“Solo gli alberi hanno radici”: un romanzo mitteleuropeo sudamericano

Solo gli alberi hanno radici, Juan Octavio Prenz
(La nave di Teseo, 2017; trad. B. L. Prenz)

 

Di Juan Octavio Prenz (1932) non avevo mai sentito parlare fino a quando la bellissima A15KZ66XgELcopertina di questo libro mi è balzata agli occhi in un vagabondaggio tra gli scaffali della biblioteca.
Il secondo aspetto che subito mi ha colpito è stato il blurb nel quale Claudio Magris, per me stimatissimo, definisce l’opera “una narrazione sanguigna e picaresca” e il suo autore “un mitteleuropeo sudamericano” dacché Prenz, nato e cresciuto al sud del mondo, figlio di un emigrato istriano in Argentina, ritorna dal Sud America in età adulta a Trieste dove tuttora vive.
Insomma, un autore in cui convivono la magica cultura latino-americana e l’altrettanto affascinante cultura mitteleuropea, ovvero due mondi letterari che a me personalmente incantano molto e i cui rispettivi cantori hanno scritto tra le pagine più belle che io abbia mai letto.

Non avevo dubbi: dovevo assolutamente leggerlo, anche perché, come non bastasse tutto questo, la quarta di copertina mi spalancava un mondo inaudito, una storia corale ed epica, tragica e grottesca insieme, di un villaggio portuale e cosmopolita abitato da “randagi” di tutto il mondo. Ed infatti ci ritroviamo subito ad Ensenada nella prima metà del secolo scorso, tra marinai inglesi, olandesi, russi, portoghesi, italiani… sono loro ai quali il titolo si riferisce, gli esseri che a differenza degli alberi non hanno radici.

La voce narrante è quella di un ragazzino, Benigno Salvador Croce, il figlio di Tihomir Croce. Suo padre viene convocato dalla polizia perché Benigno, molto candidamente, è solito fare quello che gli agenti definiscono favoreggiamento della prostituzione. Ma padre e figlio non la vedono in maniera così tragica.

“A undici o dodici anni – quasi fosse una patente d’uomo – io ebbi, con la raccomandazione di Baffo, il capoccia della nostra combriccola, il mio primo lavoro. Per conto di Ludmila Krawiecz, una ragazza polacca, magra, dai seni piccoli ma ben turgidi, accorrevo, ogni volta che attraccava una nave, fino ai molti portuali con l’inconfondibile consegna del fucky fucky Margherita, espressione la cui origine mi sfuggiva, anche se non il suo significato convenzionale, e che io indirizzavo a ogni marinaio come un inconfondibile invito.”

Con voce così innocente e priva di malizia ne parla Benigno. Il colloquio con la polizia diventa quasi grottesco, tutto verte sulle reali origini e sul vero nome dei Croce: la memoria di Tihomir contro i documenti.

“Nazionalità?” […]
“Austriaco” […]
“Qui si legge chiaramente italiano.” […]
“Questo lo dice la carta” […]
“Così è, e torno a dirle: l’inchiostro non mente.” […]
“Sì, mente… Nessuno sa meglio di me chi sono e da dove vengo” […]

La conversazione va avanti per lunghe pagine, a svelare quindi l’origine dei Croce. Ma, se le premesse sono certamente buone, tutto cambia già dopo questo primo lungo capitolo.

Nei capitoli seguenti cambiano i personaggi, cambiano le scene, i pretesti, la narrazione. Benigno torna dopo alcuni capitoli, e a sua volta scompaiono i nuovi personaggi che avevamo conosciuto. E così via, ripetutamente. Ed ecco, questo è il vero, grande problema del romanzo. Non si riesce a star dietro agli eventi. Si susseguono svariati piani narrativi, con fili rossi a sé stanti che si affollano nella mente del lettore. Appena ne afferriamo uno, perdiamo tutti gli altri. Recuperiamo il successivo e ci lasciamo sfuggire il precedente.

Le varie parti che compongono il romanzo risultano quindi sconnesse tra di loro, e pure poco omogenee al loro interno. E ciò di per sé non sarebbe un problema insormontabile se perlomeno i capitoli fossero più brevi, la narrazione più limpida ma soprattutto se la scansione dei vari piani fosse ordinata. Il risultato è quindi poco idilliaco. Non si riesce a star dietro agli eventi, a capire bene chi sono e cosa fanno i vari personaggi. Basterebbe forse uno sforzo d’attenzione, una maggiore volontà di comprendere, ma mancano gli stimoli all’impegno.

Neppure aiuta lo stile forse troppo macchinoso di Prenz: le proposizioni principali sono intervallate da ripetuti incisi, subordinate, che spezzano il ritmo e l’attenzione. E a ciò si sommano digressioni spesso pleonastiche su particolari – così appare – banali, su cui non risulta il bisogno di star a specificare. Così come non aiuta la frequente tendenza a sviscerare con troppa cura descrizioni di azioni minute per puntualizzare il senso delle parole all’interno dei discorsi.

E purtroppo, da ultimo ma non per ultimo, la promessa di quell’affascinante atmosfera non è stata mantenuta.
Un rammarico, insomma, per chi s’era lasciato incantare dalle premesse e si trova a far fatica in un libro che ha tanto potenziale, ma infine non convince, ahimè.

– Giuseppe Rizzi –

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