Kaho Nashiki e io – triste fine di un flirt estivo

Un’estate con la Strega dell’Ovest, Kaho Nashiki
(Feltrinelli, 2019 – trad. Michela Riminucci)

coverNegli anni sono diventata molto selettiva con gli acquisti. Prima di comprare un libro devo analizzarlo, annusarlo, leggere un estratto; in libreria lo prendo in mano, lo soppeso, lo valuto inarcando le sopracciglia. Se ho un minimo dubbio, il libro torna sullo scaffale. Per questo motivo non compro praticamente niente… ma c’è un’eccezione: gli acquisti estivi.
Ogni estate, per un motivo o per l’altro, finisco in una libreria a comprare due o tre libri accuratamente selezionati.

Quest’anno sono stata particolarmente orgogliosa dei miei acquisti: Circe di Madeline Miller, Il coraggio di dire no – una raccolta di interviste a Mario Rigoni Stern, su cui vado sempre a colpo sicuro – e lui: Un’estate con la Strega dell’Ovest, della giapponese Kaho Nashiki.
Mi sentivo abbastanza sicura: trama intrigante, copertina bellissima, recensioni positive. Pregustavo qualcosa a metà tra un film dello Studio Ghibli e un fantasy della tradizione occidentale. Poi, l’ho vista: la fascetta. Mi è crollato il mondo addosso. Penso che un libro con una fascetta, a meno che non sia una fascetta indicativa come “finalista Campiello/Strega/Bancarella ecc.”, sia un libro esaltato oltre il suo valore effettivo. Ma ho deciso di dargli una chance.

La piccola Mai, tredici anni, soffre di una strana asma che la indebolisce. Per di più, non vuole più andare a scuola. È irremovibile. Sua madre decide quindi di farle trascorrere l’estate con la nonna, un’inglese che vive in una casetta tra le montagne. L’aria pulita e la compagnia della donna le faranno bene. Mai confida alla nonna il motivo che l’ha spinta a lasciare la scuola: la difficoltà di convivere con le compagne di classe, di cui non condivide gli interessi e le piccole meschinità.

Un’estate con la Strega dell’Ovest finisce qui. Non in senso letterale, chiaramente, ma la trama, da questo momento, non porta a nulla di indimenticabile. L’addestramento della nonna di Mai è più psicologico che magico; inizialmente si resta colpiti, ma anche quest’aspetto resta poco approfondito. Gli insegnamenti impartiti sono alquanto banali: tieniti occupata, inventa una routine che ti permetta di combattere la preoccupazione che ti divora, non lasciarti andare a pensieri negativi. E Mai non fatica ad assorbirli. In poche settimane, ha già raggiunto una sorta di pace interiore. Il conflitto svanisce quasi subito. I personaggi “negativi”, in particolare, mancano di senso. Se si intuisce la tensione tra Mai e il padre, spesso lontano per lavoro e incapace di entrare in sintonia con la figlia, l’antipatia che la protagonista riserva al vicino di casa Genji non dice nulla. C’è e basta.

Sebbene l’atmosfera generale del romanzo sia incantevole, quasi fiabesca, non si può evitare di avvertire lo scollamento tra questo elemento – la narrazione tenera e precisa dei piccoli gesti quotidiani, l’attenzione alla natura, ai cambiamenti atmosferici – e una storia di formazione che fatica a convincere proprio per la facilità con cui viene raggiunta.

Molto più interessanti sono i tre racconti che seguono questo breve romanzo. Sempre afferenti al mondo e ai personaggi de Un’estate con la Strega dell’Ovest, convincono maggiormente per la loro sinteticità e per la maggiore immersione nella psiche dei personaggi. Certo, si tratta di testi aggiunti quest’anno, a 25 anni di distanza dall’uscita del libro (pubblicato nel 1994 in Giappone), da una scrittrice sicuramente più esperta e matura.
Ma forse proprio per questo il contrasto tra il romanzo e i Tre racconti è tanto stridente.

Un’estate con la Strega dell’Ovest non è un brutto romanzo, ma è forse troppo breve e troppo ambizioso. Il valore della crescita di Mai, il suo passaggio da bambina sola ed estremamente sensibile a ragazza capace di affrontare a testa alta le avversità della vita non si esprime al meglio in queste 102 pagine.

Per quanto mi riguarda, resta la tristezza di un acquisto estivo che non si è rivelato ciò che mi aspettavo (anche se la fascetta mi aveva avvisato).

Sonia Aggio

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