“Le stelle dei Bassani Cavanna” e i ricordi lasciati in una tipografia

Le stelle dei Bassani Cavanna, di Cesare Bassani
(Leucotea, 2018)

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“Le stelle dei Bassani Cavanna” è un romanzo dell’autore emergente Cesare Bassani, ed è un racconto familiare
. Si narra della storia delle due famiglie, i Bassani e Cavanna, che si uniscono grazie al matrimonio tra Eugenio Bassani e Dirce Cavanna. Siamo agli albori del Novecento, alla vigilia delle due grandi guerre mondiali, e c’è una tipografia a gestione familiare che è il nucleo nevralgico entro cui ruota tutto l’emisfero narrativo.

Quando ho iniziato a leggere il romanzo, le atmosfere mi avevano lasciata leggermente perplessa, perché non è certamente la prima volta che si sente parlare di un romanzo ambientato in un contesto simile. Ciò che ha reso la storia interessante è stato sicuramente l’inserimento dell’espediente “magico”. All’interno della famiglia Cavanna le donne hanno il dono della preveggenza, che si manifesta attraverso i sogni. Un dono e una maledizione, sotto molti aspetti: anzitutto perché conoscere il futuro dei propri cari può rivelarsi devastante, soprattutto quando questo futuro non si presenta roseo. D’altro canto, questo colore che l’autore ha deciso di dare alle sue protagoniste femminili è certamente il valore aggiunto del romanzo, che altrimenti avrebbe peccato, forse, di poca originalità.

Bassani è un cognome tipicamente ebraico, e infatti all’interno del romanzo la componente tematica sulle leggi razziali e l’antisemitismo di quegli anni è preponderante. Ai fini della trama, posso dire che questa scelta – che si rivela quasi obbligata, data la natura del cognome del protagonista e la natura autobiografica del romanzo stesso – non mi ha lasciata delusa, anzi: nonostante qualche sentimentalismo, devo dire che il connubio tra magia-ebraismo è ben riuscito e calibrato, soprattutto perché questi due elementi hanno sempre giocato un ruolo – a livello storico, letterario e filosofico – in perenne equilibrio tra l’antitesi e la sintesi.

Lo stile è scorrevole, sebbene non manchi qualche ridondanza che si presenta soprattutto nei dialoghi. Scrivere di dialoghi è, a mio modesto avviso, una delle cose più complesse da fare in letteratura, perché si corre il rischio di risultare poco naturali al lettore. È facile creare dialoghi con ripetizioni e spiegazioni pleonastiche, o con ritmi poco incalzanti. Questo non vuol dire che il ritmo di un dialogo debba avvenire sempre in modo sincopato; in questo particolare romanzo, però, ho notato una pesantezza di fondo nelle discussioni dei personaggi, come se vi fosse un copione “formale” molto ben stabilito.

Credo che l’intenzione dell’autore fosse quella di rendere i dialoghi quanto più “antichi” possibili, dando la sensazione che a parlare fossero persone con un linguaggio molto differente da quello che caratterizza le relazioni odierne. Nonostante questo, credo che una sfrondata alle strutture formali dei dialoghi sia necessaria per conferire maggiore familiarità ai dialoghi: non va dimenticato che la gran parte dei dialoghi avviene tra membri di una stessa famiglia, o comunque conoscenti molto intimi, e quindi in queste circostanze la formalità dovrebbe un po’ cedere il passo alla velocità della comunicazione.

Nonostante questo neo stilistico, mi sento di dire che Cesare Bassani è un autore emergente con un certo talento narrativo, soprattutto per l’abilità dimostrata nel costruire – e tenere insieme – una serie di intrecci narrativi e familiari abbastanza complessi. Vorrei ancora una volta riservare un complimento per l’inserimento della magia all’interno della narrazione: per me, grande amante del fantastico all’interno della letteratura, è sempre un valore aggiunto poter trovare elementi surreali all’interno di una storia iper-realista come lo è un romanzo familiare così impostato.

(Clelia Attanasio)

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