La notte dell’uccisione del maiale, di Magda Szabó

La notte dell’uccisione del maiale, Magda Szabó
(Edizioni Anfora, 2018 – trad. Francesca Ciccariello)

In Lezioni di Letteratura (1982), Vladimir Nabokov – parlando della Metamorfosi di Franz Kafka – spende due parole sul concetto di realtà, affermando che quando l’esistenza oggettiva diventa «un guscio rotto e vuoto» a causa della realtà soggettiva eccessivamente influente, l’unico modo per ricomporla è prendere «diversi mondi individuali, mescolarli bene insieme, raccogliere una goccia di questa miscela e chiamarla realtà oggettiva»; è la stessa operazione, difficoltosa e edificante insieme, che Magda Szabó richiede al lettore della Notte dell’uccisione del maiale (Edizioni Anfora, 2018), chiamato a ricostruire le vicende di una storia familiare fondata su quella particolare avversione profonda che, come il tartaro attaccato alle gengive, si indurisce sempre più col passare del tempo: il rancore.

Siamo nell’Ungheria dell’Est e più precisamente a Debrecen, la stessa città in cui Magda Szabó ha vissuto gran parte della sua vita. È il dicembre 1955: in città non è chiaro se sia più stretta e opprimente la morsa del freddo o quella del regime socialista insediatosi qualche anno prima, la cui politica di statalizzazione dei possedimenti e delle imprese ha sancito l’impoverimento non solo di chi era già in stato d’indigenza, ma anche di imprenditori e aristocratici.

Ecco dunque le due famiglie protagoniste di questo dramma: i Tóth, saponieri da generazioni; e i Kémery, di nobile estrazione. Il punto di contatto tra le due famiglie è il matrimonio tra János Tóth e Paula Kémery, coppia ormai agé con due figli che cerca di organizzarsi, tra il pomeriggio del 15 e la sera del 16 dicembre, per il tradizionale banchetto che avrà luogo a seguito dell’uccisione del maiale all’alba del giorno successivo, il 17 dicembre.

Nonostante ci si aspetti che la fantomatica uccisione del maiale sia al centro dell’intreccio narrativo, il lettore non arriverà mai ad assistervi, poiché per l’autrice magiara il popolare evento della Disznótor* altro non è che un pretesto al fine di occuparsi di tutt’altro; il suo intento è quello di calarsi nel panni dei membri delle due famiglie per testimoniarne la fragilità dei rapporti e l’attaccamento morboso a un passato che, per quanto risulti ingombrante, è l’unica proprietà privata non violata dal regime socialista – l’ultima magra consolazione.

La penna di Magda Szabó, appuntita tanto quanto è ravvivato il filo di un coltello appena manutenuto, si infila con poco sforzo nel basso ventre e risale: da sotto il costato arriva ad altezza sterno; infine apre: squarta il corpo e mette a nudo l’anima, come se fosse proprio l’essere umano il vero animale sacrificale, al tempo stesso vittima e carnefice della propria greve esistenza.

La struttura del romanzo riesce a suggerire tutto ciò grazie all’alternarsi dei vari punti di vista tra i personaggi, che veicolano la loro personale visione del mondo – parziale proprio perché soggettiva – attraverso un linguaggio costruito sui silenzi, sui ricordi richiamati in superficie dall’agire nel presente a cui il lettore ha solo parziale accesso, sui risentimenti covati con stoica resistenza nell’ombra, nel buio.

Nel buio si affacciano anche gli sguardi di coloro che sono ritratti nei quadri di casa Tóth, appesi all’incontrario poiché incorniciano volti di morti («bisogna ricordare il morto – disse la mamma – se vedete sempre la sua faccia lo scorderete»). Come spiega l’autrice nel saggio inedito in postfazione Scrittore e modello**, il suo scopo centrale è quello di sviscerare la relazione che gli individui intrattengono con la morte intesa non solo come dato oggettivo, ma soprattutto come effetto che questa ha sull’immagine degli stessi trapassati, e su chi sopravvive.

Perché il morto non muore affatto: il suo spirito risiede «in un paesaggio, una canzone, un mobile, una situazione, un profumo, nell’etichetta di una medicina», un quadro appeso al muro; ma non solo: nel romanzo, la «forza del ricordo» si incarna in Zia Ilka (famiglia Tóth) e nella piccola Veronka (famiglia Kémery), i cui corpi – tumulati ormai da anni – rivivono sotto forma di spettri mentali nei pensieri nostalgici dei propri familiari, riattivando la memoria di un tempo in cui era ancora possibile riconoscersi come tali.

Saranno poi «lo sconquasso universale» della guerra e le sue vittime a far crescere il senso di estraneità tra genitori e figli, tra fratelli, intaccando talmente tanto la quotidianità delle esistenze da riuscire a influenzare anche l’immaginario metaforico linguistico, dal quale scaturiscono immagini che intrecciano gesti domestici e rimandi al campo semantico della perdita umana con spiazzante efficacia: «Zia Ilka aprì la credenza della cucina, tirò fuori la scodella, iniziò a pelare le patate; i pezzi di patate cadevano nella scodella come zolle di terra su una bara».

La notte dell’uccisione del maiale è un romanzo in cui sono le figure femminili a fungere da meccanismo propulsivo che muove la narrazione: sono le «donne forti» di Magda Szabó in tutto il loro splendore, dedite alla totale resilienza nei confronti di un presente che non dà appigli, di un futuro senza risposte. Ma alla sopportazione fisica e spirituale corrisponde un onere ancor maggiore: le donne di Magda Szabó sono anche le custodi di segreti scomodi che dal passato protraggono il loro effetto fino al presente, e che si lasciano svelare poco a poco perché nascosti dietro parole fugaci, o recondite memorie fuoriuscite per un attimo alla luce. Sarà cura del lettore ricomporre i pezzi di questo puzzle complesso, e sarà sempre suo il gravoso compito di meditare sulle conseguenze del rancore: sulle colpe dei padri, e le sofferenze dei figli.

Angela Marino


* titolo originale – potente e evocativo – impossibile da tradurre senza l’uso di una perifrasi: emblema dei limiti traduttivi.
** tradotto da Vera Gheno.

3 risposte a "La notte dell’uccisione del maiale, di Magda Szabó"

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