Il surreale viaggio di una donna e della sua valigia

Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena, di Michelle Steinbeck
(Tunué, 2019 – trad. H. Basso)

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Ci sono infiniti modi di raccontare una storia, soprattutto se lo spunto di partenza mira alla più limpida semplicità. In questo specifico caso abbiamo una donna, Loribeth, che deve fare i conti con il trauma dell’abbandono del padre, il quale non aveva mai voluto figli, e non era riuscito a sopportare il peso di prendersi cura di ben due bambini. Con il suo romanzo d’esordio, l’autrice decide di indagare i risvolti più destabilizzanti dell’abbandono proiettando il lettore direttamente nella mente di Loribeth, in un percorso surreale che ricalca le immagini sconnesse di un sogno.

La protagonista diventa quasi un fantoccio in balia dell’assurdità degli eventi, mentre viaggia in un universo atipico alla ricerca del padre. Con sé porta solo una grossa valigia, in cui ha rinchiuso il cadavere di un bambino che lei stessa ritiene di aver ucciso con un ferro da stiro. Che sia morto davvero oppure no è irrilevante. In ogni caso, Loribeth non ha la forza, né il desiderio di prendersene cura: è per questo che deve consegnare la valigia a suo padre.

Il mondo onirico in cui la protagonista si muove è ricco di immagini truculente, tra orecchie spezzate, sangue e omicidi, ma la leggerezza immateriale dell’ambientazione contribuisce a smorzare notevolmente le tinte macabre. È il segno di un profondo disagio interiore, talmente introspettivo da non poter rispecchiare la realtà. Forse da qualche parte esiste una Loribeth in carne e ossa che deve fare i conti con una gravidanza, o con la minaccia di una responsabilità genitoriale, portandosi dietro il trauma dell’abbandono del padre. In ogni caso, nel romanzo di Steinbeck il lettore segue solamente la sua proiezione onirica in un percorso fatto di immagini ed eventi surreali che slittano da una situazione all’altra con lo stesso inverosimile ritmo di un sogno.

Rimangono fissi solo alcuni imprescindibili punti fermi: l’obiettivo di trovare il padre, la valigia con dentro il bambino (a tratti più morto che vivo, qualche volta più vivo che morto), e due possibili amori. Da una parte Alexander, bello ed effimero, contrario alla sola idea di avere figli; dall’altra Fridolin Seifert, innamorato e fedele, che vorrebbe diventare padre e costruirsi una famiglia. In mezzo c’è lei, Loribeth: spaventata e riluttante, vuole la sicurezza dell’amore ma ha il terrore della genitorialità. Gli altri personaggi fanno quasi da contorno, ricalcando al massimo alcuni dei temi dominanti dell’opera. Su tutti spicca il tema della perdita di un figlio, con il riproporsi delle storie di diversi personaggi femminili che, per un motivo o per l’altro, si sono visti portar via il loro bambino, o non hanno avuto la forza di prendersene cura.

È quindi con quest’opera dal carattere profondamente metaforico che la giovane autrice svizzera ha esordito nel mondo della letteratura. Lo stile che ha deciso di adottare è fatto di frasi brevi, volte a denotare principalmente azioni ed eventi, senza quasi nessuna riflessione e con la descrizione degli oggetti o delle persone ridotta ai tratti più salienti (e ai caratteri più anomali). Uno stile che permette di imporre alla narrazione un ritmo frenetico, senza concedere pause né al lettore, né alla protagonista. L’accento è posto quindi sempre sui fatti, ammettendo qualche vaga forma di introspezione solo verso la fine, e limitandosi a denotare psicologicamente una manciata ridotta di personaggi. Anche in questo caso vengono sottolineati solo pochi tratti caratteristici, rendendo i vari personaggi più simili a delle figure astratte che a persone in carne e ossa.

D’altro canto, si tratta pur sempre di un sogno: fino a quando non arriva il momento di svegliarsi ci si può permettere ogni follia, in un caos di immagini in cui il singolo dettaglio perde di significato.

Anja Boato

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