Filosofia del poliziesco in America Latina: i racconti di Pablo Palacio

 

«Bisognerebbe dire che tutta la letteratura è fantastica»  [1]

I protagonisti dei racconti polizieschi di Palacio – Un uomo ucciso a calci e Signora! – sono la versione parodistica e delirante di ciò che ci si aspetterebbe da un poliziesco. In tutti questi sensi, il poliziesco sembra particolarmente adatto alla funzione della narrazione: la ricerca delle prove, le indagini e la risoluzione del mistero contribuiscono a creare una dimensione realistica, razionale e empirica. Mentre le vittime, i modi di uccisione e i moventi inseriti nella trama portano il lettore a percepire la realtà descritta come assurda e grottesca. Palacio gestisce i racconti attraverso un narratore che pare stia spiegando l’evento a degli interlocutori silenziosi – a volte sembrano dei commensali, altre volte degli sconosciuti – come se il detective stesso non fosse più parte della narrazione in sé ma la guardasse dall’alto.

Il Poliziesco

«La critica (intesa) come variante del genere poliziesco. Il critico come un detective che deve decifrare un enigma anche se non c’è un enigma. Il grande critico è un avventuriero che si muove tra i testi, cercando un segreto che in realtà non esiste» [2].

 

un-uomo-ucciso-a-calciLa raccolta Un uomo ucciso a calci mutua la definizione di poliziesco da Ricardo Piglia. Piglia, a sua volta, ha subito l’influenza di Borges, che sosteneva che il poliziesco fosse il mezzo per costruire lo spazio nel quale il genere funzioni come tale. Martha Barboza ne parla in modo più generico, riferendosi all’intera letteratura argentina:
«In questo senso, si può affermare che la letteratura poliziesca argentina si crea su questo supporto ‘estraneo’ e ‘altro’ dato dai classici inglesi e dai thril­lers nordamericani. (…) Una delle strategie utilizzate in questa ricerca è l’eliminazione o la parodia del personaggio chiave ed essenziale del genere, il detective, pur mantenendo gli altri tratti caratteristici: enigmi, misteri, crimini, investiga­zioni, indizi»[3].

Il realismo delirante

Questa raccolta di racconti vive in un continuo e perpetuo ribaltamento. Il fantastico – che «Deve essere così vicino al reale che tu quasi devi crederci» [4] – prende qui la deriva dell’allucinante. Quello di Palacio è un realismo “delirante” che si evince specialmente nel parallelismo tra filosofia e un grottesco esasperato, tanto che sembra ricordare le parole di Laiseca: «La nostra essenza è il delirio. Non delirare significherebbe negare la carne, le ossa e il sangue che ci costituiscono. […] Il delirio è la nostra grandezza maggiore»[5].

La filosofia è il mezzo metodologico che serve a porre le basi per la risoluzione del mistero nei racconti di stampo poliziesco: «Si dice che il perché delle cose competa alla filosofia, e in verità non avevo idea di quanto potessero avere di filosofico le mie indagini.»[6]. Il grottesco è, invece, il nodo centrale del ribaltamento: quelle che dovrebbero essere le leggi del contratto sociale – e cioè non uccidere, non mangiare i propri figli ecc. – non valgono più, e se valgono vengono ribaltate, rendendole tanto inutili quanto ridicole. Infatti, nel racconto Un uomo ucciso a calci, si legge: «Gli misi un’aureola! Un’aureola attaccata al cranio con un chiodo, come si attaccano in chiesa alle statue dei santi. Il defunto Ramìrez era magnifico!» (pp. 14-15).
Palacio prende il poliziesco e lo stravolge.

Il giallo induttivo

Il racconto Le donne guardano le stelle è la Regula letteraria della raccolta: «Juan Gual era devoto alla storia come a una donna amata che gli avesse strappato i capelli e graffiato il volto. Gli storici, i letterati, i calcolatori, puah!, tutti maniaci – e il maniaco è un uomo morto –; seguono una linea retta, fanno salti mortali come gli equilibristi e si bloccano in aria grazie all’ombrello della ragione. Solo i pazzi spremono anche le ghiandole dell’assurdo per poi ritrovarsi sul piano più alto delle categorie intellettuali» (p. 41). Potrebbe esser definita una “mistica” della follia, un processo di discesa intellettuale fino alle conoscenze più pure e scarne.

Nietzsche, in Sull’utilità e il danno della Storia per la vita, scrive: «Allora si getta uno sguardo sul disgustoso spettacolo di una cieca smania di collezionare, di ammucchiare ininterrottamente tutto ciò che una volta è esistito. L’essere umano si avvolge nella muffa; gli riesce persino, attraverso la maniera antiquaria…» (p. 10). L’antiquario è il protagonista del racconto di Palacio, un racconto storico il cui nodo è un uomo che colleziona eventi senza alcuna soluzione di continuità: «Ma lo studioso non riesce a vedere nulla di ciò: continua a frugare nel naso del tempo alla ricerca della porcheria di una data, continua a imbastire l’inutilità di un’immagine o ad abusare sconsideratamente del sistema induttivo e di quello deduttivo»[7].

Il metodo induttivo è quello usato da Palacio, che ne fa il perno centrale intorno al quale ruotano i singoli racconti.

Nella definizione aristotelica di tragedia si contano due momenti: nodo e svolgimento. Il primo era l’evento che sarebbe stato poi “sciolto” nello svolgimento.

Il poliziesco è un espediente per parlare di tutto il resto, come per Borges e Laiseca. L’induzione è il nodo – o meglio: la motivazione letteraria – di Un uomo ucciso a calci: «È ancora in auge l’ingenua filosofia cartesiana secondo cui per ascoltare la verità basta prestare attenzione alle idee chiare che ognuno ha dentro di sé»[8]. Palacio ne parla come di una ricerca metodologica efficace per “risolvere” i casi che si presentano al lettore di volta in volta. 

Ma non vi è solo una motivazione “metodologica”: l’induzione non serve allo scopo di narrare al meglio, ma è anche essa funzionale a un ribaltamento nel panorama della letteratura stessa. Palacio vuole creare un “giallo induttivo” in contrapposizione al “giallo deduttivo” di Poe, nel personaggio di Auguste Dupin (I delitti della Rue Morgue).

La Filosofia

S’è parlato di induzione anche dal punto di vista filosofico, e in effetti in Palacio la lettura è sempre duplice: si può leggere la raccolta pensando agli espedienti letterari – di nuovo: il poliziesco, la tragedia, la Storia, l’induzione ecc. – in funzione della riuscita dei racconti, o si può leggere l’insieme guardandolo in funzione della letteratura stessa.

La Filosofia è utilizzata partendo dall’irreale per illuminare l’universale umano, come un investigatore della natura umana: il poliziesco è ancora l’espediente per parlare di letteratura e, quindi, del mondo. Dall’universale natura umana, Palacio compone dei racconti dettagliati, particolari: induzione, filosofia e poliziesco, delirio e grottesco sono intrecciati saldamente insieme lungo tutta l’opera, in un meccanismo antropologico molto preciso.

I racconti L’antropofago e La doppia e unica donna dimostrano questo meccanismo.

Il primo mette in luce tutta la capacità di analisi antropologica di Palacio, che attraverso il mostro antropofago disvela, e ribalta, tutte le maschere umane: l’uomo che mangia i suoi figli è un Saturno ancor più grottesco e ossimorico del suo corrispettivo mitologico; non fosse altro per la descrizione benevola che ne fa il narratore, quasi stesse descrivendo un bambino innocente e puro. Viene in mente con Frankenstein di Mary Shelley: «‘Mi aspettavo quest’accoglienza’, disse il demonio. ‘Tutti gli uomini detestano gli infelici; quanto, dunque, devo essere detestato io, il più infelice di tutti gli esseri viventi!’».

L’antropofago è la creatura del dottor Frankenstein, la quale ha l’unica colpa di non avere maschere, di non essere in nessun modo una persona[9]: per chi è senza mediazioni, per chi non mostra una facciata, per chi disvela non può esistere pietà.
Si manifesta in questo modo apertamente la tendenza antropologica di Palacio, detective dell’umano: è come se scuoiasse i suoi personaggi, nel tentativo di far emergere la loro carne viva, il vero “sé”. Non è l’antropofago a essere “bugiardo”, non è lui a celarsi dietro una maschera, ma è lui il nodo che produce l’azione della tragedia: lo smascheramento, il disvelamento degli altri attorno a lui.

Se L’antropofago è un racconto antropologico che – attraverso il meccanismo dell’induzione – disvela le persone per ciò che esse sono, La doppia e unica donna è il racconto più filosofico.
Due gemelle siamesi, attaccate schiena contro schiena sin dal feto, hanno una mente unica. Anche qui, come per l’antropofago, questo personaggio non è una maschera: è la donna, nelle sue due personalità di io-prima e io-seconda, a essere la carne viva che si cela dietro la maschera e i volti. La donna è il simbolo della duplicità esistenziale dell’uomo. Palacio getta verso l’esterno la duplicità esistenziale della donna, trasformandola in una duplicità fisica, estetica.

La donna è unica dentro, ma duplice fuori: «Dunque tutto ciò non significa che io sia due. Le emozioni, le sensazioni, gli sforzi intellettivi di io-seconda sono quelli di io-prima; e viceversa. C’è in me – è la prima volta che in me viene usato a proposito – un centro in cui affluisce e da cui defluisce l’insieme dei fenomeni di materia sconosciuta, spirituali, o dell’anima, come dir si voglia»[10].

La rappresentazione della duplicità esistenziale dell’uomo è ribaltata anch’essa nella sua funzione logica: mentre nell’ingranaggio classico la rappresentazione rimanda a un senso celato, qui ciò che è celato all’uomo viene esteriorizzato in modo fastidioso, pungente, e il suo senso superficiale è il cuore dell’intera storia – non esiste un’ermeneutica interiore: è tutto alla luce del sole: «In realtà non so spiegare perché esista questo centro né dove si trovi nel mio corpo; in generale non so spiegare nulla che riguardi la mia psicologia e la mia metafisica, anche se credo che questa parola oggi sia stata del tutto rimossa dal linguaggio filosofico»[11].

Clelia Attanasio


[1] Cfr. Borges, Antologia della letteratura fantastica, Einaudi 2017.

[2] Ricardo Piglia, Critica y Finccion, 1986, p. 23. (Intervista La lectura de la ficción, Entrevista de Mónica López Ocón, Tiempo Argentino, 24 de abril de 1984), traduzione mia

[3] Cfr. M. Barboza, Novelas negras argentinas: entre lo propio y lo ajeno, 2008.

[4] Cfr. F. Dostoevskij

[5] Cfr. A. Laiseca, Los sorias (traduzione mia).

[6] Pablo Palacio, Un uomo ucciso a calci, Edizioni Arcoiris 2018, p. 10 (corsivo mio).

[7] Pablo Palacio, Un uomo ucciso a calci, Edizioni Arcoiris 2018, p. 42 (corsivo mio).

[8] Pablo Palacio, Un uomo ucciso a calci, Edizioni Arcoiris 2018, p. 63.

[9] In latino il termine Persona è traducibile con “Maschera”.

[10] Pablo Palacio, Un uomo ucciso a calci, Edizioni Arcoiris 2018, p. 63.

[11]Ivi.

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