Il vuoto di Dio

Il male più oscuro di Giuseppe Berto

Molti scrittori, troppi, si sono affannati a uccidere Dio, ma pochi di essi sentono lo spaventoso vuoto che questa morte ha lasciato in tutti noi: io sono nel dramma di questo vuoto[1].

 

Un grumo di inquietudine esistenziale e religiosa pulsa nelle pieghe dell’animo di Giuseppe Berto (1914-1978), con una insistenza tale da poter assumere i contorni di cifra distintiva della sua vita. Dai primi esordi letterari fino all’ultimo romanzo, mandato alle stampe poche settimane prima della morte, Berto ha raccontato in molti dei suoi personaggi la solitudine dell’essere umano incapace di rassegnarsi all’assordante silenzio di Dio.

La vita di questo autore piuttosto odiato al tempo e tutt’ora poco letto (anche se una rivalutazione critica della sua opera si sta consolidando proprio in questi anni), può essere riassunta in poche parole: la guerra, la malattia, la gloria. L’esperienza di volontario con le “fascistissime” camicie nere in Africa nel 1942-43 si concluse con la cattura e l’internamento in un campo di prigionia in Texas. Fu in queste condizioni tragiche che emerge in Berto l’esigenza della letteratura: dietro il filo spinato furono scritti i primi due romanzi. In seguito il senso di colpa per aver combattuto la seconda guerra mondiale dalla parte sbagliata della Storia ed il complesso edipico nei confronti del padre gettano Berto in una profonda nevrosi da angoscia, dalla quale emergerà dopo un decennio.

Il suo romanzo più conosciuto, Il male oscuro, racconta l’esperienza della crisi psicologica e rende anche testimonianza di una sorta di ipertensione alla gloria: un vero e proprio  “chiodo fisso” della sua esistenza, nonché un aggravante della malattia. Dalla nevrosi Berto non guarì mai definitivamente ma imparò a conviverci: la medesima cosa si può dire che sia accaduta per quanto riguarda la “gloria”. Inizialmente si trattava solamente di ambizione al successo letterario, tuttavia in seguito il termine assunse significati molto più complessi, riconducibili ad una tensione metafisica, spirituale, etica.

In tutta la sua produzione letteraria le problematiche religiose sono una componente non secondaria, più o meno affiorante nelle pagine dei romanzi fino al 1972. Occorre premettere che il sentimento religioso in Berto è inscindibile da un’acuta coscienza del male: che sia la guerra (Il cielo è rosso e Le opere di Dio), la malattia psicologica (Il male oscuro), o il cancro (Anonimo veneziano), esso spinge i personaggi ad una problematica ricerca della trascendenza, fra bestemmia e preghiera, gnosticismo e malinconia. Negli ultimi anni di vita il tormento spirituale va oltre i riecheggiamenti o le citazioni bibliche ma informa di sé intere opere.

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È il caso di un dramma teatrale dal titolo già di per sé esplicativo: La Passione secondo noi stessi. Una piéce che mette in scena una polifonia di interpretazioni della Passione di Gesù condotte da personaggi antichi (fra i quali Giuda) e moderni, i quali giungono a discutere di ciò che resta di Dio nella contemporaneità. Dio è morto ma ne è rimasto un bisogno istintivo, striato da venature nostalgiche come nei confronti di un grande mito del passato che, ormai decaduto, non cessa di esercitare un incontenibile fascino sul presente e di provocare un’enorme sensazione di vuoto:

c’è il vuoto che Dio ci ha lasciato, e anche questo è parte della nostra sofferenza e smarrimento. Dobbiamo avere una religione senza Dio. Lasciatemelo dire con parole non mie. Io non ne sarei capace. (Recita) Alla fine, Dio caro, te ne sei dovuto andare. – Licenziandoti, la tua assenza ci ha fatto rinsavire. – Conserviamo per mostra il vino e il pane… – Eppure la nostra oscura decadenza lamenta ancora – che l’uva sia sol uva e grano il grano. – Conserviamo per mostra il vino e il pane[2].

Pur consapevoli della sua assenza, non riusciamo a dismettere segni rituali ormai privi di significato, il vino, che non è più Sangue, e il pane, che non è più Corpo. Li conserviamo perché forse ci ricordano malinconicamente una fede ed una sincerità perduta, ed allo stesso tempo perché ci ammoniscono di una mancanza ontologica e metafisica che continua a spingere gli uomini alla ricerca di una trascendenza.

Le inquietudini religiose dell’autore conducono all’impianto di una teologia «astratta», negativa:  propria di chi non crede in Dio ma non riesce a farne a meno; di chi sente la mancanza di fede come ansia di fede.

Le origini di tali riflessioni sono il mistero della morte e la presenza del male ingiustificato nella vita. Sono due temi fondamentali dell’ultimo (e grande) romanzo di Berto, La gloria, una riscrittura “apocrifa” di alto valore letterario del tradimento di Giuda. Il libro, stampato nel settembre 1978, uscì pressoché in concomitanza della morte dell’autore, definendosi, in tali circostanze quasi postume, come una sorta di testamento lasciato ai posteri. L’esistenza di Giuda si è consumata nell’attesa dell’Eterno, la sua non è solamente un’inquietudine religiosa ma una vera e propria angoscia, un logoramento incessante delle proprie capacità fisiche e intellettuali. La ricerca è sfibrante, la voce di Giuda si leva dal deserto alle profondità del cielo, ma le domande restano disattese:

Tutta la notte, o Eterno mio Dio, soffocata l’impazienza ma non la febbre, t’interrogai: prosternato, sgomento, anelante. Stendi su quelli che t’amano la tua grazia, e sui puri la tua bontà.

Io non sono impuro, o Signore, e ti amo.

Sei la salvezza dei credenti, e io credo. Sei l’Uno, il Nome. Sopra di me, nella distesa dei cieli, le stelle da te create nel quarto giorno presiedono alla notte, sconfinata immensità: e sei tu. E dentro di me l’animo mio, altra sconfinata immensità, dato che mi volesti a tua immagine. E se sono tanto dibattuto dentro l’animo mio, anche questo è a tua somiglianza perché in te, Adonai, ci sono predilezioni e ripugnanze, abbandoni e recuperi, pazienza e insofferenza, la tua imperscrutabilità è luce e mistero, smarrimento e meta, ma sempre santità, mentre il mio spirito è tortuosità e voragine, e umana sofferenza, ma chi, se non tu, m’ha messo in cuore così smisurato affanno? […]

Allora rispondi, Eterno mio Dio: sono io il Messia, il Re promesso, l’Unto?

Se non mi dai un segno, come posso esserne certo? […]

Non lasciarmi Signore […]. La tua voce penetra nel deserto, colma le valli, fa tremare le acque, scuote dalle fondamenta il monte di Sion.

O la tua voce è silenzio? [3]

Il successivo incontro con Gesù non porta conforto e certezze all’apostolo, ma ulteriore turbamento. Giuda viene catturato dalla malia dei suoi occhi, segue il Rabbì non per fede ma per un sentimento che scopre poco a poco dentro di sé e che decide della sua stessa esistenza: Giuda segue Gesù per amore, e per amore lo tradisce, rendendosi conto che, se la morte di croce era necessaria per salvare l’umanità, altrettanto necessario doveva essere il tradimento. Nell’attimo in cui il Rabbì, offrendogli un boccone di pane durante l’ultima cena, lo sceglie per la sua missione di morte, Giuda sente finalmente il fuoco della fede dentro di sé. Ma è il calore di poche ore: Gesù muore in sofferenze indicibili e non succede nulla, il Regno dei Cieli non si manifesta sulla terra. Al delatore non resta che impiccare a un fico la propria fede, nel segno di una rivelazione niente affatto consolatoria:

qual è la filosofia della mia generazione? […] Non che Dio è morto, un punto come questo è già stato sorpassato molto tempo fa. Forse bisognerebbe formularlo così: la morte è Dio. Sei dunque ancora splendidamente moderno, Gesù di Nazareth, e temo che continuerai a esserlo, finché l’umanità non avrà trovato il modo di raggiungere la fine dei tempi, o, come dicevi più volentieri Tu, la gloria[4].

 

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Salvador Dalì, Cristo di San Giovanni della Croce

 

Adriano Cecconi

————

[1] D. Porzio, La speranza come estremo messaggio, in «Epoca», 11 novembre 1978, p. 59. Si tratta di un’intervista rilasciata da Giuseppe Berto una settimana prima della sua morte.

[2] G. Berto, La Passione secondo noi stessi: un atto preceduto da un prologo, Milano, Rizzoli, 1972, pp. 122-123.

[3]G. Berto,  La gloria, Milano, Mondadori, 1997, pp. 30-31.

[4]Ivi, p. 39.

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