“Una donna” di Annie Ernaux: quando la vita si fa letteratura

Una donna, Annie Ernaux
(L’orma Editore, 2018 – Trad. L. Flabbi )

 

una donna ernaux

Finalmente in libreria l’ultimo romanzo di Annie Ernaux, Una donna, sempre tradotto da Lorenzo Flabbi per L’orma Editore. La donna del titolo è una madre, è una donna del secolo scorso, prima operaia in una fabbrica poi proprietaria di un negozio di alimentari. E la sua è una storia come tante di emancipazione, di riscatto dal mondo proletario, costi quel che costi, anche se le sofferenze da ingoiare sono tante. Per se stessa, per la figlia.

La Ernaux, che ormai si è consacrata come una delle maggiori autrici francesi del panorama contemporaneo, torna con un romanzo autobiografico, questa volta incentrato sulla figura della madre, ma come sempre di ampio respiro, dove l’esperienza individuale diventa universale. L’incipit informa il lettore, con uno stile lapidario che lo accompagnerà fino alla fine, della morte della madre. Non ci sono appelli, vie di fuga, consolazioni. La Ernaux è schietta, chirurgica, così vera da fare male. Un tono pacato, fatto di parole semplici, per comunicarci il lutto che sta vivendo l’autrice.

Da qui comincia un viaggio a ritroso tra i ricordi, i più banali della quotidianità, per scandagliare il complicato rapporto tra una madre e una figlia, intriso di incomprensioni, risentimento, frasi non dette e di un amore viscerale. Il mondo contadino che avevamo conosciuto ne Il posto è l’ambiente da cui proviene la madre e che cerca di scrollarsi di dosso con tanta fatica, di lasciarlo alle spalle, seppellirlo, imparando una nuova gestualità per il timore che continui a sobbollire sotto pelle. Poco incline allo studio, l’ambizione di salire di classe sociale e l’esigenza di non gravare sulla famiglia portano la madre a entrare in fabbrica giovanissima.

Orgogliosa di aver lasciato i campi, è “operaia ma seria” per soddisfare i giudizi benpensanti del vicinato, per rientrare nel concetto di ragazza perbene. Senza rendersi conto che lavorare con gli uomini la esclude automaticamente da quella categoria a cui aspira tanto. Va a messa la domenica, ricama per le suore, si sposa con un uomo a posto, anche lui operaio. Un uomo che lavora, un po’ più grande come si conviene, che non si beve la paga della settimana e non zappa la terra. I tratti salienti di un matrimonio della fine degli anni ‘20 riescono a tratteggiare un’epoca e una generazione con una pennellata, sembra di tornare ai ricordi dei nostri nonni.

La miseria, la guerra, un uomo accanto perché rimanere sole è peggio, i figli da sfamare. Ma nel romanzo palpitano anche i sentimenti che continuano ad animare e avvelenare un matrimonio ancora oggi, la felicità, le amarezze, le ambizioni, la noia. La madre, tra mille difficoltà, corona il sogno di diventare proprietaria di un piccolo alimentari. Persegue inarrestabile la smania di crescita sociale quasi come fosse, alla fine, il senso ultimo della vita. Non un’arrampicatrice, ma una donna che cerca di crescere la figlia in un mondo migliore, più ricco di possibilità e senza miseria. Ed è di una tenerezza infinita quando l’autrice ci descrive la madre che la accompagna nei musei, poco interessata alle statue ma felice di essere lì perché, consapevole dei propri limiti, spera che la figlia avrà i mezzi per superarli, per arrivare laddove lei si è dovuta fermare. 

Una volta sconfitta la paura della fame, l’angoscia di arrivare a fine mese e l’aria da campagnola, la madre si rende conto che l’emancipazione da raggiungere non è solo economica, ma anche culturale. La figlia farà il passo che la madre non ha potuto fare, diventerà professoressa di francese in un liceo, entrerà a pieno titolo in quella borghesia che ha avuto la possibilità di studiare. Nessuno sa descrivere meglio della Ernaux il passaggio dal mondo rurale all’industrializzazione, dal proletariato alla classe media e quei concetti piccolo borghesi come la vergogna, il senso di colpa, le apparenze che finiscono per governare una vita intera.

Un romanzo breve ma che più intenso di così non si può. Il ritratto di una donna, con tutti i suoi pregi e difetti, incredibilmente forte e umana, che assomiglia a tutte noi, figlie e madri. Una storia autobiografica che affonda le radici nella memoria collettiva e per questo diventa corale. Lo stile è quello della Ernaux: asciutto, parco, conciso; entra dentro e sconquassa.

Caterina Marchioro

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