Il coraggio delle “Donne che parlano” raccontato da Miriam Toews

Donne che parlano, di Miriam Toews
(Marcos y Marcos, 2018 – trad. M. Balmelli)

Donne-che-parlano_webBolivia, 2011: diventa un caso nazionale la condanna di un gruppo di uomini della colonia mennonita di Manitoba, colpevoli di aver narcotizzato e stuprato sistematicamente per anni le donne della loro comunità. Donne che parlano, l’ultimo romanzo di Miriam Toews edito da Marcos y Marcos nella traduzione di Maurizia Balmelli, è – secondo le parole dell’autrice stessa – insieme una risposta narrativa a questi fatti di vita vissuta e un atto di immaginazione femminile.

Toews, cresciuta a sua volta in una rigida comunità mennonita nei pressi di Winnipeg, conosce bene il mondo in cui ambienta la sua storia e dipinge con naturalezza un universo così distante e inquietante da ricordare le distopie della conterranea Margaret Atwood: le donne mennonite non sanno leggere né scrivere, solo le più giovani sanno contare, non possono mostrare i capelli agli uomini, non hanno potere decisionale all’interno della comunità. L’unica lingua che conoscono è il plautdietsch,  «una lingua orale risalente al medioevo, moribonda, un guazzabuglio di tedesco, olandese, pomerano e frisone». 

L’aspetto linguistico è particolarmente significativo: le uniche altre persone al mondo che parlano la lingua delle donne mennonite sono, infatti, gli uomini mennoniti. Le donne Molotschna, la colonia immaginaria in cui si svolge la vicenda, si riuniscono per parlare tra di loro mentre gli uomini sono nella città vicina, a pagare la cauzione per liberare dal carcere gli stupratori che per anni hanno assalito le loro mogli e le loro figlie. Peters, il pastore della colonia, esige dalle donne che perdonino gli aggressori, pena la scomunica. C’è quindi pochissimo tempo per decidere cosa fare: non fare niente, restare e combattere o andarsene.

Le donne non si accontentano di parlare: vogliono che le loro parole siano scritte, messe a verbale, e non in plautdietsch ma in inglese. Donne che parlano è dunque la cronaca delle riunioni delle donne di Molotschna redatta da August Epp, voce narrante del romanzo e unico uomo ammesso alla cospirazione. August è un emarginato: espulso dalla colonia insieme ai suoi genitori quand’era ancora bambino, ha vissuto nel mondo esterno per la maggior parte della sua vita, sperimentando solitudine e paura, prima di ritornare a Molotschna come maestro di scuola. A coinvolgerlo nel segreto delle donne è Ona Friesen, l’eccentrica amica d’infanzia a cui è unito da una complicità pura e intoccabile.

Non tutte le donne della colonia partecipano alle riunioni: molte di loro scelgono di non fare niente, lasciare semplicemente che le cose continuino come sempre, altre preferiscono demandare la decisione cruciale. La discussione si svolge quindi tra otto donne di due famiglie, i Freisen e i Loewen, diverse tra loro per età – tre generazioni a confronto – che per carattere e attitudine. Le accomuna il ricordo della violenza, che pesa su tutte loro e tuttavia viene introdotto nella narrazione con una naturalezza quasi inquietante. Ci aspetteremmo una cricca di donne devastate, impotenti, sfinite, ma ben presto dobbiamo renderci conto che le donne di Molotschna sono abituate alla violenza: il pacifismo alla base del credo mennonita non impedisce agli uomini di picchiare regolarmente mogli e figlie, e le aggressioni subite, seppur straordinariamente crudeli, non costituiscono un evento poi così assurdo e straordinario nel contesto della colonia.

«Il pastore e gli anziani di Molotschna hanno assunto il potere sugli uomini e le donne qualunque della colonia, afferma. E gli uomini qualunque hanno assunto il potere sulle donne qualunque di Molotschna. E le donne qualunque di Molotschna hanno assunto il potere su… Ona indugia. Le donne tacciono.
Su nient’altro, dice Ona, che le nostre anime.» [p. 155]

La discussione delle donne – che hanno solo quarantott’ore per prendere la loro decisione, prima che gli uomini ritornino – assume pagina dopo pagina le caratteristiche di una vera e propria presa di coscienza: la necessità di proteggere sé stesse e i propri figli si fonde con la ferma volontà di restare delle buone mennonite e con la paura dell’esilio. Non dovrebbero essere forse gli uomini, ad andarsene? Come si può vivere con persone per cui si provano pensieri omicidi? Com’è possibile che gli uomini vengano rieducati e cambino se le donne vanno via? Queste sono alcune delle domande che emergono mentre l’ingenuità del piano delle donne, che di fatto progettano di partire verso l’ignoto in un mondo di cui non sanno nulla, in cui non sanno muoversi e di cui non conoscono neanche la lingua né i più basilari metodi di comunicazione, si fonde con un’analisi sempre più profonda del sistema patriarcale della colonia, le cui dinamiche, se pur esasperate, non si rivelano poi tanto diverse da quelle del nostro mondo.

«Se tuo marito, chiede a Mejal, ti dicesse che Dio, nella Bibbia, attraverso le parole dei vari profeti e discepoli maschi, o attraverso le parole dello stesso Gesù, ha messo in chiaro che lui, tuo marito, deve colpirti brutalmente in faccia ogni volta che lo contraddici – e che dovrebbe anche scudisciare i suoi figli piccoli con una frusta per cavalli ogni volta che dimenticano aperta la porta della stalla, e che tu devi fare lo stesso – saresti d’accordo con lui?» [p. 188]

Pur con tutte le loro perplessità e le loro differenze, pronte a rinfacciarsi le rispettive stranezze, mai d’accordo su tutto, le otto donne che parlano appaiono sempre legate, unite verso un semplice obiettivo: «Vogliamo che i nostri figli siano al sicuro. Vogliamo rimanere salde nella nostra fede. Vogliamo pensare». Il loro legame traspare delicatamente dai dialoghi, dai gesti, filtrato da una prosa diretta, priva di fronzoli.

Donne che parlano è un libro da leggere lentamente, chiudendolo di tanto in tanto per affrontarne l’impatto, e che tuttavia riesce a raccontare una storia necessariamente brutale con levità e precisione. Nonostante l’apparente distanza culturale e geografica della storia, le domande che suscita non possono che essere anche nostre:

«Vogliamo il mondo? Se sono fuori dal mondo, se la mia vita è fuori dal mondo, fuori dalla mia vita, se la mia vita non è nel mondo, allora che senso ha? Insegnare? Ma insegnare cosa, se non il mondo?» [p. 245]

Loreta Minutilli

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