“Genesi 3.0”: tra distopia e romanzo di formazione

Genesi 3.0, Angelo Calvisi
(NEO, 2019)

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Non si sa cosa sia successo al mondo né in quale sua parte ci troviamo o quando. In principio c’è un bosco, una vita selvaggia, e un ragazzo, Simon. Ignoriamo chi sia e da dove provenga, neppure lui sembra saperlo. Vive con il Polacco, uomo rude, spesso inclemente con lui, ed è l’unico a conoscere – forse – la verità sul passato di Simon, sui suoi genitori e su quello che l’ha portato fin lì. Vivono soli ai margini del mondo, un mondo che capiamo presto essere diverso dal nostro. Qualcosa è accaduto. Non ci sono coordinate capaci di farci orientare in esso. È del tutto irriconoscibile.

Così ha inizio Genesi 3.0, il romanzo che rappresenta il ritorno alle pubblicazioni delle eccellente NEO edizioni dopo alcuni mesi. E che riporta in libreria Angelo Calvisi, dopo Adieu mon Coeur (Casa Sirio, 2016), un romanzo di formazione e insieme d’amore molto particolare.

Anche la storia di Simon si può definire di formazione. Il ragazzo cresce con il Polacco nella radura, e il suo rapporto più intimo e sincero è quello con Mitropa, una gallina, con la quale Simon ha una tormentata storia d’amore e insieme di passione. Mitropa lo fa soffrire, è altezzosa, provocante, si compiace nel renderlo geloso e furioso.

Mitropa continua a ferirmi. “Sei un impedito” dice.
“Lascia solo che ti prenda,” grugnisco.
“Sai che paura, mi tremano le penne”.
“Se ti branco te le stacco una per una”.
Mitropa allarga le li, si volta, e tutta sculettante si mette a canticchiare una canzone che fa l’amore è un uccello ribelle.

E ne segue una scena di violenza carnale.

La seconda parte del romanzo avviene nella Capitale. La città è assediata di militari, al tempo stesso come fosse in guerra, come se fosse in atto un’apocalisse o un colpo di stato. Anche qui non abbiamo coordinate precise. Calvisi gioca sull’ambiguità, sul fornire dettagli sparsi nel testo attraverso cui ricostruire man mano la situazione, senza intervenire mai a fare luce, senza diradare i dubbi. Proietta di fatti il lettore in medias res nella scena, con l’intento di creare spiazzamento, di far perdere ogni riferimento. Qui Simon viene a contatto con una realtà molto più complessa di quella del bosco, fatta di obblighi, doveri, imposizioni, minacce, burocrazia. Ci sono suore e soldati, ospedali e strutture istituzionali. La vita normale come la intenderemmo noi non sembra possibile. Ed ha inizio la maturazione di Simon, la sua presa di coscienza e di conoscenza, la sua rinascita.

Come probabilmente si sarà intuito da questa breve presentazione, Calvisi crea un romanzo che gioca sulle ambiguità e le contrapposizioni. All’iper-realismo contrappone il surreale e il distopico, alla crudeltà predominante bagliori di irriverenza (come nel caso di Mitropa). Un effetto che si avverte anche nel linguaggio, che sa affrontare registri diversi con un uso mai banale del lessico.

Gli uomini appaiono qui tali e quali agli animali, nei loro istinti, nella loro natura più barbara e selvaggia. Lo stesso mondo del bosco – che si contrappone all’affollato e opprimente scenario urbanistico-militare della Capitale – pone a perfetto esempio la simbiosi tra gli animali umani e gli animali non umani, che arrivano a parlare tra di loro, a fondersi tra di loro. Di contorno abbiamo due simbologie diverse: la carne e il vegetale. Da una parte la centralità del corpo umano – la sessualità onnipresente e quasi ossessiva, le ferite, le menomazioni, i sanguinamenti – dall’altra un florilegio di botanica immaginaria: vale a dire l’attenzione e la conoscenza del protagonista per piante, fiori, cortecce, alberi nominati con fantasiosi nomi scientifici, che hanno proprietà curative, quasi magiche (come la Felix Matricula, che dà la felicità, ma porta effetti collaterali).

Genesi 3.0 è un romanzo che non mette in scena una trama nel senso canonico del termine, che non procede mai in maniera lineare. Si può definirlo un affresco feroce e violento, caustico e opprimente, di una formazione difficile e sofferta in un mondo che ha perso ogni forma di pietà, dove anche i barlumi di speranza si estinguono in breve. Ne stia alla larga chi ha bisogno di certezze: qui non ve ne sono.

Giuseppe Rizzi

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