Il mestiere di insegnare (e apprendere) come si scrive

La letteratura mondiale esonda di opere che hanno in sé un intento divulgativo: per citarne una, penso a Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli. Avrei potuto citare anche Odifreddi, ma credo che il suo nome evochi tutto tranne la divulgazione scientifica. Persino mio padre, fisico di professione e iper-critico per vocazione, non disprezza Rovelli (mentre non nutre alcuna stima per Odifreddi, il che mi ha sempre dato qualche indizio in più su quale dei due facesse vera divulgazione e chi no). Primo Levi scriveva: «chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e dell’apicoltura».[1] Quindi, il matrimonio tra divulgazione – scientifica in questo caso – e letteratura sembra riuscito.

Allora perché il connubio tra “didattica” della scrittura e scrittura “in sé” sembra sempre così controverso? Esistono dei libri, anche uno solo, che “insegni” a scrivere (tecnicamente intendo) e sia anche un’opera letteraria, che abbia un valore intrinseco? In realtà, la vera domanda che ha originato questo articolo è: si può insegnare davvero a scrivere? Così come: si può insegnare a scrivere attraverso corsi strutturati in scuole predisposte a questo? Tante domande e una sola risposta (data in anticipo, così da abolire ogni traccia di storytelling spicciolo, che tanto piace): dipende.

Sandro Veronesi ha detto: «Il problema di questi…chiamiamoli corsi, più o meno strutturati, è sempre il rapporto che si determina tra chi viene a parlare e chi va ad ascoltare. C’è tutta una teoria secondo la quale questi corsi sono inutili perché non si può imparare e non si può insegnare (a scrivere) ma molto dipende dall’atteggiamento di chi viene.»[2]

Ed è vero. Dipende da chi viene. Ma qui si sta parlando pur sempre di lezioni frontali, che Veronesi ha tenuto anche alla Scuola Holden, dove il rapporto alunno-maestro è diretto e reciproco. Pur partendo dal concetto che non è mai davvero possibile insegnare come scrivere, è pur vero che un confronto frontale porta indubbi benefici: il maestro può cambiare modalità e tono a seconda del pubblico che si trova di fronte, decidere di modificare determinate argomentazioni a seconda degli interventi, e così il pubblico di studenti può decidere se quella lezione è abbastanza interessante e rilevante, a seconda sempre di come va la “performance” del professore.

Che il mestiere di insegnare sia un’attività teatrale, non ho mai avuto dubbi. E forse il mestiere di insegnare a scrivere è ancor di più un simbolo di questa teatralità. Ma il mestiere di scrivere di scrittura ha la stessa caratura drammaturgica?

Articoloeditoriale

Uno dovrebbe avere una mente “neutrale” (l’ha detto sempre Veronesi, non io), e allora sì che si trarrebbe beneficio. Il problema è che questa neutralità non è facile reperirla: un po’ perché – credo – non si è neutrali neanche con sé stessi, figurarsi con un personaggio esterno e sconosciuto; e un po’ perché se cominci a leggere questo tipo di libri troppo tardi, il dado è tratto e sei condizionato a prescindere. Anche iscriversi ad una scuola di scrittura creativa con sommo ritardo è una specie di guaio. Ci si iscrive che si ha già un background letterario alle spalle, qualche pubblicazione sparsa, alcune partecipazioni in svariate riviste, e si è portati a considerare troppo importante o troppo poco importante ciò che viene detto.

Il filtro “dell’utilità” si perde, e allora come si ripara? Forse da questo si vede il professionismo di uno scrittore, anche agli esordi: la volontà di potenza di mantenere una mente neutra, “superficiale”. E per superficiale intendo una mente che vada alla superficie delle cose senza la pretesa di indagare ogni singola meta-citazione. Un’innocenza fanciullina, diciamo così.

Sogno un mondo in cui i corsi di scrittura, ma soprattutto i libri di scrittura, vengano distribuiti con parsimonia e con un “test meritocratico”: una lunga conversazione con l’autore, che testi le capacità dell’acquirente di apprendere le cose utili per sè, e scartare quelle dalle quali non trarrà mai vantaggio. Il problema principale è che, se davvero si facesse un test del genere, gli unici compratori possibili sarebbe quelli con nessuna velleità di scrittore. Chi vuole scrivere invece che fa?

articolo2

Il rischio è di creare un pubblico di tecnici e non di lettori. Non demonizzo la pubblicazione di testi che vogliano spiegare al mondo come nasce un libro, che intervistano autori sulle loro tecniche di scrittura. Io stessa ne ho fatto uso, ma mi sto disintossicando. E questo perché il pubblico dimentica che, oltre il sogno di scrivere, uno prima o poi deve anche scrivere. Nei fatti uno scrittore scrive, aldilà di tutte le attività collaterali che si è costretti, volenti o nolenti, a portare avanti: riviste, pubblicazioni, premi letterari, concorsi, conversazioni, interviste e così via. Imparare tecniche e specializzarsi in determinati modi di scrittura è sicuramente utile, ma il focus che non va perduto è quello di scrivere.

Non si impara a dipingere leggendo come faceva le pennellate Van Gogh. Non si fa per due motivi: 1) se non metti il pennello sulla tela, difficilmente saprai se ti riesce davvero; 2) Non esiste che – dopo aver letto come dipingeva Van Gogh – poi uno diventa veramente Van Gogh.

Mi piacerebbe concludere così:

«D: Servono libri che parlano di scrittura creativa?»
«R: Una volta un signore mi ha detto che leggeva solo manuali di scrittura, perché non aveva mica tempo di leggere romanzi, lui. L’insano desiderio di efficienza e produttività ci sta portando alla rovina.»[3]

 

Clelia Attanasio

[1] Primo Levi, Perché si scrive?, in L’altrui mestiere, p. 32

[2] Per la lezione integrale si veda l’articolo di minima&moralia (mio corsivo e grassetto)

[3] Enzo Fileno Carabba in AA. VV., Faq, BUR, 2004, pp. 14-15 (mio corsivo)

3 risposte a "Il mestiere di insegnare (e apprendere) come si scrive"

  1. Nello sport che ho praticato si parte dai fondamentali repetendoli a oltranza su imitazione dei maestri; poi si imparano delle forme composte da questi fondamentali, ripetendole a oltranza sino alla precisione millimetrica; quindi si esercitano le forme standardizzate (dalle posizioni esagerate) in modo meno formale ma sempre “strutturato” con forme meno precise (più interiorizzate e quindi più “libere” di esprimersi secondo il nostro corpo) ma comunque prestabilite; a quel punto si tolgono le “rotelle di sicurezza” al triciclo e si comincia a sperimentare gli insegnamenti ricevuti affinandone la maestria, sbagliando, testandone l’efficacia, sistemandole, prendendosi un bel po’ di legnate, mettendosi alla prova continuamente; alla fine ci si dimentica di tutte le tecniche, di tutte le regole, di tutte le forme, di tutte le teorie, di tutte le composizioni, dei millimetri di precisione, e si “inventa”, si “crea”, ci si lascia guidare non più dai modelli ma da ciò che siamo diventati attraverso ciò che abbiamo appreso. Sino a questo punto, si è al massimo “apprendisti”. A qualcuno servono decine di anni, ad altri ne possono bastare 4 o 5 (ma sono rari, la maggior parte non arriva dopo i fondamentali). Dopo questo punto, occorre cercare di migliorarsi, ma a questo punto subentra quella cosa che qualcuno chiama anche “talento”, o predisposizione (in realtà subentra sin dalle prime tecniche)… L’abbandono di “tutto” (non necessariamente del maestro) è altrettanto fondamentale rispetto ai fondamentali: lo sport, l’arte che ho praticato è spesso rappresentata da un cerchio.

    Penso la stessa cosa della scrittura. Sì, le scuole servono ma – come dice bene l’articolo – poi dipende dall’allievo. ^_^

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    1. Si vede che lo sport che hai praticato è una disciplina orientale, almeno così a me sembra 🙂 questo tipo di arti sono, a mio dire, estremamente simili all’arte della parola (se non l’hai mai fatto, ti consiglierei la visione del film Hero, che parla proprio di questo). Bisogna imparare tutto, fondamenti e tecniche, scegliersi un maestro da seguire (ma seguirlo veramente, anche e soprattutto quando non si è d’accordo) e crescere in questo senso. Poi, alla fine, abbandonare la strada tracciata e creare. La differenza, forse unica, è che la scrittura prevede un processo creativo anche agli albori, perché è un modo per imparare la tecnica. Non basta eseguire gli esercizi e le figure altrui, ma un minimo di invenzione la si deve fare sin dal principio. Però un lavoro di tutto tecnica e niente inventiva, spero tu sia d’accordo con me, è vano e vuoto. Non credo neanche sarebbe bello, un lavoro letterario solo tecnico. Il punto è che, come hai detto anche tu, all’allievo spetta la grande responsabilità di comprendere quanta tecnica imparare, e quando impararla. Ma con la scrittura bisogna anche accettare, a un certo punto, di doversi buttare e basta: anche la “solitudine” é maestra.
      In sostanza, a volte credo che la continua lettura di manuali, in maniera indiscriminata e poco ragionata, sia quasi una coperta di Linus per molti di noi (mi ci metto anche io, soprattutto io). Ma questo non vuole dire che i manuali in sé non siano utili e i maestri in sé non lo siano, anzi! I maestri e i manuali sono utili perché, a un certo punto, vanno “uccisi” ^^

      Clelia

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  2. Confermo: karate per tredici anni in modo parecchio intensivo. E aggiungo: imparare karate dai manuali non è possibile, affinare il karate con qualche chicca tratta da un qualche manuale è più probabile. La relazione umana in entrambe le discipline è fondamentale. Lessi anni addietro tre o quattro manuali, solo uno di questi mi aiuto parecchio: si intitolava qualcosa del tipo, come Non scrivere un buon romanzo. In pratica spiegava solo gli errori che portano gli editor a cestinarti. Molto utile. Anche il karate passa per l’eliminazione degli errori… il resto il sentire, il percepire l’avversario, l’istinto, la proiezione del propio immaginario o dell’estenzione del proprio corpo, il “coraggio”… insomma ci sono cose che non si Insegnano e sono quelle che fanno la differenza, si dall’inizio. Siamo d’accordo.

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