Giù nel Colorado: l’America profonda di Kent Haruf

Canto della pianura, di Kent Haruf
(NN Editore, 2015 – trad F. Cremonesi)

canto pianura

Plainsong. Il titolo inglese di questo romanzo di Kent Haruf crea qualche difficoltà al traduttore Fabio Cremonesi per la prima edizione italiana (NN Editore, 2015), come espone la nota introduttiva. Il plainsong è un “canto piano”, monodico, senza accompagnamento; oppure un motivo musicale sobrio, essenziale. Immaginiamo Fabio Cremonesi maneggiare a lungo le molte parole italiane necessarie a esprimere la semplicità di un solo termine inglese. Ma che fatica, che frustrazione non trovare la parola che sia davvero quella buona. Poi però fa capolino un’idea. No, anzi, una tentazione, di quelle che il diavolo sulla tua spalla sinistra ti dice piano nell’orecchio perché l’angelo sulla spalla destra non senta. Pianura. Canto della pianura. 

Siamo nella contea di Holt, in the middle of nowhere, Colorado. Una città piccola, ci vogliono ore di macchina per andare a Denver, molti chilometri di frumento, mucche, cavalli, ogni tanto staccionate e fattorie. Tom Guthrie abita qui, con i suoi due figli, bambini piccoli ma già grandi, Ike e Bobby. Lui fa il professore di liceo e alleva cavalli, Ike e Bobby portano i giornali tutte le mattine prima di andare a scuola. Ma questa storia non parla di loro, non parla nemmeno di Victoria, ragazza di diciassette anni già incinta, e nemmeno dei due burberi fratelli Mcpheron che hanno passato insieme cinquant’anni nel loro ranch, senza mai prender moglie.

A dire il vero non è facile dire di cosa parla questo libro. È un canto, ma il palco rimane vuoto: è dalle cose che sale quella nenia pungente che fa da vero protagonista del romanzo. E si ha la sensazione che sia dappertutto, che il mondo degli oggetti, da cui quel plainsong proviene, si sia allargato a dismisura, staccionate, praterie, animali, uomini, affetti. Tutto risuona allo stesso modo, di un leitmotiv che sembra parlarci della vita. Alla fine forse è questo che qui Haruf aveva da dire: la vita nella sua presenza concreta, banale eppure difficile da spiegare, la vita che, semplicemente, esiste. Alcuni momenti del libro, lo mette in rilievo Fabio Cremonesi, sono particolarmente vividi, e hanno tutti a che fare con il nascere e il morire: una vacca “esplorata” con ruvida gentilezza per capire se sia gravida; l’autopsia di un cavallo; una giovenca fatta partorire con l’estrattore per vitelli. Tre scene in cui Haruf dice senza dire, lasciando a chi legge la libertà, a ciascuno la sua, di interpretare.

In conclusione, Canto della pianura è davvero un bel romanzo, se non altro perché tiene il lettore incollato alle pagine pur facendo finta di non dire niente. Dunque leggetelo. E se il libro non vi avrà deluso, vi deluderà la geografia. Cercatela pure sulla cartina dopo averla avuta tanto negli occhi, Holt non esiste.

 

Adriano Cecconi

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