Foschia: un tocco di delicata amoralità

Foschia, Anna Luisa Pignatelli

(Fazi Editore, 2019)

foschiaFoschia è l’ultima testimonianza di una donna in punto di morte, decisa a ripercorrere tra le pagine del romanzo i ricordi della sua infanzia, portando alla luce un intricato gioco di relazioni familiari morbose e inquietanti. L’autrice mette in scena una tragedia familiare dai contorni amorali e volutamente estremizzati, attraverso la voce narrante di una protagonista razionale e consapevole.

Le vicende di Marta – dalla prima infanzia fino alla fine dell’adolescenza – si snodano all’interno di tre ambienti chiusi, prigioni metaforiche in cui la sua innata sete di libertà è andata appassendo in una crescente solitudine. Il primo di questi mondi, Lupaia, è una villetta sperduta tra i campi toscani, in cui si sono consolidate le sue prime e più importanti forme di relazioni sociali: quelle con i genitori.

Il trauma originario della protagonista deriva quindi dal rapporto di attrazione-repulsione con la madre assente, chiusa in se stessa e sempre più psicologicamente disturbata, e da quello di pura adorazione verso il padre che ritiene affascinante e colto, un critico d’arte per cui prova un’attrazione morbosa. Lapo – il padre, l’autorità – diventa il fulcro della sua vita, la massima aspirazione e il primo termine di paragone per qualsiasi altra figura maschile. I due personaggi finiscono però con il prendere le distanze dai ruoli di padre e di figlia per diventare semplicemente Marta e Lapo, lei creatura devota e lui idolo che si compiace di questa attenzione.

Per il resto, la crescita di Marta si completa prima all’interno di un rigido collegio mai davvero descritto all’interno del romanzo, e in secondo luogo presso Torre del Salto, una Babilonia kitch dove la protagonista è costretta a trasferirsi dopo la morte della madre e il secondo matrimonio di Lapo con una donna che non l’accetterà mai. Tre case, tre mondi, tre situazioni di forzato isolamento in cui si vanno costruendo relazioni sociali incestuose, adulteri, episodi di malcelata pedofilia e covo di rancori viscerali.

Una costruzione narrativa affascinante, che si propone di indagare senza pregiudizi un mondo estremizzato ma plausibile. La delicatezza delle tematiche rischia facilmente di ricadere in un riduzionismo dannoso, pericolo aggirato dall’autrice attraverso un espediente narrativo non pienamente convincente. Tutta la storia è infatti narrata con estremo distacco da parte della protagonista, senza entrare nel vivo degli eventi, i quali vengono invece descritti in modo piatto, lontano, senza profondità. Questo permette di creare una storia che, nella sua esagerazione, appare comunque perfettamente razionale e coerente. Esiste un senso nel romanzo, una logica del verosimile, il quale viene però espresso in modo chiaro e diretto al lettore, con una tale limpidezza da togliere tutto il piacere della scoperta. Il carattere di Lapo non emerge dalle sue azioni, ma viene esplicitato con degli aggettivi e delle sentenze prive di doppi sensi. Una storia forte come quella di Foschia viene quindi edulcorata grazie all’uso di uno stile poco immersivo.

È un peccato inoltre che Marta venga presentata solo in relazione ai suoi rapporti familiari, senza mai entrare nel merito dei lunghi anni trascorsi nel collegio. Sembra che la sua intera esistenza sia piegata all’influsso del padre e alla sfortuna di essersi dovuta rapportare solo con personaggi negativi: una carrellata di mostri che hanno tentato, forse riuscendoci, di annientare l’anima di Marta.

In sostanza, il romanzo presenta una storia solida e intrigante, scritta con uno stile fluido e gradevole, ma attraverso una narrazione poco profonda, in cui la forza delle tematiche affrontate perde buona parte della sua incisività.

Anja Boato

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