Quel che Silone e Fontamara hanno ancora da raccontare – e insegnare

Non leggete Fontamara!
È un romanzo troppo vero e ancora attuale.
Non leggete Fontamara!
Non riuscirete a liberarvi del suo ricordo.
Non leggete Fontamara!
Ignazio Silone è uno scrittore tra i più grandi del ‘900 europeo.
Non leggete Fontamara!
O vorrete combattere le ingiustizie nella vita d’ogni giorno.

Non leggete Fontamara!
Perché Berardo Viola vive, i morti siamo noi.

Ho letto finalmente Fontamara, un classico spesso sottovalutato della nostra letteratura, e ne sono rimasto folgorato.

(Piccolo aneddoto: dico finalmente perché anni fa, quando ero studente alle medie e leggere mi sembrava un compito, l’avevo preso in prestito dalla biblioteca della scuola per caso: ogni martedì ne prendevo uno, un po’ per curiosità e un po’ soprattutto per saltare l’ora di inglese, tant’è che dei libri che prendevo ne leggevo forse solo uno ogni dieci. La bibliotecaria s’era complimentata per la scelta, voleva conoscere il mio parere a lettura ultimata, e insomma, il mio tentativo di mantenere un profilo basso era andato a scatafascio. Non ricordo come andò a finire con lei, fatto sta che Fontamara non mi ispirava affatto e non lo lessi. E forse era destino che lo dovessi leggere adesso.)


LA LINGUA DEI CAFONI

Siamo nel 1929. Fontamara è un paesino della Marsica, storica regione abruzzese al confine con il Lazio. Il suo nome è immaginario e richiama quello che accade nel romanzo, ma le tribolazioni che affannano le vite dei suoi abitanti sono esattamente le stesse di chi abitava i monti di L’Aquila negli anni del fascismo. Al tempo stesso Fontamara è l’emblema dell’universo contadino in generale: i cafoni (termine che Silone intendeva come dignitoso) sono tali e quali in Abruzzo come in Puglia o in Sicilia, finanche nell’intero Sud del mondo, e parlano tutti la stessa lingua.

“In gioventù sono stato in Argentina, nella Pampa; parlavo con cafoni di tutte le razze, dagli spagnuoli agl’indii, e ci capivamo come se fossimo stati a Fontamara; ma con un italiano che veniva dalla città, ogni domenica, mandato dal consolato, parlavamo e non ci capivamo; anzi, spesso capivamo il contrario di quello che ci diceva. Lì, nella nostra fazenda, c’era perfino un portoghese sordomuto, un peone, un cafone di laggiù: ebbene, ci capivamo senza parlare. Ma con quell’italiano del consolato non c’erano cristi.” (p. 18 ed. Oscar Mondadori)


UNA GIUSTIZIA INGIUSTA

A parlare qui era Giuvà, un cafone che insieme a sua moglie Matalé e al loro figlio 91ATwaay1dLraccontano in prima persona le vicende accadute a Fontamara.
Tutto ha inizio quando il cav. Pelino inganna gli uomini a firmare una carta completamente bianca. Dopo che già il paese era stato privato della corrente elettrica e vessato dalle tasse, ben più grave è ciò che si scatena ora: il ruscello che rappresenta l’unica fonte d’acqua con cui i cafoni irrigano i propri campi viene deviato verso i possedimenti dell’Impresario, un uomo potente e senza scrupoli colluso col regime, che ottiene la carica di podestà e diviene formalmente il padrone di Fontamara. I cafoni non hanno più acqua: non gli resta che morir di fame.

Nella loro povera ingenuità, i fontamaresi si adoperano come possono, le donne si recano dall’Impresario a protestare, a chiedere una giustizia che a Fontamara e in tutta l’Italia di quegli anni non c’era. Marciano sotto un sole infernale per lunghi chilometri, vengono mandate a destra e a manca, sono digiune, e ciò che ottengono è soltanto umiliazione e scherno.

“«Dov’è il vostro padrone? Deve farci giustizia»
«Giustizia? Ah, ah, ah. Quanto costa al chilo la giustizia?»” (p. 36)

La giustizia è un valore inesistente nell’Italia fascista, fa ridere sentirne parlare, abolita dagli stessi che ne dovrebbero reggere le redini. Autorità come l’Impresario, i ricchi proprietari come don Carlo Magna, gli uomini di giustizia come don Circostanza, il farmacista, le forze dell’ordine e persino gli uomini di Chiesa sono collusi tra loro, partecipano insieme a sfarzosi banchetti che ricordano un po’ quello del Capitolo V dei Promessi Sposi. In particolare don Abbacchio, pur essendo un presbitero, al pari degli altri non si esime dal cercare profitto sui cafoni. Non perde occasione per esigere denaro, anche solo per dire messa a Fontamara, e non manca di mostrare il suo disprezzo per i cafoni e la sua indifferenza per le loro sorti.


L’INGANNO DELLA PAROLA

Per le sorti dei cafoni intercede il già citato avvocato don Circostanza, il cosiddetto Amico del Popolo. I cafoni di Fontamara vedono in lui un paladino, si fidano, non ne possono fare a meno. Don Circostanza, prima che le elezioni fossero abolite, era stato a lungo il sindaco di Fontamara. Concedeva a ogni famiglia 5 lire per ogni parente deceduto. I morti di Fontamara non venivano dichiarati all’anagrafe e così i “morti-vivi” votavano a ogni elezione per don Circostanza.

“Era una fonte di guadagno che non ci costava grande fatica, ed era anche l’unica occasione in cui, invece di pagare, eravamo pagati. Quel vantaggioso sistema si chiamava, come l’Amico del Popolo ci ripeteva, la Democrazia” (p. 45)

Don Circostanza prende per mano i fontamaresi e giunge a un accordo vantaggiosissimo per loro: l’acqua del ruscello verrà dirottata per 3/4 ai terreni dell’Impresario, e i 3/4 dell’acqua che rimane resterà a Fontamara. Così entrambi hanno 3/4 e 3/4 e quindi la metà dell’acqua. I cafoni, analfabeti, sono di nuovo ingannati. Così avverrà di nuovo in seguito, quando don Circostanza, per calmare i cafoni pronti alla ribellione, intercederà ancora per loro, affinché la suddetta divisione dell’acqua non sia vigente per cinquant’anni, come chiedeva l’Impresario, ma soltanto per dieci lustri.

Silone mostra perfettamente come la parola rappresenti uno strumento di potere, un’arma dei potenti per piegare i sudditi, per esercitare legittimamente i soprusi.

Silone a Capri, 1970
Ignazio Silone a Capri nel 1970


IL RISO AMARO DI CHI OSSERVA DA UN’ALTRA PROSPETTIVA

Dopo il furto dell’acqua, gli inganni e le ingiustizie si perpetrano di continuo dai potenti sulla povera gente. Le guardie armate esercitano senza scrupoli la forza sui meschini abitanti di Fontamara, e altresì li illudono, li umiliano, eppure i cafoni non si arrendono, cercano come possono di tenere testa, non per ideali di rivoluzione come le autorità credono, ma soltanto per riappropriarsi di quel che gli spetta. Lottano con una ingenuità candida, che suscita un riso amaro nel lettore per via delle loro stravaganze, proprio come nei cittadini che si trovavano al cospetto dei cafoni.

Non si riesce a trattenere un certo divertimento quando i cafoni sono convocati in città per una adunata, e allorché gli dicono di portare con sé il gargliardetto, intendendo quello fascista, essi – senza coscienza del fascismo parlano del Governo e basta, senza distinzione – issano sul camion, nella parata, l’unico gagliardetto che possiedono: l’enorme gonfalone di San Rocco, con l’immagine del Santo a cui un cane leniva le ferite.
Oppure quando le autorità fanno irruzione a Fontamara e interrogano tutti sulla loro fedeltà al fascismo, chiedendo “Chi evviva?” e ognuno cerca di risolvere l’enigma a modo proprio.

Il terzo ad essere chiamato fu il vecchio Braciola. Anche lui aveva la risposta pronta e gridò: «Viva San Rocco.» Ma neppure quella risposta soddisfece l’omino che ordinò al cantoniere: «Scrivi: “refrattario” » 
Il quarto ad essere chiamato fu Cipolla.
«Chi evviva?» Gli fu domandano.
«Scusate, ma che significa?» Egli si azzardò a chiedere.
«Rispondi sinceramente quello che pensi» gli ordinò l’omino. «Chi evviva?»
«Evviva il pane e il vino» fu la risposta sincera di Cipolla. Anche lui fu segnato come refrattario.” […]
«Chi evviva?» chiese a Baldissera l’omino della legge.
Il vecchio scarparo si tolse il cappello e gridò:
«Evviva la Regina Margherita.»
L’effetto non fu del tutto quello che Baldissera si aspettava. I militi scoppiarono a ridere e l’omino della legge gli fece osservare:
«È morta. La Regina Margherita è già morta.»
«È morta?» Chiese Baldissera addoloratissimo. «Impossibile.»
«Scrivi, fece l’omino, «”costituzionale”» […] (pp. 99 e ss.) 

E il tutto continua per altre pagine, con risposte sempre più assurde per noi eppure così naturali per i cafoni che vivevano esiliati dal mondo. Cediamo a un riso consapevolmente ingiusto e amaro, come chi ride d’una persona in difficoltà, eppure inevitabile, perché siamo partecipi di una società talmente istruita da non riuscire a concepire un tale grado di dabbenaggine. E ciascuno di noi, per quanto possa simpatizzare per i cafoni, sarà pur sempre un cittadino come chi li deride.

LA MANDRIA DEI CAFONI

Silone plasma i cafoni di Fontamara con l’attenzione di un etnografo. Sono un esercito in transumanza, una mandria stanca di subire legnate al garrese. Sono persone semplici e buone, che vivono per il proprio lavoro, si spaccano mani e schiena dall’alba al tramonto, faticano e soffrono in silenzio, perché la fatica è l’unica dignità che possiedono. Digiunano anche per giorni, dormono a volte soltanto tre ore a notte.
Hanno il candore e l’ingenuità dei bambini, vogliono solo poter guadagnarsi il pane in santa pace, senza dover cedere i propri miseri guadagni ai potenti attraverso sempre nuove tasse. Non temono nessuno, se non di dover pagare, in qualsiasi situazione. Non si fidano se non di loro stessi, sanno che per la loro ignoranza sono ghiotte prede dei più scaltri.
I cafoni fontamaresi sono un coro di voci calde e emozionanti, non si può non provare pena, simpatia, tenerezza per loro. Una mandria priva di mandriano, che vaga sperduta senza difese né difensori.


ELOGIO DI BERARDO VIOLA

silone
Berardo Viola interpretato da Michele Placido nel film del 1980

Ma fra tutti i fontamaresi, spicca soprattutto Berardo Viola, il quale come tutti gli uomini della sua famiglia, a detta di sua madre, non sarebbe morto in un letto, perché i Viola hanno un destino infame. A Berardo la vita non ha mai sorriso, e su di lui più che su altri i soprusi e le ingiustizie hanno avuto un effetto più marcato.
È lo spirito più vivace di Fontamara, con una forza incredibile e un’indole incendiaria, eppure buona. Creato in maniera bellissima da Silone, a incarnare la lotta contro ogni ingiustizia, Berardo Viola è quasi a sua insaputa il volto della rivoluzione popolare, del vittima che lotta contro il suo aguzzino.
Un personaggio memorabile. Un personaggio eterno. 


CONCLUDENDO

Ho detto già molto, ma è poco rispetto a quanto si può dire e il mio animo vorrebbe urlare su questo capolavoro. Silone, che aveva solo trent’anni quando ha scritto questo romanzo, è un maestro che ha tracciato con carta copiativa una società complessa e una popolazione intera. Egli purtroppo è ancora oggi, a volte, sottovalutato dalla critica italiana. Spesso non lo insegnano neppure i professori nei licei, eppure Silone è inteso all’estero come uno dei più grandi della letteratura europea. Stimatissimo da gente del calibro di Thomas Mann, Bertrand Russell o Stefan Zweig, e per 10 volte candidato al Premio Nobel. Uno dei suoi vincitori, Albert Camus, dopo il suo conferimento disse che più di sé l’avrebbe meritato proprio Silone.

Oggi e nella nostra società, pur così diversa da quella del romanzo, andare a lezione dai cafoni ha un’importanza, un’urgenza che non si affievoliranno mai.
Fontamara è lo spaccato di una terra e di un epoca precisi, ma, come i più grandi romanzi, non smette mai di parlare e di essere attuale sempre.
Fontamara ci proietta in un passato non troppo remoto, mostrando com’era davvero l’Italia quando devastata dal cancro del fascismo, e ciascun italiano era in bilico tra la possibilità di essere vittima o di essere aguzzino; di subire ingiustamente o esercitare gratuitamente abusi e prevaricazioni.

Fontamara ci sprona ad essere vigili, ci esorta a indignarci, e indignarsi è troppo importante, eppure lo facciamo sempre meno, ormai troppo assuefatti.
Fontamara è un’opera godevolissima e avvincente, che non ha perso la sua attualità, e non la perderà finché continueranno ad esserci le ingiustizie, le violenze, i soprusi. Fino ad allora, e forse anche dopo, Fontamara resterà un libro che ciascuno di noi dovrebbe leggere e magari serbare dentro di sé.

– Giuseppe Rizzi –

 

Immagine in anteprima, Renato Guttuso: Occupazione delle terre incolte in Sicilia

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