L’ultimo romanzo di Andrea Piva, ovvero l’Odissea di un aspirante ricco

L’animale notturno, di Andrea Piva 

Se c’è qualcosa che ho imparato sui libri nella mia quindicennale carriera di lettrice, è che non necessariamente una storia ha bisogno di essere originale per funzionare: ci sono delle strutture, degli archetipi e dei personaggi che funzionano sempre, se trattati da mano sapiente, e uno di questi topos è quello del giovane di belle speranze che affronta la grande città col proposito di fare fortuna.

L’ultimo romanzo di Andrea Piva, L’animale notturno, edito da Giunti, si colloca in questa categoria e al contempo sin dall’incipit è chiaro che si tratti di un’opera dissacrante e non convenzionale.

cop_high_l_animale_notturnoIl giovane protagonista in questione è Vittorio Ferragamo, regista di opere di discreto successo che cerca di dare una svolta alla sua carriera che sembra essere arrivata ad un punto morto dopo un aspro litigio con il suo ex socio. Su come portare la propria vita al massimo, Vittorio non ha dubbi: è necessario diventare enormemente ricco. Sembrerebbe un proposito fumoso e poco concreto, se non fosse che il determinato artista organizza un piano sistematico per raggiungere l’obiettivo, il cui primo passo consiste nel fingere di possedere la ricchezza a cui agogna.

Inizia così un’Odissea tragica e divertente al tempo stesso tra le vie più costose della Roma benestante in cui Vittorio cerca e trova un appartamento che non può permettersi. L’avventura dell’ambizioso protagonista è raccontata in una fluida prima persona che coinvolge il lettore e muove la prosa con il ritmo stesso degli eventi. Proprio come all’inizio del romanzo Vittorio non ha idea di dove lo porteranno le sue azioni, chi legge segue la trama tra festini a base di cocaina, incontri sessuali con ragazze annoiate e improbabili conversazioni con anziani ricchissimi senza avere un’idea ben precisa di dove sta andando la storia e di quel che sta succedendo.

Per le prime cento pagine si ha la sensazione di muoversi in un limbo di eventi di cui non è ben chiaro il filo conduttore, ma quando questo si rivela sotto le vesti del gioco del poker tutto il percorso iniziale acquista significato. L’animale notturno è quindi un romanzo che parla di gioco d’azzardo, e lo fa anche in termini estremamente precisi e tecnici, eppure è esente da tutti i difetti che caratterizzano di solito le opere con questo tema: non ci sono invocazioni della fortuna, niente forze misteriose che agiscono nelle partite all’ultimo minuto né tentativi di innescare tensione. La narrazione a posteriori rende il tono di Vittorio estremamente lucido, autocritico e consapevole, scanzonato senza perdere una certa tragicità.

D’altra parte il poker non è che un mezzo per crearsi un obiettivo da raggiungere in una Roma che, dietro le facciate scrostate dei suoi palazzi apparentemente costosi, appare vuota, squallida e insidiosa, tanto che Vittorio perde presto i contatti con tutti gli esseri umani che la popolano a parte il suo vecchio mentore del gioco. Solo in una città in cui nessuno è come appare di primo impatto e le sensazioni che apparivano vivide di notte perdono ogni significato la mattina successiva, il suo unico mezzo per sopravvivere è rinchiudersi in una routine gelida e priva di vie di fuga.

La forza di questo romanzo è la narrazione fluida, inarrestabile e avvincente che cattura grazie all’ironica e spietata sincerità di Vittorio, comicamente e tragicamente posto davanti al dato di fatto di un’esistenza mediocre dalla quale l’arte non può costituire più una via di fuga.

Il finale dolceamaro lascia il lettore privo di certezze e di garanzie su ciò che è giusto e ciò che non lo è, ciò in cui si può sperare e ciò da cui è meglio desistere. Travolti dal mare dell’incertezza, al termine del romanzo sappiamo solo che aspettiamo con entusiasmo il prossimo romanzo di Andrea Piva per trovarci un tentativo di risposte.

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