Vera finzione. Intervista a Régis Jauffret, autore di Cannibali

9788867994106_0_0_0_75Régis Jauffret è un autore francese contemporaneo molto noto in Francia. Recentemente è stato pubblicato in Italia da Clichy Edizioni: nel 2016 è uscito Dark Paris Blues e nel 2017 Cannibali. Lo abbiamo intervistato a Milano in occasione della presentazione di Cannibali  (libro finalista al prix Goncourt 2016) presso Book Pride[1].

Cannibali è un romanzo costruito su una corrispondenza fra due donne: quando Noemie e Geoffrey rompono la loro relazione, Noemie scrive a Jeanne, madre di Geoffrey. Le due scoprono di avere in comune molti lati del carattere e soprattutto un selvaggio progetto: divorare il loro uomo, il loro figlio e amante. Una storia bruciante di amore e odio, narcisismo intellettuale e passioni viscerali.

 

Régis Jauffret, i personaggi principali del suo romanzo sono due donne, e il suo libro è pieno di femminilità. Perché? È stato difficile assumere la voce e il punto di vista di una donna?

No, non è stato difficile, è molto naturale per me. Sono affascinato  dalla complessità della mente delle donne.

Cannibali è un romanzo epistolare, secondo lei ha più la forma del monologo o quella del dialogo?

Certamente quella del monologo. Si potrebbe dire che le lettere danno voce a tre monologhi; i personaggi non dialogano l’uno con l’altro, ma si scrivono per complottare l’uno alle spalle dell’altro.

Uno dei suoi personaggi dice che la «cultura nuoce alla vita. A forza di smontare il mondo, lascia nelle teste solo un mucchio di pezzi scomposti». Pensa che la cultura non possa ricostruire questi pezzi scomposti e dare un’immagine comprensibile della realtà?

La cultura duplica la vita, non la uccide. Non condivido necessariamente tutto ciò che i miei personaggi dicono, e non sempre quello che dicono rispecchia veramente il loro punto di vista.

Cannibali è un romanzo che solleva molti dubbi, persino i personaggi non sanno davvero se esistono o no. Cosa può dire la finzione della realtà?

La finzione esula dalla realtà, la ampia e la spiega. L’arte è frutto dell’insoddisfazione della vita, è diventare folli e capire cosa c’è nella testa degli altri: l’artista è colui che è andato verso la follia e poi ne è ritornato.

Le due protagoniste decidono di mangiare Geoffrey, l’ex amante di una e il figlio dell’altra. Possiamo dedurre che il cannibalismo è una metafora dell’amore?

Sì, il cannibalismo è un fantasma, è una forma di amore. Alcuni psicanalisti francesi sostengono che le madri abbiano la segreta pulsione di divorare i figli come forma estrema di amore per loro e allo stesso modo anche gli amanti all’inizio di una relazione vorrebbero mangiarsi. Lo spunto iniziale del romanzo è per certi versi autobiografico: una mia ex fidanzata infatti intrecciò una corrispondenza con mia madre.

Qual è il rapporto dei personaggi con la scrittura? E il suo? Come è stato scrivere questo libro?

I miei personaggi sono individui che non hanno molto da fare e hanno il tempo di leggere e scrivere. Si scrivono come si faceva nel XVII secolo: ne hanno una urgenza concreta e non si pongono il problema di come farlo. Fino all’epoca di Flaubert le persone si scrivevano di tutto, senza interrogarsi sul senso della scrittura e così fanno i miei personaggi, non è un romanzo metaletterario. Lo stile epistolare è all’origine dell’idea di romanzo, le lettere erano un romanzo già prima che ne esistesse il termine; basta leggere la corrispondenza di Abelardo e Eloisa per averne conferma. La scrittura di questo libro è stata molto travagliata: la lingua francese è così precisa che è non è facile dire certe cose. Il mio obbiettivo era dirle con il minor numero di parole possibile, scrivere denso e trasparente era la mia ossessione; è stato molto difficile scrivere semplice ma per me è fondamentale eliminare la distanza fra le parole e le cose. Le parole hanno un grande potere, la parola è rivoluzione perché la parola è pensiero. Spesso ci viene imposta dall’alto, e in questo senso la letteratura è ricerca della libertà, un lavoro di decifrazione della complessità tramite parole e frasi. Non scrivere sarebbe un dolore per me.

Alcune lettere del libro sono firmate da Geoffrey, ma Geoffrey stesso sostiene di non averle mai scritte; Noemie ha un alter ego in Marie-Bérangère e la stessa Jeanne ha tante affinità con Noemie da far sospettare che le due possano essere la stessa persona. I personaggi sono gli uni i doppi speculari degli altri? Pensa che per conoscere davvero se stessi  ci sia bisogno di una molteplicità di punti di vista, come questo romanzo sembra testimoniare?

I miei personaggi sono multipli, sono folli anche quando non si mostrano tali. La molteplicità dell’io è ben radicata nel mondo in cui viviamo: le nostre stesse forme democratiche di governo ci consentono di immaginare per ciascuno di noi vite diverse, identità diverse. Se le due donne sono una donna sola? È un’interpretazione interessante, ma credo che non ci sia differenza nel dire che un personaggio è un singolo o  un’intera folla di persone.

Noemie e Jeanne sono due donne eleganti, colte, chic, eppure si lasciano prendere da un desiderio che potremmo definire “selvaggio”. Perché?

Forse è proprio la loro cultura raffinata a renderle così perverse da eccitarsi nell’infrangere il tabù del cannibalismo: provano una sorta di orgasmo mentale a immaginare di poter divorare il proprio figlio e amante.

Lei è marsigliese, ma il romanzo si svolge in Normandia, a Cabourg. C’è un motivo particolare per cui ha scelto di ambientarlo nel nord della Francia?

No, assolutamente. Per caso ho visto su Internet la scritta Cabourg e mi è sembrato un bel posto per ambientarci un romanzo, è una cittadina che rimanda a Proust.

Personaggi speculari, identità multiple e frammentarie… Sono concetti che hanno segnato la narrativa italiana con i romanzi di Antonio Tabucchi. Vede qualche affinità fra lei e Tabucchi?

Ho letto Tabucchi e amo molto Pessoa. Credo che l’immagine del baule pieno di gente sia una perfetta metafora della letteratura.

 

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Fonte: illibraio.it

 

 

Adriano Cecconi, Caterina Marchioro

[1] Questa intervista è la rielaborazione di un nostro colloquio con Régis Jauffret e della  presentazione del libro che Jauffret ha tenuto il medesimo giorno (23 marzo 2018).

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