La parola al traduttore: Fabio Cremonesi racconta Kent Haruf e “Vincoli”

By Fabio Rinaldi

Fabio Cremonesi è la voce italiana di Kent Haruf, traduttore dall’inglese, dal tedesco, dallo spagnolo e dal catalano, nel 2017 ha vinto il premio della “Lettura” del Corriere della Sera come miglior traduttore dell’anno grazie a Le nostre anime di notte. È da poco arrivato in libreria Vincoli per NN Editore, il primo libro, in ordine cronologico, di Kent Haruf. Ce ne parla Fabio Cremonesi perché, si sa, non esiste critico letterario migliore del traduttore stesso.

 

Kent Haruf ormai è un autore che scala le classifiche. Si sarebbe mai aspettato un successo del genere? E come è avvenuta la scoperta di Haruf da parte della NNE?

Come succede di solito, Haruf fu proposto da un agente alla casa editrice. Il primo romanzo che abbiamo letto è stato Benedizione e non solo ne abbiamo apprezzato subito la qualità letteraria, ma abbiamo intravisto un potenziale commerciale notevole. Certo non ipotizzavamo un successo di queste proporzioni, al tempo NNE era solo un progetto e non esisteva ancora, Benedizione ci sembrò un buon libro per affacciarsi sul mercato, ma non ci aspettavamo che tre romanzi dopo Haruf fosse primo in classifica.

Vincoli è ambientato a Holt, come gli altri romanzi. Una cittadina che viene dettagliata con diversi particolari, soprattutto in questo libro, ma esiste davvero o è frutto della fantasia?

In Colorado esiste una cittadina che si chiama Yuma, formalmente identica alla Holt che descrive Haruf. È una cittadina dove l’autore ha vissuto per alcuni anni, anche se ha sempre negato che Holt fosse Yuma. Sicuramente le vicende che racconta sono immaginarie, ma i riferimenti geografici e urbanistici a Yuma sono ben precisi. L’ospedale, la fiera del bestiame, la main street con la taverna e il negozio di ferramenta sono disposti come nella planimetria di Yuma. Il gruppo di uomini che chiacchierano e perdono tempo al caffè sono la Holt che abbiamo imparato ad apprezzare negli altri romanzi. Ritroviamo il senso di casa, l’esatto contrario di un luogo esotico, ma un luogo dove in un modo o nell’altro si finisce sempre per tornare. Come in tutte le case succedono cose belle e cose meno belle, ma Holt è questa, non un luogo letterario dove si va in cerca di quotidianità e di “vita vera”. Nell’edizione italiana il sottotitolo recita “Alle origini di Holt”, infatti in Vincoli balza agli occhi la dimensione epica, si narra della Holt dei tempi di pionieri e dell’epos della conquista del West. Le terre sgomberate dai nativi americani venivano offerte ai pionieri grazie a una legge federale in vigore all’epoca.Holt

A proposito di West, il romanzo è disseminato di riferimenti all’Est e all’Ovest. La storia comincia con i genitori di Edith che da pionieri arrivano a Ovest, in Colorado, e si stabiliscono in una terra fredda e inospitale. Il padre di Edith, per tutta la vita, impedirà alla moglie di guardare verso Est e quando la moglie muore, la finestra è rivolta a Est. Considerata la simbologia che l’Ovest assume nella letteratura nordamericana, questi riferimenti sono casuali o hanno un significato specifico?

Certo, l’Ovest ha sicuramente un significato fondamentale nella storia americana. La colonizzazione, con dei costi umani pesantissimi, è un dato comune a tutta la storia americana e non è da sottovalutare; dall’altra parte c’è il dato specifico del romanzo, ovvero una giovane coppia di pionieri che si trasferisce a Ovest in un appezzamento di terra di cui non sa niente, perché l’unica cosa che conosce del mondo è il paesino dell’Iowa da dove proviene, con terre fertili e un moderato benessere. Quando gli vengono promesse delle terre in Colorado, i due coniugi pensano che il mondo sia tutto come il loro Paese e quando arrivano a Holt hanno l’amara sorpresa di scoprire che invece il Colorado è più arido, una pietraia orrenda. In questo senso, nella testa della madre di Edith, una donna che non può esprimere la propria volontà su nulla, non può decidere nulla e subisce tutto quanto, l’Est rappresenta una specie di Eden perduto.

Edith e la madre, quindi, sono accomunate da questo non scegliere, dal non riuscire a recidere i vincoli del dovere a costo di sacrificare se stesse, precludendosi così la possibilità di essere libere e di conseguenza felici?

Non condivido del tutto questa impostazione. Secondo me, non è vero che Edith non è riuscita a recidere i vincoli, ha deciso di non reciderli. Mentre sua madre per tutta la vita non decide nulla e tutto quello che chiede è di essere seppellita nel suo Paese, nell’Iowa, e nemmeno quello le viene concesso; la nostra Edith è una donna che subisce le cose solo in apparenza. Tutta la sua vita si svolge in confini molto angusti e non stabiliti da lei, ma è una vita che si è scelta. Poi possiamo discuterne i motivi, ma c’è una differenza profonda tra la vita di sua madre e la sua. Vero che Edith non si sottrae a questi vincoli, ma lo fa come un atto deliberato. Consideriamo che non è una figlia di libertari anni ’60, siamo a cavallo tra ‘800 e ‘900 e calata in quell’epoca storica riassume su di sé una vicenda di emancipazione femminile ben precisa. Per essere una donna che abita in un angolo remoto degli Stati Uniti, prende con decisione le redini della propria vita.

Nei romanzi di Haruf si percepisce sempre la vita che scorre via, che piano piano finisce. Come mai, secondo lei, tanta attenzione a quest’ultima fase della vita?

Haruf ha iniziato a scrivere relativamente tardi, a 40 anni, e ha finito di scrivere poche settimane prima di morire quando di anni ne aveva 70, quindi alla base c’è sicuramente un dato anagrafico: è in una fase della vita in cui è più facile pensare alla morte. Inoltre, lavorava come infermiere e volontario in un hospice, cioè in un reparto per malati terminali. Credo che questo spieghi perché in Benedizione la morte non viene raccontata come un momento, ma come un processo, perché è qualcosa che ha avuto sotto gli occhi per tutta la sua vita. Da questo punto di vista, è interessante notare che il suo modo di raccontarlo non è mai disperato; morire è una parte dell’esperienza umana e come tale va considerata, raccontata, percepita. Alla fine, chiunque scriva libri sta cercando in qualche modo di esorcizzare il pensiero della morte, sta cercando di fissare qualcosa di se stesso in modo che duri. Ma quasi nessuno ci riesce.

La felicità, nei romanzi di Haruf, spesso è a pochi passi da casa. Lì dove non ti aspetti, eppure così semplice da trovare. È forse un invito a non chiudersi in se stessi, ma a guardarsi intorno con occhi sempre nuovi e ben disposti verso l’altro?

Ho la sensazione che spesso Haruf abbia una visione luminosa dell’esistenza. Come se stesse dicendo – non sempre, certo, se no sarebbe ebete – che la felicità è già lì e dobbiamo solo imparare a vederla. Quando dice “è già lì” intende dire che dobbiamo fare bene quello che si è chiamati a fare, ovvero essere dei buoni genitori, dei buoni mariti, insomma delle brave persone. Ce lo dice in particolare con il personaggio del fratello di Edith che se ne va da una situazione insopportabile, però vaga da un posto all’altro senza riuscire a costruire granché. Sua sorella, che invece rimane a Holt e affronta un destino non certo piacevole o ameno, rappresenta la scelta opposta: è inutile andare a cercare la felicità, perché basta imparare a vederla e riconoscerla. Certo, poi non è così semplice. Haruf non è uno scrittore consolatorio. Non ci sono buoni e cattivi, non finisce con “e tutti vissero felici e contenti”, anzi, alla fine quasi nessuno vive felice e contento e ogni personaggio è sempre chiamato a pagare il prezzo delle proprie decisioni, giuste o sbagliate che siano; però niente viene rimandato all’al di là, è tutto qua. Non è un autore consolatorio, ma ci avverte che nella vita di ogni giorno la felicità è più a portata di mano di quello che sembra.

Con la trilogia e Anime di notte eravamo abituati a un lessico e una sintassi scarni, essenziali. In Vincoli, invece, lo stile è più articolato. Le sfide traduttive sono state le stesse o si è trovato di fronte a problematiche differenti?

Ci sono due ordini di complessità, uno lessicale e uno sintattico. Così come in Canto della pianura c’era un livello di complessità sui termini tecnici della zootecnia, qui è sui termini della coltivazione e delle macchine per lavorare la terra. Nel romanzo si fa riferimento a macchine degli anni ’20 e le informazioni che si trovano in rete sono limitate. Inoltre, in Europa non esistevano e se una cosa non esiste, manca il lessico per descriverla. Questo è un livello di complessità che fa sempre parte del lavoro del traduttore. L’altro livello di complessità è dato da un testo molto articolato da un punto di vista sintattico. C’è una ricchezza di aggettivazione che in inglese è scorrevole e fluida, ma trasferire in italiano un periodare così articolato senza appesantirlo o renderlo rigido e legnoso, ha richiesto uno sforzo di concentrazione notevole sia a me sia alla redazione. Un periodare complesso non si può appiattire, la scorciatoia è sempre quella di aggiungere dei punti e spezzarlo in tanti periodi più brevi, ma questo è un tradimento sostanziale.

Lei ha fatto un grande lavoro di promozione con l’opera di Haruf, grazie a presentazioni e interviste lo ha avvicinato al pubblico italiano, ma spesso i traduttori non sono coinvolti in questa fase. Quale pensa che sia il ruolo dei traduttori in Italia rispetto agli altri Paesi europei?

Sto facendo più lavoro del solito semplicemente perché Haruf è un autore di successo, a cui i lettori si affezionano molto e desiderano un contatto più ravvicinato. Haruf purtroppo è passato a miglior vita, così mi sono assunto io il ruolo di vice autore. Detto questo, normalmente se l’autore è ancora vivo è più sensato che il pubblico abbia un contatto con l’autore stesso, il traduttore è un semplice traslocatore da un luogo linguistico a un altro ed è bene che stia nelle retrovie.
Per quanto riguarda il ruolo del traduttore in Italia, devo dire che ha avuto un grandissimo incremento di visibilità. Siamo passati da un Paese dove non veniva nemmeno citato nelle recensioni, a un grande interesse per la traduzione, una notevole visibilità ed esposizione pubblica. Non è avvenuto per caso, ma grazie a un lavoro certosino portato avanti da diversi colleghi. Io faccio questo lavoro solo da una decina di anni e ho raccolto i frutti di questa nuova visibilità, non ho dovuto impegnarmi in prima persona. Chi si è impegnato in prima persona sono Ilide Carmignani e altri, che traducono da molto più tempo di me e si sono fatti carico di dare visibilità al ruolo. Rispetto al resto d’Europa direi che abbiamo una tra le migliori industrie editoriali europee.
Noi italiani stiamo sempre a denigrarci, anche sull’editoria, ma la verità è che la nostra editoria è straordinariamente ricca, non in senso economico, è evidente, però ha un’offerta variegata di grande livello qualitativo e quantitativo. In questo contesto ci sono le debolezze strutturali dell’editoria italiana: è finanziariamente molto povera e di conseguenza lo sono anche i traduttori. Siamo messi male con i soldi, ma siamo messi bene su altri aspetti, come il riconoscimento e la qualità del lavoro.
C’è un’altra cosa che è oggetto di grande dibattito, poiché in molti Paesi, soprattutto in Francia, è invalsa l’abitudine di dare ai traduttori una percentuale sulle vendite del libro oltre al compenso normale. In Italia è una pratica pressoché assente. Lo dico contro il mio interesse, non sono per niente favorevole, il traduttore è un professionista e deve essere remunerato per il suo lavoro, tutta la parte di rischio imprenditoriale, ma anche di opportunità di guadagno, secondo me è giusto che siano in capo all’editore che rischia in prima linea. È chiaro che do un mio contributo al successo di un libro, ma così come fa il grafico, o il promotore. So che faccio inorridire i miei colleghi, ma non sottovalutiamo un altro effetto: se c’è una percentuale sulle vendite il risultato è che i traduttori migliori non traducono i migliori autori ma gli autori che vendono di più. In altre parole, mi piace l’idea che il traduttore più bravo faccia i libri più belli, non commercialmente più facili.

Intervista a cura di Caterina Marchioro


La foto dell’autore è di Fabio Rinaldi
La mappa di Holt è di Franco Matticchio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...