“La terra morente” e Jack Vance: topos della letteratura fantastica – Pt. 2

Pubblichiamo oggi la seconda parte dell’intervento di Sergio Vivaldi  – tra i relatori del Sublime Simposio organizzato da Vanni Santoni – alla convention Stranimondi dell’ottobre scorso. Si tratta di una profonda e preziosa analisi de La terra morente di Jack Vance, opera magistrale della letteratura fantastica.

…continua

La fine della morale

Affermo categoricamente prima la mia assoluta innocenza, poi la mancanza di qualsiasi intento criminale e infine le mie più sentite scuse.
Cugel l’Astuto

L’ottimismo viene – apparentemente – a mancare quando Vance crea il personaggio di maggior successo della Terra Morente, Cugel l’Astuto, a cui sono dedicati due volumi pubblicati rispettivamente nel 1966 e nel 1983. Ladro, truffatore, assassino, stupratore, genera simpatia solo perché i suoi stratagemmi finiscono per pareggiare quelli usati contro di lui, ottenendo come unico risultato di salvarsi la vita. Non sembra esserci più possibilità di salvezza per l’umanità, non ci sono più eccezioni. Se nei precedenti racconti c’era ancora speranza per pochi e alcuni cercavano il piacere nell’attesa della fine, adesso la sopravvivenza è garantita solo dall’opportunismo e dall’individualismo. È la caduta definitiva, quella in cui gli abitanti utilizzano qualsiasi mezzo possibile per ottenere un vantaggio sugli altri.

I due titoli si iscrivono al genere picaresco, anche se il primo dei due viene pubblicato a puntate e poi raccolto in un unico volume. Entrambi hanno comunque la stessa struttura episodica, un lungo viaggio del protagonista per tornare alla sua terra natìa. Cugel potrebbe sembrare vittima di una realtà decadente, ma l’autore americano ha già messo in mostra personaggi intrinsecamente positivi nella prima raccolta. La a-moralità di Cugel è certamente un risultato della sua epoca, ma non fa nulla per opporsi alla corruzione.

Subisce però le prepotenze dei membri di una classe sociale più alta, come è normale per il canone picaresco. Un mago ricco, potente e crudele lo spedisce dall’altra parte del mondo a recuperare un artefatto per lui. Il mago inserirà anche una piccola creatura aliena all’interno del suo corpo, qualcosa di non troppo diverso dalla cimice inserita nel corpo di Neo in Matrix, ma capace di artigliargli le viscere alla prima esitazione. Difficile dire che la punizione non sia meritata: Cugel è stato sorpreso a rubare. Se il mondo è crudele e i potenti restano impuniti, Cugel è a suo agio con la realtà che lo circonda.

Ogni capitolo mette in mostra un equilibrio perverso di inganni che impediscono a tutti i protagonisti di raggiungere i propri obiettivi. Allo stesso tempo, Cugel è consumato dalla vendetta nei confronti di chi lo ha obbligato a questo viaggio, non desidera altro. Ma i suoi fallimenti sono grotteschi, sopravvive alle situazioni in cui si viene a trovare per un misto di fortuna, istinto di sopravvivenza e un insieme di capacità che gli permettono di adattarsi a tutto, anche senza essere esperto di nulla. L’effetto tragicomico raggiunge il culmine quando, una volta tornato di fronte al suo aguzzino, la sua inettitudine con la magia gli impedisce di completare la vendetta e si infligge da solo un secondo esilio forzato, obbligandosi a ricominciare il viaggio dall’inizio.

Non è solo la perdita di ogni morale a ingrandire la nube di oscurità che si staglia sopra l’uomo. In questo ritorno all’ambientazione della Terra Morente, Vance introduce un tentativo di fuga dal reale stesso, un abbandonarsi a realtà utopiche come ultima rinuncia alla vita. Il primo libro, Le Avventure di Cugel l’Astuto, si apre con la ricerca di un artefatto, due piccoli emisferi che, posizionati sugli occhi, permettono di vedere il Sopramondo. Qui, il portatore e tutti gli altri possessori dei due emisferi risultano nobili vestiti di abiti preziosi e gioielli, le loro residenze sono palazzi riccamente decorati e i loro servi vestono in livrea. La realtà è diversa: il villaggio è di fango e i suoi abitanti vestono di stracci. L’unico desiderio dei servi è ereditare gli oggetti che generano l’illusione, eredità a cui avranno diritto alla morte di uno dei presunti nobili.

Nel corso del viaggio si manifesteranno altre illusioni. Sono i fantasmi di ciò che non è stato, utopie tentatrici he spingono la vittima a dimenticare la realtà e abbracciare (in)consapevolmente la propria fine. La loro manifestazione si unisce all’assenza del passato, di cui il lettore è reso consapevole dall’arretratezza degli strumenti quotidiani, dai mezzi di trasporto e dalle rare reliquie del passato – non ultimi i due emisferi, sorta di visori virtuali dalla forma di lenti a contatto. Difficile separare l’immagine di decadenza e disperazione a cui Vance associa le visioni utopiche dal periodo storico: nel 1966 gli Stati Uniti sono scossi dalle critiche alla guerra in Vietnam e dalle proteste studentesche contro l’invio di giovani in estremo oriente mentre il consumo di allucinogeni si diffonde a macchia d’olio – una diffusione che culminerà con il festival di Woodstock nel 1969, e al contrattacco reazionario della War On Drugs del 1971.

Vance non ha mai ammesso di essere stato influenzato dalla situazione politica a lui contemporanea – i suoi lavori non rivelano mai una posizione politica chiara – ma è difficile pensare che un ex soldato che scrisse i primi racconti della Terra Morente mentre era in servizio con l’esercito appoggiasse le proteste studentesche. Le stesse immagini della realtà del villaggio e dei suoi abitanti – infangati, miseri ma obesi perché serviti da chi attende di sostituirli, totalmente assuefatti all’allucinazione nella quale vivono – sono compatibili con l’immagine negativa di chi vedeva, e vede ancora oggi, il consumo di sostanze come una forma di degrado.

Vance rimane un’ottimista, nonostante un’ambientazione dai toni tanto tetri. Per un mondo prossimo alla fine, la varietà di culture e società incontrate nei due viaggi di Cugel è impressionante. Dalla società matriarcale dell’isola di Lausicaa, dove sono gli uomini a indossare il velo e a non mostrare mai il volto, al villaggio di Tustvold dove lo stato sociale delle donne dipende dall’altezza della colonna su cui siedono i loro uomini per fare scorta dei salutari raggi del sole. La città di Lumarth adora quattro demoni ai quali è associato un particolare periodo dell’anno e giustificano il loro credo distorcendo il concetto di altruismo. La Terra Morente ha un mondo ricco e vario, il viaggio di Cugel rivela un melting pot che sembra smentire l’idea dei suoi abitanti di una fine imminente.

Il messaggio ottimista di Vance è più nascosto rispetto ai primi racconti, ma è sempre presente: rinunciare alla lotta e cedere al fatalismo porta solo all’autodistruzione, a dimenticare il passato e rifiutarsi di usarlo per costruire un futuro. Rifugiarsi in fantasie escapiste o accontentarsi di risposte facili e preconfezionate avrà come unico risultato di affogare l’umanità nelle sue perversioni. La morte del futuro passa innanzitutto dall’inerzia di chi dovrebbe costruirlo. Eppure l’uomo rimane, inconsapevole della sua stessa resistenza al destino, crea nuove strutture sociali, nell’eterna attesa di un nuovo Rinascimento. La morte è inevitabile, ma la sua inevitabilità non è ragione sufficiente per rassegnarsi a essa.

Sergio Vivaldi


Il Sublime Simposio del Potere (SSdP) nasce nel 2015 da un’idea di Vanni Santoni, un appuntamento per e tra appassionati per raccontare il fantastico in ogni sua declinazione. Dal secondo incontro nasce Di Tutti i Mondi Possibili (Effequ, 2017), alla cui pubblicazione sono seguiti una serie di incontri in giro per l’Italia, incluso l’ultimo alla convention Stranimondi a Milano, in cui è stato presentato questo intervento.
Sergio Vivaldi è saggista e critico letterario.

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