Emanuele Altissimo e la tecnica del palleggio narrativo

Luce rubata al giorno, Emanuele Altissimo
(Bompiani, 2019)

65fb0fa0a3704dbca4728f95d3d4fd37-MZ72WGGYA chi scrive capita di provare l’odio letterario: una forma frustrante e genuina di ammirazione. È quello che ho provato leggendo per la prima volta Altissimo. Si trattava, nello specifico, di due racconti recuperati dal web: il primo parlava di un bambino che non sa leggere l’orologio, nel secondo c’erano dei serpenti in una lavatrice. Erano racconti brevissimi, in cui poco o niente veniva detto – seguivano con eleganza la filosofia della scrittura-iceberg: una piccola punta visibile, il resto sotto la superficie – e proprio per questo funzionavano da dio. Se la scrittura fosse una partita a scacchi, diciamo, Altissimo sarebbe uno che vince in tre mosse secche.

Dopo aver letto quei racconti ho provato l’odio di cui sopra. Mi sono messo le mani tra i capelli, ho dato un’occhiata alle cose che avevo scritto fino ad allora e mi sono vergognato. I miei racconti, in confronto a quelli di Altissimo, sembravano creature goffe, inutilmente elaborate, un passo indietro nella scala evolutiva. I suoi: cavalli da corsa; i miei: antichi quadrupedi con le gambe tozze. Inutile dire che ho iniziato a detestare questo ragazzo, e che quando mi è arrivata la notizia che avrebbe pubblicato un romanzo con Bompiani mi sono segnato la data d’uscita, convinto che quella sarebbe stata la resa dei conti. Il romanzo è uno sport diverso dal racconto, mi dicevo, sono come la maratona e i cento metri. Sarebbe riuscito Altissimo a pareggiare le mie aspettative? Dovevo leggerlo. A distanza di un paio di mesi, ho mantenuto la promessa.

Ed ecco cosa ho trovato. Luce rubata al giorno racconta di due fratelli, Olmo e Diego, e del nonno Aime. In estate i tre si trasferiscono alla vecchia baita in montagna, è lì che si svolge la maggior parte della storia. C’è il carattere irrequieto di Diego, che si allena ogni giorno per entrare nell’Accademia militare. C’è l’ombra della mamma e del papà, morti in circostanze che non vengono esplicitate, e c’è l’odio nero e potente di Diego per il padre. C’è la pazzia di Diego quando, più avanti, non riesce a gestire certi fatti della sua vita; e l’occhio bambino di Olmo che guarda e racconta tutto.

La struttura si basa sul gioco di tensione tra due poli: il romanzo inizia quando quella vacanza è passata, torna indietro per recuperarne il racconto e si chiude ancora nel futuro per spingerlo più avanti. La parte centrale, la permanenza alla baita, è di gran lunga la più noiosa. Accadono, lì dentro, una miriade di piccoli eventi che non sono funzionali al progredire della storia, ma solo a dipingere con calma la vita dei personaggi (ci sono almeno quattro scene di colazioni) e del microcosmo che li circonda. La cosa curiosa è che quella parte occupa quasi duecento pagine, in un esubero di dettagli che da un ingegnere di iceberg come Altissimo non mi sarei mai aspettato.

Ragionando, ho capito che si trattava di un gioco intenzionale. Una serie di ripetizioni che ricorda una partita di tennis. Immaginatevela. Battuta iniziale, poi una serie indefinita di scambi ognuno perfettamente uguale al precedente, e infine la schiacciata che vale il punto. Quanto dura il tutto? Due, tre minuti? La maggior parte di questi gli spettatori li passano a guardare un gioco sempre uguale, in cui sembra non accada niente di nuovo, solo il viaggiare avanti e indietro di una palla. Ma quelli rimangono incollati lo stesso alla sedia: la tensione iniziale, l’aspettativa prodotta dal primo colpo di racchetta, è talmente forte da lanciare un ponte di energia che va dritto al finale, poco conta che nel mezzo ci sia un quarto d’ora di palleggi a vuoto.

È una tecnica bastarda, in narrativa: quando è gestita alla perfezione permette di allungare il brodo senza che il lettore si accorga della noia. Una tecnica furba, ma che non è dettata necessariamente dalla furbizia. La cosa eccezionale è che lì, nella lunga parte del mezzo, possono trovare collocazione fatti, episodi, gesti insignificanti che approfondiscono notevolmente i personaggi, o che addirittura ritraggono la lentezza, la casualità, il vuoto della vita vera. È una delle grandi ambizioni della letteratura: riprodurre la vita vera; e con questa tecnica si può farlo senza che il lettore lanci dalla finestra il libro dopo le prime sette pagine.

Va chiarito che non è l’unica tecnica con cui si possono scrivere delle storie. Proprio Altissimo, in quanto autore di racconti perfetti, viene da una mondo in cui la regola non è la ripetizione, ma il suo opposto. Pensate a George Saunders, il grande scrittore americano. Saunders non ha mai pubblicato un romanzo prima di Lincoln nel Bardo, perché ha, dice lui, la fissa per l’essenzialità. Concepisce e lavora i suoi scritti in modo che non abbiano neanche una frase di troppo. Mantenendo la metafora tennistica, è come se Saunders giocasse la carta del serve and volley, la tecnica che consiste nel servire la prima battuta all’avversario e correre subito sotto rete per fare punto. Non c’è nessuno scambio, nessuna ripetizione. Solo battuta, risposta, punto, tutto con implacabile velocità e potenza selvaggia. Va da sé che questo implica una certa avversità alla lunghezza: la forma del racconto, quindi, diventa quella ideale.

Ed è proprio per l’indole da raccontista di Altissimo che, secondo me, Luce rubata al giorno non è del tutto efficace. Non è il campo adeguato per lui. Ci sono un paio di immagini bellissime, da narratore di razza: come il modellino dell’Empire State Building (usato in modo meravigliosamente tematico), o il fatto che Diego metta il profumo della madre come dopobarba. Ma in tutto quello sforzo di raggiungere la dimensione del romanzo, queste perle si perdono. Diventano piccole, trascurabili. Sarebbe eccezionale se, come prossimo lavoro, Altissimo avesse il coraggio di pubblicare una raccolta di racconti. Ancora meglio, sarebbe eccezionale se avesse il talento di scrivere un romanzo in serve and volley, se capite cosa voglio dire. Magari è proprio quello che sta facendo. Nel dubbio, io continuo a volergli male.

Pierpaolo Moscatello

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