La poesia del “remengo” Piva per riscoprire un Polesine perduto

Cante d’Ádese e Po e Bi-ba-ri-bò, Gino Piva
(Il Ponte del Sale, 2016)

coverL’associazione rodigina Il Ponte del Sale sceglie il poeta Gino Piva per inaugurare la collana L’Arca del Polesine, che si ripropone di recuperare e preservare i «tesori della [nostra] tradizione letteraria, in lingua e in dialetto». Si tratta di un’operazione necessaria per restituire memoria e dignità a un territorio apparentemente privo di attrattive (letterarie e non).

Piva intende costruire un paesaggio ideale, un Polesine distante dalle logiche della Storia e dal mondo moderno. Il dialetto diventa il mezzo per immergere il lettore nella realtà della campagna, lo avvicina ai remenghi [raminghi, n.d.A.] che camminano sulla Terra.

Il territorio, reale e mitico, è il protagonista quasi assoluto: corsi d’acqua, abbazie, castelli e animali si mescolano ai fantasmi, ai miti greco-romani, alle figure della cultura popolare. L’uomo è una comparsa, un elemento quasi inessenziale all’interno del panorama.

Più di una volta, e non a caso, si è tracciato un collegamento fra Piva e Pascoli: l’importanza del paesaggio, il tocco impressionista della descrizione, la visione del poeta come pellegrino, la ricerca del nido e del perduto nucleo famigliare sono riscontrabili nella produzione di entrambi.

In questo caso ci riferiamo non tanto alla madre, Carolina Cristofori, morta in giovane età, musa e forse amante di Giosuè Carducci (si vocifera addirittura che Piva sia suo figlio), quanto al padre, Domenico Piva, militare garibaldino.

Seguendo forse l’esempio di Pascoli, che dedica Myricae e Canti di Castelvecchio ai genitori defunti, Piva apre le sue opere ricordando prima la madre (nelle Cante), poi il padre (Bi-ba-ri-bò). Eppure il poeta lo ricorda più affettuosamente, rievoca con nostalgia la tenuta di Belfiore, alle porte di Rovigo; è lecito pensare che Piva conservi pochi ricordi di Carolina, per di più sepolta a Bologna.

Lo sguardo di Piva è rivolto verso il passato, sia esso geologico o mitico: Tra l’Ádese e ‘l Po, la lunga lirica che apre la prima raccolta, traccia una storia del Polesine in cui Fetonte e Cicno e le antiche rotte dei grani fiumi trovano più spazio rispetto alle vicende reali.

Le due opere sono concepite per formare un continuum, un lungo canto. Tra i due Cante d’Ádese e Po è il più riuscito, il più genuino. Bi-ba-ri-bò, viceversa, è troppo artificioso: Piva ripropone volontariamente le tematiche e gli stili della prima raccolta, ma si percepisce — con alcune eccezioni — quasi un senso di obbligo.

L’apparato critico, creato dall’autore stesso, contiene informazioni storiche andate perdute, le liriche raccontano paesaggi ed edifici abbattuti. Le Cante e Bi-ba-ri-bò sono quindi la bellissima testimonianza di una realtà (il Polesine rurale) ormai scomparsa.

O nostra vecia Luna polesana
In tra l’Adese e ‘l Po nostra lanterna,
signora d’ogni froldo e maresana,
remenga che ne imaga e ne governa:
Tra l’Ádese e ‘l Po – Gino Piva

Sonia Aggio

 

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