità. Addirittura, per Hobbes sembra che questa sia una “legge di natura”. È la paura di morire che impedisce agli uomini di mettere in pratica questo desiderio così intimo. In più, Hobbes ci dice che a causa di questa condizione di totale insicurezza e paura le persone non riescono a fare “patti”. In che senso? Nel senso che se io vivo in uno stato naturale, in cui tutti gli uomini hanno il diritto di fare tutto ed appropriarsi di tutto ciò che desiderano, anche della mia stessa vita, dovrei essere molto stupida a pensare di stringere un patto commerciale con qualcuno, col rischio magari che questo si prenda i soldi e scappi lontano senza avermi dato la merce che avevo pagato, sol perché poteva farlo e restare impunito. In uno stato del genere, dove la trovate una soluzione? Il cretino menzionato all’inizio dell’articolo direbbe ancora: “Beh, facile: pensare fuori dallo schema!”. Grazie, risponderemmo noi. Ma se tutti sono in uno stato di natura in cui è impossibile anche solo avanzare, come fai addirittura a pensare di uscire? Per Hobbes la soluzione è interna: stringere un patto speciale con tutti contemporaneamente che sottometta tutti, contemporaneamente, alla stessa sovranità. Ho detto “sovranità” e non “sovrano”, perché qui il trucco è che non importa chi “interpreta” la parte del sovrano, ma l’importante è che vi sia una sovranità che vegli sui diritti e sulle leggi. Qual è il punto? Hobbes non esce dallo schema, ma lo rovescia: io uomo cedo il mio diritto a spadroneggiare su tutto e tutti, e in cambio ottengo la realizzazione del desiderio di pace che mi governa, perché tutti assieme a me cederanno i loro diritti ad avere tutto e tutti. Hobbes ha pensato fuori dallo schema? No! Non credo ci sia esempio più calzante di questo, di uno che ha pensato assolutamente dentro lo schema e ha avuto ugualmente un’idea geniale.

Allora, in conclusione, cosa rispondere al cretino di turno che ci dice che non pensiamo abbastanza fuori dagli schemi? Gli si risponderà che lo schema lo si rovescia, lo si capovolge, lo si stravolge e lo si rivoluziona, ma tutte queste cose si fanno sempre da dentro. Perché? Perché lo schema è come il problema di matematica al liceo, quello a cui si deve dare una soluzione. Per risolvere quei problemi non c’era assolutamente bisogno di andare a cercare la soluzione nelle tracce degli altri problemi, era tutto scritto lì: aveva la sua risposta all’interno. Così le risposte alle domande del mondo (fisica, biologia, filosofia, matematica e così via) non sono altro che visioni originali della domanda cui sono accostate. Non serve pensare fuori dallo schema, ma sapersi porre le domande giuste, in modo giusto; se si è fatto questo, la risposta sarà sempre una e una sola.

leviatano

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