“Umami”, ovvero il delizioso sapore della malinconia

Umami è il primo romanzo della giovane scrittrice messicana Laia Jufresa, edito in Italia da SUR. Umami è anche una parola dolce e sibillina: il suo suono misterioso permea le pagine del romanzo e non si riesce mai a coglierne fino in fondo il significato. L’umami è il quinto sapore di cui non sospettiamo l’esistenza e un tentativo di traduzione dal giapponese di questo termine potrebbe essere delizioso. Proprio come la parola delizioso finisce per assumere significati diversi a seconda dell’umore e dello stato d’animo di chi la pensa, umami è un termine multiforme e le ricche pagine di questo romanzo lo lasciano avvolto nel mistero.

umami_copertinaLa struttura dell’opera non è particolarmente originale e, in primo approccio, ho temuto una sensazione di déjà vu: la narrazione si alterna su più piani temporali nell’arco di circa quattro anni e abbraccia, dal punto di vista di cinque voci narranti diverse, le vite degli abitanti di un comprensorio di abitazioni, ognuna delle quali si chiama come uno dei cinque sapori percepibili dagli umani: Dolce, Salato, Amaro, Acido e Umami. Come spesso accade in questo tipo di romanzo, ognuno dei personaggi ha stranezze più o meno accentuate e affronta un dramma irrisolto che si dipana nel corso della narrazione. Umami riesca a distinguersi dalla massa di romanzi basati su queste caratteristiche e a diventare un’opera pregevole e piacevole grazie alla nitidezza dei personaggi e alla prosa sincera e fresca che li racconta.

Nelle case Dolce e Salato vive la famiglia di Ana, una ragazzina amante della lettura che affronta l’atmosfera di lutto in cui è sprofondata la sua famiglia dopo la morte della sorella minore Luz coltivando il suo giardino con la milpa, il metodo di coltura tradizionale mesoamericano.

Nella casa Amaro c’è Marina, una studentessa di design di cui si intravedono tra le righe trascorsi di instabilità psichica e che inventa colori per descrivere le sfumature della vita di ogni giorno e non sa mangiare bene.

Nella casa Acido vive Pina, la migliore amica di Ana, con suo padre Beto, dopo che sua madre li ha abbandonati entrambi, un giorno, lasciandosi dietro solo una misteriosa lettera.

Infine, la casa Umami è abitata da Alf, il padrone del comprensorio, vedovo da poco, che passa le sue giornate a scrivere al computer tutto ciò che gli viene in mente su sua moglie. Alf è un antropologo specializzato nell’alimentazione delle popolazioni preispaniche e ha condotto studi sull’umami: è lui, quindi, a introdurre questo concetto nella storia, a spiegarlo con parole sempre diverse e a introdurci alla sua sostanziale inesplicabilità.

Le vite dei personaggi si intrecciano mentre ognuno di loro è impegnato ad affrontare una perdita e una mancanza che appaiono a tratti troppo ingombranti per essere portate insieme: come si può pensare che la vita continui a scorrere senza una figlia, senza una moglie, senza una madre?

tongue-umamiLaia Jufresa non pretende di dare una risposta a questa domanda. Anzi, dalle sue parole sembrerebbe che semplicemente non si può riprendere a vivere dopo l’abbandono di una persona amata e, se uno spiraglio di speranza si apre nelle pagine finali, è comunque molto flebile ed esitante. Al contrario, Umami è un romanzo in cui il lutto ha un ruolo centrale. Alf non cerca di dimenticare sua moglie Noelia, non cerca neanche di costruirsi una vita senza di lei o di dare un senso ai suoi ultimi anni: la ricorda e basta, perché per lui non può essere altrimenti. Linda, la madre di Ana, ha fermato la propria vita dopo la morte della figlia con la stessa caparbietà con cui pretende che quella degli altri suoi figli vada avanti. Pina ripercorre gli ultimi giorni passati con la sua famiglia al completo e non riesce a colpevolizzare quella che è a tutti gli effetti una madre non da avere ma da ricordare.

Nonostante ciò, Umami non è un romanzo triste: è anzi una storia variopinta e affollata di personaggi secondari appena abbozzati, parole scintillanti e gustose, storie di antichi cereali e aneddoti che da soli potrebbero costruire dei romanzi a parte. Ed è forse proprio nella tremenda e travolgente ricchezza di dettagli che l’autrice ha nascosto l’umami del titolo: umami è qualcosa che si addenta e il cui sapore si espande a partire dal centro della lingua, e le pagine di questo romanzo costruiscono una fetta di mondo così normale, densa e scoppiettante che non si può che rimanere incantati e sommersi dal turbolento scenario della vita che descrive.

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