Un esordio nel segno della donna: “Il silenzio di ieri”

Il silenzio di ieri, di Dejanira Bada

(Koi Press, 2017)

 

Unica e vera protagonista del romanzo di esordio di Dejanira Bada è un’emozione viscerale e intensa: il dolore di una donna che deve affrontare la prematura morte del marito, fil rouge dell’intero arco narrativo. Una vita condivisa tra due anime indissolubilmente unite termina tra inutili sessioni di chemioterapia e l’estremo ricovero in ospedale, ultima e definitiva battaglia per la sopravvivenza che si conclude in una dolorosa sconfitta. Virginia – moglie, medico, donna, ora vedova – cerca un antidoto alla sua sofferenza in un suggerimento che il marito psicologo era solito dare ai suoi pazienti: riversare le proprie emozioni in un diario privato. Nelle pagine del quadernetto di cuoio Virginia trova però uno strumento per continuare a parlare con quella metà della sua anima spirata tra le mura dell’ospedale, un portale con il regno dei morti da cui non riceverà mai risposta. Al marito scomparso racconta i suoi sentimenti, le sue giornate, i suoi timori, e lo rende partecipe di quel percorso di rinascita e crescente consapevolezza di sé che le consentirà di andare avanti.

Un esordio ambizioso che vuole scavare nell’animo del suo personaggio principale per portarne alla luce emozioni e tormenti, attraverso il richiamo a quell’insieme di esperienze che fanno parte della quotidianità, scombussolate dall’assenza del marito, ai ricordi di un passato dato forse troppo spesso per scontato, e alle tappe più o meno significative di un percorso che lentamente potrà condurre a un nuovo equilibrio.

51jWtNo38UL2L’opera gravita intorno alla figura di Virginia, dalla cui introspezione si dipana l’intero romanzo, affiancato solo marginalmente da una manciata di figure secondarie. Ciascuno di questi viene filtrato attraverso lo sguardo disperato e sconvolto della protagonista, apparendo quindi volutamente parchi di spessore caratteriale. Del carattere di Virginia d’altro canto si hanno segnali ambigui e talvolta contradittori, dove unici punti fermi sembrano essere il suo attaccamento al marito scomparso, le difficoltà ad affrontare le proprie emozioni e la passione per il suo lavoro da chirurgo. Talvolta però è possibile incorrere in delle contradizioni interne che rendono più difficile strutturare un quadro coerente della personalità di Virginia e della sua storia. Se per esempio da una parte la donna si auto-definisce come una “bambina” di cui suo marito doveva prendersi cura, altre volte sostiene di essere sempre stata vecchia, altre ancora di aver condiviso il suo atteggiamento infantile con il marito. Capita che la prospettiva della protagonista cambi nel giro di poche facciate, un’evoluzione che potrebbe comunque essere giustificata dalla struttura del romanzo, un costante flusso di pensieri che asseconda la direzione spontanea delle riflessioni del narratore.

Altri spunti interessanti del passato e delle esperienze di Virginia che potrebbero aiutare a inquadrare meglio il personaggio vengono invece solo accennati – vuoi perché la protagonista non ha bisogno di spingersi più a fondo con la narrazione in quello che è sempre comunque un diario privato, vuoi perché il pensiero si muove in altra direzione -, rimanendo sullo sfondo come tratti superficiali che invece avrebbero potuto conferire un maggiore spessore ad alcune sfumature caratteriali.

Superficiale è talvolta anche il livello di alcune riflessioni sulla vita, sulla diversità culturale e su una serie di macro-tematiche che si affollano tra le pagine del romanzo togliendosi vicendevolmente spazio. L’abuso di psicofarmaci, il timore per il panislamismo combattente, l’infermità mentale o la deformità fisica sono solo alcuni esempi dei grandi temi che la Bada ha tentato di affrontare. Di contro molte altre riflessioni maggiormente approfondite portano a galla emozioni e introspezioni più complete e interessanti, mostrando quindi una certa sensibilità che sarebbe potuta diventare il vero elemento di forza del romanzo. Una contraddizione che ritorna anche nella descrizione dei viaggi che Virginia organizza in giro per il mondo al fine di provare a dimenticare suo marito: a descrizioni superficiali e stereotipiche si alternano elementi più approfonditi e intriganti che rendono difficile esprimere un giudizio netto sui capitoli ambientati in altre realtà culturali.

E’ stato interessante scoprire dei punti di contatto tra la biografia dell’autrice e la storia della sua protagonista, soprattutto per quanto riguarda il rapporto che entrambe sviluppano con il mondo dello yoga e della meditazione. Per Virginia è addirittura il principale motore di rinascita dopo il trauma del lutto, un modo delicato e poetico per avvicinarsi alla pace dell’eterno. Verrebbe da supporre allora che siano ben altri i tratti comuni tra le due narratrici – quella reale e quella diegetica –, se le esperienze e le consapevolezze che Virginia matura con più intensità e convinzione possono essere considerati indizi validi. Una curiosità che potrebbe spiegare anche il realismo di certe considerazioni e riflessioni che diventano più mature e complete verso la fine dell’opera.

La scrittura è semplice, lineare e pulita, nonostante qualche sbavatura un po’ sgraziata talvolta interrompa il piacere della lettura. Un po’ ambiguo è l’utilizzo di certi termini tipici del linguaggio parlato o usati nel rispetto delle loro sfumature più colloquiali, inseriti però in discorsi stilisticamente elaborati. L’espediente del diario potrebbe giustificare alcune scelte lessicali e formulazioni stilistiche discutibili, fino a trasformarle in veri e propri valori aggiunti, se non stonassero con un andamento generale molto più maturo e raffinato.

In definitiva, Il silenzio di ieri è una lettura piacevole ma imperfetta, un esordio di tutto rispetto che lascia nutrire grandi speranze per il talento di un’autrice che pare aver solo “sondato” il terreno della letteratura prima di addentrarvisi completamente. Paradossalmente suggerirei di leggere prima di tutto il suo secondo romanzo, ancora inedito e forse mai nemmeno concepito, perché confido nella capacità della Bada di mettere a frutto il suo talento per produrre una seconda opera che possa ovviare ai  difetti di questo esordio comunque sempre gradevole.

 

(di Anja Boato)

 

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