“La terra morente” e Jack Vance: topos della letteratura fantastica – Pt. 1

Pubblichiamo oggi la prima parte di un intervento di Sergio Vivaldi  – tra i relatori del Sublime Simposio organizzato da Vanni Santoni – alla convention Stranimondi dell’ottobre scorso. Si tratta di una profonda e preziosa analisi de La terra morente di Jack Vance, opera magistrale della letteratura fantastica.

 

La Terra Morente è un’ambientazione ibrida, a metà tra fantastico e fantascienza, con una lunga storia che precede Jack Vance. Già La Macchina del Tempo di H. G. Wells si chiudeva con l’immagine di una Terra alla fine dei suoi giorni, e per questo ne viene considerato un precursore. Non si tratta di distopie post-apocalittiche, non ci sono le conseguenze di una catastrofe – politica o naturale o entrambe – da affrontare. Il mondo esiste in un futuro lontanissimo, in cui il tempo si è esaurito.

Vance non ha quindi definito un archetipo narrativo, ma il successo dei suoi racconti, raccolti nel volume The Dying Earth nel 1950, ne ha dato il nome. Il successo arriva anche per la prosa di Vance: inebriante, ipnotica, barocca, si affida ad assonanze e allitterazioni per descrivere il paesaggio, immergendo il lettore nei colori e amplificando gli elementi fisici con le sonorità linguistiche per rendere la vastità degli ambienti. Le suggestioni evocate dall’autore spaziano su tutti i cinque sensi, mentre la formalità dei dialoghi simboleggia una distanza tra i personaggi, per i quali conta sempre prima l’io del noi.

Prima ancora della trama, sono gli elementi stilistici che hanno reso così popolare La Terra Morente. L’autore americano crea una cornice semplice, definita da un sole rosso, stanco e tremolante come una candela esposta al vento. L’idea non è tra le più innovative, ma è funzionale per esplorare il tema fondamentale di questo topos del fantastico: la perdita di ogni futuro e di ogni passato. Arrendersi alla pallida luce del sole, trasformato in memento mori quotidiano, o continuare la lotta e tramandare geni e valori per creare una felicità che non può durare a lungo?


La conoscenza è potere

Qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.
Arthur C. Clarke

Nel primo racconto, Turjan di Miir, l’autore chiarisce l’origine della magia. In un passaggio in particolare, scopriamo che la magia si basa su una disciplina antica, la Matematica. «Con [la Matematica] si può spiegare l’universo. Per sua natura inerte e indipendente dalla magia, risolve ogni problema, ogni fase dell’esistenza, ogni segreto dello spazio e del tempo».
Ma la vera conoscenza è perduta, è impossibile per i maghi comprendere la totalità di quello che la Matematica descrive, perché possessori di una conoscenza “didattica, empirica e arbitraria”. La Matematica si è trasformata in un linguaggio antico, i cui significati restano sconosciuti anche ai più importanti studiosi. I maghi si limitano a utilizzare meccanicamente formule senza conoscerne l’origine. In questo remoto futuro è impossibile capire il processo – scientifico, diremmo noi – che ne permette il funzionamento. E infatti, come ricorda il maestro di Turian di Miir, «Colui che comprenderà lo schema conoscerà ogni tipo di stregonerie e diventerà potente oltre ogni immaginazione».

Per Vance la magia è un’evoluzione della tecnologia, anche se è a volte difficile comprendere il legame tra le due. Il confine non è chiaro, in parte perché non sappiamo quale livello di sofisticazione abbia raggiunto la tecnologia, e in parte perché Vance include la magia vera e propria – la presenza di demoni, per lo più antropomorfi, ne è un chiaro indicatore. Ma siamo in un’epoca post-tecnologica e post-magica, in cui l’umanità è caduta nella barbarie.
L’approccio apertamente illuminista è esplicitato dall’autore con l’affermazione che conclude il dialogo: il sapere matematico garantisce “potere oltre ogni immaginazione”. La narrazione assume quindi un tono nostalgico, Vance rimpiange il passato glorioso, la pulsione verso il futuro che ha spinto l’umanità a livelli di eccellenza oltre ogni immaginazione. E non a caso, la raccolta si apre e si chiude con due personaggi, Turian di Miir e Guyal di Sfere, in cerca di maestri in grado di educare i protagonisti alla conoscenza degli antichi.

La cerca

Dovrete salvarvi da soli. Avete ignorato la saggezza degli antichi, vi siete crogiolati nella pigrizia e accettato le comode verità della religione invece di affrontare
il mondo con coraggio.
Rogol Domedonfors

I protagonisti dei racconti sono eccezioni – non sempre positive – perché cercatori del sapere perduto. L’umanità di cui parla Vance si è arresa, vive nell’attesa della “notte eterna”. Ma c’è qualcosa che si agita a un livello più profondo, che infesta come un fantasma i racconti di Vance: i futuri perduti – i tempi passati in cui il futuro poteva essere ancora immaginato.

Infestano il presente attraverso la conoscenza “didattica, empirica e arbitraria” dei maghi, attraverso ibridi umanoidi che abitano le aree selvagge – esperimenti di ingegneria genetica di cui si è persa ogni conoscenza –, attraverso umanoidi artificiali a cui i maghi hanno conferito intelligenza umana, attraverso macchine volanti e intelligenze artificiali. I resti del passato si trasformano da reliquie a orrori: l’incapacità di spiegare la loro origine diventa un’assenza, un’ombra inquietante sull’uomo, che vive sotto la minaccia costante delle sue stesse creazioni.

Il racconto che meglio rappresenta questa dinamica è Guyal di Sfere, e non sorprende che sia il racconto più weird, per quanto elementi weird siano presenti anche negli altri. Il protagonista, l’adolescente Guyal di Sfere, “era nato diverso dai suoi simili e ben presto divenne un tormento per suo padre” perché “c’era nella sua mente un vuoto che bramava di essere colmato”. Guyal viene dipinto come la caricatura di un bambino che cerca l’attenzione di un adulto, nonostante il genitore sia appena rientrato da una lunga giornata di lavoro. Fastidioso, petulante. Quando nessuno ha più risposte da offrire, o quando nessuno vuole più sopportarlo, va in cerca del Museo dell’Uomo, l’unico luogo in cui potrà «colmare il vuoto».

Il Museo è un luogo abbandonato da tutti tranne che dal Curatore, ultimo baluardo in difesa di tutto lo scibile umano contro il demone che vorrebbe impadronirsene e che viene sfamato dagli abitanti del villaggio più vicino con sacrifici umani per evitare che si manifesti al’esterno. Demone, viene detto al lettore, generato dalla mente umana, un distillato «di tutte le perversioni che hanno infettato l’umanità». Non a caso quando Guyal incontra il demone, alla domanda Chi sei? questi risponde con un agghiacciante: «Sono niente e nessuno. Sono un’astrazione, un’emozione, un’esalazione di terrore, un velo gelido di orrore, il riverbero dell’urlo».

Il demone mira a controllare il Museo per accedere a tutte le conoscenze che conserva e usarle contro l’uomo. Uomo che, sembra dire Vance, ha deciso di abbandonare la via della conoscenza e alimentare le perversioni che sono l’essenza stessa del demone – i sacrifici, in una metafora che rievoca l’inutilità di opporsi alla fine di ogni cosa. Ma se la parte migliore dell’uomo, conservata nel Museo, venisse messa al servizio della parte peggiore, quali sarebbero le conseguenze? L’umanità sarebbe indifesa di fronte a un tale potere – «potere oltre ogni immaginazione» dicono i maghi – e solo la ricerca di un passato perduto può portare alla salvezza. E Guyal, il bambino petulante, assume il mantello dell’eroe classico che si fa carico di proteggere gli altri a loro insaputa.

In Ulan Dhor (il titolo originale è Ulan Dhor Ends a Dream, titolo particolarmente appropriato) l’omonimo protagonista raggiunge una città un tempo potente e gloriosa la cui popolazione è oggi divisa in colori. La divisione è così netta che le diverse fazioni sono letteralmente incapaci di vedersi, e si considerano a vicenda come fantasmi che infestano le rovine. In seguito al ritrovamento delle due metà di una tavoletta, Ulan Dhor riuscirà a risvegliare il computer che guidava la città, forse uno scienziato la cui coscienza è stata trasferita su una macchina, come nel film Transcendence (2014).

Il computer, Rogol Domedonfors, aveva esortato gli abitanti ad agire in prima persona per superare le differenze, creando lo stratagemma delle due tavolette per invitarli a una cerca che poteva essere risolta solo collaborando tra loro. L’attesa è lunga diverse migliaia di anni, ma al suo risveglio la popolazione non ha fatto alcun tentativo di uscire da questa inerzia, si è anzi progressivamente radicalizzata nelle sue divisioni. E Ulhan Dhor, in pericolo per la reazione di Domedonfors, pone fine al sogno di unità del computer distruggendolo.

Per Vance non è la caduta del mondo in una barbarie post-magica e post-tecnologica a essere decadente, quanto la passività dei suoi abitanti. L’unica tensione sembra andare verso un vuoto edonismo autodistruttivo («erano allegri, gli abitanti di questa terra al tramonto, frenetici nel loro divertimento, perché la notte infinita era prossima, e il sole sarebbe presto diventato nero», in Turjan di Miir) o un egoismo privo di morale. Il lieto fine dei sei racconti che formano il primo volume parla delle eccezioni, racconta il barlume di speranza dell’umanità, debole quanto il sole che la illumina ma ancora viva e incapace di rinunciare. Ma è anche un esplicito segnale dell’ottimismo dell’autore americano, un’ode alle capacità dell’intelligenza umana.

Continua…

Sergio Vivaldi


Il Sublime Simposio del Potere (SSdP) nasce nel 2015 da un’idea di Vanni Santoni, un appuntamento per e tra appassionati per raccontare il fantastico in ogni sua declinazione. Dal secondo incontro nasce Di Tutti i Mondi Possibili (Effequ, 2017), alla cui pubblicazione sono seguiti una serie di incontri in giro per l’Italia, incluso l’ultimo alla convention Stranimondi a Milano, in cui è stato presentato questo intervento.
Sergio Vivaldi è saggista e critico letterario.

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