Vite che si sfiorano al Reykjavìk Café

Reykjavìk Café, di Sólveig Jónsdóttir 

(Sonzogno)

Hervör è una giovane donna insoddisfatta, legata da un rapporto mai chiaramente definito a un uomo molto più grande di lei, e a un lavoro al di sotto delle potenzialità offerte dalla sua laurea in economia e commercio.
Silja può andare fiera della sua vita: a soli ventisette anni si è già affermata nel campo della medicina e ha trovato l’amore in un matrimonio che, tutto sommato, sembra essere abbastanza soddisfacente. Almeno fintanto che Silja riesce a non tornare con la mente all’antico ricordo di un tradimento ufficialmente perdonato, ma mai dimenticato.
Mìa è profondamente innamorata del suo uomo, anche se ultimamente i rapporti sembrano essere sempre più critici, mentre trova un po’ meno soddisfazioni nel lavoro di commessa in un negozio di vestiti.
Karen vive divisa tra nottate di alcool e sesso occasionale e giornate di vizi e premure da parte di due nonni fin troppo amorevoli. Non si sente ancora pronta a liberarsi della distruttiva routine in cui è precipitata la sua vita dopo che questa è stata sconvolta da un tragico e traumatico evento.

rekiavik-coverHervör, Silja, Mìa e Karen non sanno niente le une delle altre e per tutto il corso del romanzo continueranno a non conoscersi mai davvero. Le loro storie si sviluppano in autonomia, toccandosi e intrecciandosi involontariamente. A dispetto del titolo, il punto di contatto non è il “Reykjavìk Café”, ma l’intera capitale islandese: è qui che si delineano i ritratti di storie semplici e ordinarie, ma non per questo meno coinvolgenti. Il romanzo inizia narrando di quattro quotidianità sconvolte da quattro eventi inaspettati, e del travagliato percorso per rimetterne insieme i cocci, sperando così di poter ricominciare da capo.

Le storie narrate sono schegge di vite comuni, drammi quotidiani raccontati attraverso uno stile lineare e ben curato. In questa semplicità si riconosce uno dei grandi pregi del romanzo: il lettore prova inevitabilmente un’accesa empatia nei confronti delle protagoniste che, in virtù anche della pluralità di situazioni narrate, spingono a immedesimarsi nelle loro storie. Venire tradite dal proprio partner, veder interrompere una relazione dopo anni di sentimento e fiducia, dover affrontare un lutto o l’incapacità di dare un senso alla propria vita — sono queste le banali tragedie della vita umana, e “Reykjavìk Café” ce le presenta attribuendo loro il giusto ruolo, non sempre facile da cogliere: si tratta solo di momenti di passaggio. E il messaggio di fondo, che non abbandona il lettore nemmeno nei momenti più neri delle vite delle protagoniste, è che c’è sempre la possibilità di rimettersi in piedi e ricominciare. “Reykjavìk Café” è un romanzo denso di speranza.

Ulteriore punto di forza dell’opera consiste nell’escamotage di costruire un intreccio tra le vite dei personaggi. Sono la prima ad apprezzare molto quei romanzi che assumono la struttura di catene di storie, interesse che mi ha spinto fin da subito a riconoscere il valore della struttura narrativa di  “Reykjavìk Café”. Devo premettere che in realtà la catena è gestita in maniera veramente molto semplice, con riferimenti spesso quasi casuali alle vicende vissute dagli altri personaggi — talvolta certe riprese sembrano addirittura forzate. Anche se non si tratta di un’operazione letteraria molto raffinata, la sua semplicità e la sua leggerezza sono perfettamente coerenti con l’atmosfera della storia; alcuni punti di contatto sono fondamentali e ben gestiti, e l’intreccio in sé è un’ottima trovata per tenere sempre viva l’attenzione.

Il finale è il momento che convince meno: dopo aver speso le giuste parole per trattare con cura e attenzione ciascuna storia, spingendo il lettore ad affezionarsi alle protagoniste, il romanzo si interrompe con una certa frettolosità. La decisione di non accompagnare i personaggi fino alla chiusura definitiva dei loro momenti di passaggio è lodevole, ma le ultime informazioni sulle strade che hanno deciso di intraprendere ritengo siano state suggerite troppo sbrigativamente. Inoltre, pur apprezzando la filosofia intrinseca all’opera secondo cui dopo un periodo nero della vita tonerà sempre il sereno, alcune trovate sono addirittura fin troppo ottimistiche e casuali.
In conclusione, come romanzo d’esordio Reykjavik Cafè presenta grandi potenzialità. Talvolta mostra un tratto un po’ ingenuo, compensato però da un’atmosfera sempre estremamente dolce e delicata, che rende la lettura piacevole e intrigante. È una di quelle opere che riescono a coinvolgere appieno il lettore senza sforzarsi di raccontare lo straordinario o ricercare particolari stratagemmi stilistici.

(di Anja Boato)

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