La letteratura lettone e il lavoro della traduttrice: intervista a Margherita Carbonaro

Da poche settimane è in libreria Il latte della madre di Nora Ikstena (Voland), una delle prime opere lettoni ad approdare sul mercato italiano. La traduzione del romanzo è stata curata da Margherita Carbonaro, germanista legata alla Lettonia per storia famigliare oltre che professionale e già traduttrice di Come tessere di un domino di Zigmunds Skujins, pietra miliare del Novecento lettone pubblicata recentemente da Iperborea.
Abbiamo chiacchierato con lei sul ruolo de Il latte della madre nell’oceano da noi totalmente insondato della letteratura lettone e, in generale, sul lavoro di traduttrice.

Il latte della madre racconta una storia intima come un rapporto tra madre e figlia, eppure nel farlo abbraccia la storia della seconda metà del Novecento lettone e descrive una Paese della cui cultura in Italia si sa ben poco. Quanto ritiene che quest’opera sia rappresentativa della cultura e della storia lettone?

Il latte della madre ha avuto un grandissimo successo in Lettonia proprio perché è stato accolto e recepito come un libro molto rappresentativo, importante. Nora Ikstena descrive la Lettonia nei decenni che vanno dal 1944, quando le truppe di occupazione naziste si ritirano ed entrano nel paese quelle sovietiche, e il 1989, che non è solo l’anno della caduta del muro di Berlino ma, sul Baltico, anche quello degli oltre due milioni di persone che tenendosi per mano e invocando libertà formarono un’ininterrotta catena attraverso i tre stati: Estonia, Lettonia, Lituania. Il libro è uscito nel 2015 all’interno di una serie di romanzi sulla storia lettone del Novecento, un progetto collettivo di scrittura storica che ha visto coinvolti tredici autori. L’idea del romanzo Il latte della madre, anzi la necessità di affrontarlo e scriverlo, è qualcosa che Ikstena afferma di aver portato in sé per molti anni. Con intelligenza e sensibilità Ikstena ha saputo raccontare una storia molto personale, e in parte autobiografica, toccando le corde più intime dei suoi lettori. Moltissimi, leggendo il libro, vi hanno riconosciuto l’esperienza della propria generazione o di quella dei propri genitori: l’esperienza di una vita asfittica nella gabbia sovietica, l’oppressione diretta o anche solo il desiderio frustrato di libertà e di uno sviluppo libero di sé. Temi certo non nuovi, ma sviluppandoli Ikstena ha saputo scoccare una freccia che ha colpito in maniera particolarmente diretta e bruciante, provocando la sensazione: questo libro parla davvero di me e di noi. In questo senso penso che per il lettore italiano il romanzo possa essere un’occasione di avvicinarsi non solo a un’autrice di grande statura ma anche a un paese da noi poco conosciuto e alla sua storia recente.

Nella versione anglosassone del romanzo il titolo è stato tradotto come Soviet Milk, lei ha invece scelto una traduzione più vicina all’originale. Cosa pensa della scelta inglese e quale ruolo ha il titolo nell’interpretazione del romanzo?

Soviet Milk mi sembra un buon titolo in inglese, ma Il latte sovietico sarebbe stato in Italia un suicidio editoriale. Gioca in questo anche la posizione dell’aggettivo, credo, e la sua brevità in inglese. A parte queste considerazioni, con Soviet Milk l’accento cade fondamentalmente sull’aspetto storico del romanzo. Il latte della madre è meno perentorio e più allusivo, e pone già sulla copertina del libro il rapporto delicato tra madre e figlia. Con Voland abbiamo riflettuto a lungo sul titolo italiano, pensando anche ad altre possibilità che comprendessero o meno la parola “latte”. Il titolo originale è bello e molto conciso, il lettone non ha articolo e declina i sostantivi: Mātes piens. Piens, il latte – il latte negato, il rifiuto del latte, l’acqua calda come il latte – è un simbolo importante che riunisce le due linee, quella della storia personale e quella della Storia pubblica. Sono contenta che alla fine abbiamo deciso di restare vicini al titolo originale. Spesso la scelta più semplice è la migliore.

Nel testo non mancano riferimenti a realia lettoni e sovietici, con i quali talvolta un italiano medio non ha familiarità. Come si sente, da traduttrice, a dover in alcuni casi tacere spiegazioni più approfondite?

Naturalmente da un lato si vorrebbe spiegare tutto e salvare tutto. D’altro canto è ovvio che non si può, bisogna scegliere, trovare un equilibrio tra il tacere tutto e l’esplicitare ogni cosa. Nel Latte della madre ho rinunciato completamente alle note a piè di pagina e ho aggiunto qua e là nel testo un paio di parole di spiegazione, con parsimonia e nella maniera più discreta possibile, fornendo poi nella mia postfazione qualche altro elemento che mi pareva necessario per comprendere il romanzo. Nel romanzo di Zigmunds Skujiņš, Come tessere di un domino, pubblicato un paio di mesi fa da Iperborea, a causa della grande quantità di riferimenti storici non ho potuto fare a meno di mettere delle note e nella postfazione ho tracciato un quadro generale di orientamento. Insomma, preferisco pensare al fatto che comunque, anche se non tutto, qualcosa viene trasmesso.

In Italia non c’è una cultura della letteratura lettone e non è dunque facile per il lettore contestualizzare un romanzo come Il latte della madre. Come si collocano l’opera e lo stile di Nora Ikstena rispetto alla letteratura lettone contemporanea?

Nora Ikstena è nata nel 1969 e appartiene alla generazione che ha iniziato a scrivere negli anni Novanta, quindi dopo la fine dell’Unione sovietica: un periodo di grande trasformazione, di nuovi contenuti, di nuovi autori – ma anche un periodo di forte incertezza quotidiana. Ikstena è saggista e autrice di romanzi, raccolte di racconti e favole, scritti biografici. Ed è una personalità estremamente nota in Lettonia, fin dalla pubblicazione del suo primo romanzo Dzīves svinēšana (Celebrazione della vita) nel 1998. Il latte della madre rappresenta il punto culminante di un percorso narrativo cui appartengono il romanzo d’esordio e Jaunavas mācība (L’insegnamento della vergine, 2001); queste opere sono ora riunite in una trilogia con il titolo Trīs (Tre, 2017). È un percorso narrativo, ma anche molto distintamente stilistico. La lingua di Ikstena al suo esordio è elaborata, sinuosa, ricca di metafore, la narrazione è immersa in un’atmosfera distante e irreale. Tutto l’opposto è Il latte della madre, in cui la lingua è così concisa, disadorna, ed è una scelta stilistica precisa, l’esito di un processo quasi di decantazione, si direbbe e – nelle intenzioni dell’autrice – di adeguamento alla scarna durezza del tema, all’intensità dolorosa della storia che richiedeva di essere raccontata proprio in questo tono semplice e piano. Come ho accennato, la scena letteraria lettone è stata dominata negli ultimi anni dalla riflessione sulla propria storia e identità, e con Il latte della madre Ikstena ha fatto sentire anche la sua voce. Quest’anno, in aprile, i tre paesi baltici saranno Market focus countries alla fiera del libro di Londra, e proprio  a Ikstena è stato assegnato il compito di rappresentare la Lettonia come uno dei tre Authors of the Day.

Dopo tanti anni di traduzioni dal tedesco, ha curato a distanza ravvicinata l’edizione di due tra le primissime opere lettoni comparse in Italia dopo molto tempo. Oltre al suo personale interesse al riguardo, da dov’è nata l’attenzione dell’editoria nei confronti di questa letteratura e quali fattori a suo avviso hanno influito in questa precisa contingenza storica?

Sia nel caso di Iperborea che di Voland ho fatto io una proposta che è stata accolta con grande interesse. Vuol dire che l’attenzione potenzialmente c’era, e attendeva di essere sollecitata. I paesi baltici rientrano nelle aree geografiche e culturali di cui queste case editrici si occupano da molto tempo. Al di là di questo penso che il momento sia maturo per scoprire il Baltico, questo mondo ancora quasi sconosciuto e nello stesso tempo una frontiera importante e anche delicata dell’Unione europea. E la Lettonia si sta impegnando da alcuni anni in maniera molto attiva per promuovere, anche attraverso finanziamenti e in vista della fiera di Londra di quest’anno, la propria letteratura all’estero.

In un’intervista a “Il Post”, ha dichiarato di utilizzare dizionari bilingui lettone-inglese e lettone-tedesco, perché i dizionari lettone-italiano non sono abbastanza esaustivi. Ritiene che un rinnovato interesse nei confronti della cultura lettone posa creare nuovi stimoli accademici e linguistici nel nostro Paese, portando magari alla stesura di nuovi e più ampi vocabolari?

Sarebbe bello, speriamo! In Italia è attivo in ogni caso un centro di Baltistica a Pisa, diretto da uno studioso, e traduttore, di altissimo livello internazionale come Pietro Dini. E anche in Lettonia c’è interesse per l’italiano, e ottimi traduttori che fanno conoscere là la letteratura italiana.

Lei è nata a Milano, per linea materna ha un forte legame con la Lettonia e, contemporaneamente, ha radici anche in terra siciliana, oltre ad aver lavorato a lungo a stretto contatto con il mondo germanofono. Che ruolo hanno avuto queste lingue e con la loro rispettiva Weltanschaung nella sua vita e nella sua formazione?

Forse è difficile distinguere l’una dall’altra le influenze che ho ricevuto dalle diverse lingue. Conta sicuramente il fatto di averne avuta attorno sempre più di una, anche in famiglia – pur non essendo cresciuta realmente bilingue. Anzi, sono cresciuta ascoltando in famiglia anche lingue che non capivo, o che capivo solo in parte, come lo svedese (lo sentivo parlare da mia madre, lettone cresciuta in Svezia) e in qualche modo anche il siciliano. Nella vita quotidiana c’erano sempre altri luoghi, con le loro lingue, presenti e assenti insieme – come appunto il lettone, che non ho parlato nell’infanzia e che ho studiato e per così dire “recuperato” in seguito. Al tedesco invece mi sono avvicinata per mia precisa scelta – anche se ho studiato lettere e non lingue. Mi interessava il tedesco come lingua di cultura, per quello che mi consentiva di leggere, o di vedere al cinema, e poi perché a un certo punto, verso la fine degli anni Ottanta, sono andata a Berlino, affascinata dalla città ancora divisa. Ci sono rimasta qualche anno, e naturalmente è stata una delle esperienze fondamentali della vita. Un’altra esperienza importante mi viene dalla Cina, paese dove ho vissuto alcuni anni, e dal cinese, lingua che ho studiato e mai imparato come avrei voluto. Ma ha lasciato le sue tracce. Se dovessi descrivere in breve il diverso rapporto che mi lega al tedesco e al lettone potrei dire: ho grande stima del tedesco, mi piace, lo apprezzo per la sua ricchezza culturale, fa parte della mia vita quotidiana, del mio lavoro. Una cosa che il lavoro di traduzione dal tedesco mi ha insegnato è sciogliere e riformulare i pensieri: addensare e sciogliere, tentare nuove configurazioni. Ma è un rapporto di stima più che un rapporto intimo. Il lettone invece in qualche modo mi è più vicino, tocca una corda molto personale, pur non essendo una lingua che mi ha accompagnato per tutta la vita ma piuttosto una riscoperta, e in sostanza una lingua straniera che a un certo punto ho deciso di imparare. Nonostante questo credo di provare un sentimento di affezione e affinità per questa lingua. E in ogni caso trovo che sia una lingua bella e ricca.

Quali sono le prospettive future nell’editoria italiana riguardo all’esplorazione della letteratura lettone? Si sta occupando di nuove traduzioni da questa lingua?

Ho già in programma la traduzione di un altro romanzo per Iperborea: Il pozzo (Aka) di Regīna Ezera, un classico lettone della seconda metà del Novecento, un testo di grande finezza psicologica e stilistica. E sto mettendo a punto un’altra serie di proposte anche per altri editori che si sono mostrati interessati a esplorare questa letteratura.

(a cura di Loreta Minutilli e Eva Luna Mascolino)

n.b. : la foto di Margherita Carbonaro in copertina è opera del fotografo Umberto Agnello

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