Quattro pezzi difficili su racconto e rivista

Un articolo dello scrittore Marco Marrucci sulla famigerata,
oscura, controversa ‘attualità della narrazione breve’

 

Qualche settimana addietro, nella domenica conclusiva di Firenze RiVista, ho avuto modo di partecipare a un tavolo di discussione apparecchiato da Il rifugio dell’ircocervo intorno al mistero, anguillesco e polimorfo, dell’attualità del racconto. A interrogare la sfinge, oltre a me, c’erano Luca Ricci, Francesco Quatraro di Effequ e gli ambasciatori dell’ircocervo Giuseppe Rizzi e Loreta Minutilli. Il rompicapo è stato aggredito (con una certa dose di temerarietà) sull’accidentatissimo versante editoriale e complicato dalla sostituzione della variabile libro, di per sé infida, con l’ancor più ostica variabile rivista.

Poca metafisica e molta praticità, dunque. Un’ermeneutica ribassata in favore delle sottigliezze operative e delle articolazioni di filiera. Geometri e anatomisti più che uomini di lettere.
Fin da subito l’incontro ha maturato una gagliarda attitudine da officina all’aperto o, se si preferisce, da laboratorio in vetrina. Sono state percorse vie che poi si sono rivelate budelli senza fondo. Sono stati approntati marchingegni che non hanno retto al collaudo. Si è martellato e analizzato e scalpellato e questionato e temprato e sintetizzato e alla fine l’ora di tempo si è consumata: abbiamo gettato alla rinfusa gli attrezzi sul banco di lavoro e disertato la manifattura senza aver brevettato alcuna soluzione. 

Esito prevedibile, a dire il vero. Nessuno credeva che saremmo tornati a casa con una risposta ecumenica e pacificatrice. Il quesito è arduo e l’oracolo parla per enigmi. Tuttavia è interessante un sopralluogo in bottega per curiosare nella frantumaglia di schizzi e prototipi e carcasse abbandonata sul tavolo. Rappresenta lo stato delle cose. Testimonia di un tentativo confusionario e parziale (ma il disordine e l’incompletezza, temo, non appartengono tanto all’artigiano quanto alla materia da plasmare) che può servire da memoria critica o punto d’avvio di una seconda elaborazione.

Per facilitare il compito ho deciso di setacciare e riordinare i pezzi in quattro agglomerati il più possibile omogenei. Di seguito le etichette per contrassegnarli.

1.
Il racconto nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Un Socrate redivivo (Walter Benjamin era ancora a Portbou)  ci ha incalzato con un dilemma feroce: le riviste pubblicano i racconti perché noi li leggiamo oppure noi leggiamo i racconti perché le riviste li pubblicano? Trasfigurando l’antinomia in un rozzo linguaggio commerciale: nel settore dei racconti viene prima la domanda o l’offerta? Il consumatore di narrativa breve preesiste al florilegio delle riviste che dunque si applicano affinché i racconti godano di facile reperibilità e pandemica diffusione oppure si adegua alla circostanza bruta per cui i racconti godono di facile reperibilità e pandemica diffusione e dunque consegue al florilegio delle riviste?

Un’anima candida (eccomi) vorrebbe credere che il sentimento di devozione e affettuosità che prova davanti al racconto sia un patrimonio condiviso da tutti i lettori, e che dunque la prima soluzione sia quella vincente: le riviste pubblicano molti racconti perché i racconti sono desiderati e attesi. Un’anima più pragmatica o disillusa, al contrario, ribalterebbe il vincolo di causa ed effetto: poiché le riviste privilegiano la sveltezza di fruizione, la molteplicità di contenuti e articolisti, le diecimila battute secche e la cessione gratuita da parte degli autori, i racconti vengono pubblicati in quanto soddisfano questo acervo di condizioni.

La prima alternativa subordina la forma editoriale a una genuina spinta letteraria, la seconda imbriglia una differente spinta letteraria per adeguarla alle contingenze della forma editoriale. I riverberi di quest’ultimo scenario (ad ascoltare i suoi vati e i suoi apostoli) si propagano fino alle minuzie tipografiche o alle stime dei tempi di lettura: i racconti brevissimi, ad esempio, si avvantaggerebbero di una fertile nicchia ecologica in quanto non scassano le griglie d’impaginazione della maggior parte delle riviste e si piegano docili alle stime sulla quota massima d’attenzione di cui sarebbe capace il web. Ecco che il racconto lungo (il confine estremo delle 50 cartelle) trova il suo habitat invaso dalla gramigna e deperisce. Un’ambiguità cavillosa che noi, balbettanti Eutifroni, non siamo riusciti a illuminare meglio, né a derubricare al rango di falsa dicotomia, né tantomeno a scardinare.

2.
Dove si pompano i muscoli del romanziere

I racconti non sono gli attrezzi con i quali il futuro romanziere si modella il fisico. Le riviste non sono le palestre che allenano al superamento delle 250.000 battute. Entrambi rivendicano autonomia teleologica e dignità letteraria come forme e luoghi di scrittura. Se un aspirante culturista trascorre un anno con il bilanciere e il suo corpo non manifesta un incremento di turgore e potenza, l’esercizio può dichiararsi inutile perché la fatica del bodybuilding è strumentale al risultato (il bicipite gonfio e l’addominale scolpito). Il racconto e la rivista non servono alcuna finalità trascendente (il romanzo e il libro) e sono giustificati davanti a se stessi e ai lettori unicamente dalla loro qualità. La metafora della ginnastica in vista delle olimpiadi ha piedi d’argilla e frana al primo scossone. Chi si ostina a brandirla cova malafede o ignoranza o avvilimento.

In coda a questo assioma (e covando malafede o ignoranza o avvilimento) il sollevatore di pesi può sempre obiettare: «E allora per quale motivo la transizione da rivista a libro e da racconto a romanzo è sempre accolta – gli scrittori in prima fila – come crescita professionale e avanzamento di carriera? Per quale ragione il discorso nazionalpopolare è impostato in termini di gavetta e conquista e successo? Perché non vi potete nascondere il fatto che tutti iniziate da qui e con un massimale ridicolo (la rivista e il racconto) ma sperate di giungere il più velocemente possibile dall’altra parte con 400 kg di ghisa sulle spalle (la libreria e il romanzo)?»

3.
Labirinti, labirinti ovunque

Un cercatore di racconti s’avventura nel dedalo delle riviste. Esplora i siti online e le pubblicazioni di carta. Ne riemerge con la vista offuscata, la pazienza erosa, il disorientamento massimo. Troppi titoli, troppe parole, troppi scrittori. Meglio tornare in libreria. Quello è il regno del controllo editoriale, delle uscite centellinate, dei nomi altisonanti. (O perlomeno così narrano le leggende.) Entra. Ispeziona gli scaffali e il banco delle novità. Ne riemerge con la vista offuscata, la pazienza erosa, il disorientamento massimo. Troppi titoli, troppe parole, troppi scrittori. Meglio tornare a casa.

Sotto il profilo della trasparenza e del progetto architettonico entrambi i domini sono equiparabili al labirinto. Per comodità sintetizzerò con R quello delle riviste e con L quello delle librerie. Davanti a ciascuna delle due porte sarebbe confortante trovare Arianna.
Il libraio di L è un ottimo tessitore di fili e spesso evita agli incauti di perdersi, ma la sua autorità è limitata al perimetro del proprio negozio e comunque necessita a sua volta di una astrolabio e di una stella polare perché ogni nuova pubblicazione ha la facoltà di scompaginare il quadro meticoloso della sentieristica.
All’entrata di R, invece, non s’incontra nessuno con gomitoli tra le mani, e il cercatore di racconti ha l’obbligo di fabbricarsi un sapere e una competenza per vie euristiche: scoprendo, leggendo, valutando e selezionando. In questo modo arriverà a tracciare una mappa personale nella quale sono evidenziate le camere del tesoro a cui tornare con fiducia (le riviste preferite) e la dislocazione delle trappole mortali (le riviste scialbe o truffaldine).

Nello scandagliare R incontrerà ricchezze collaterali sotto forma di interviste a scrittori, recensioni di libri, approfondimenti monografici e dispute intorno alle categorie essenziali della letteratura, ovvero una segnaletica diffusa che concorre non soltanto a perfezionare la familiarità con R medesimo, ma anche ad abbozzare la carta planimetrica di L. Nella gerarchia incrociata dei labirinti la rivista pare dunque sovraordinata rispetto alla libreria: imparando a sgusciare tra i suoi anfratti il cercatore di racconti (amatore, critico, libraio) saprà essere Arianna per sé e per gli altri in R come in L.

4.
I consigli non hanno prezzo

Lo scrittore, postura malferma e occhi arrossati sopra il quaderno, si lagna: «Perché dovrei cedere gratuitamente il mio nuovo racconto alla rivista? Non sono forse le mie cinque pagine un’opera dell’intelletto che nella logica mercantilistica e liberale di cui il mondo va tanto fiero meriterebbe adeguato compenso? Perché il romanziere o il giornalista vengono retribuiti dall’editore che pubblica i loro scritti? Sto dissipando il mio genio e le mie fortune? Mi stanno derubando? Mi credono immeritevole di una ricompensa per il mio lavoro?» E via di questo passo.

L’egotico potrebbe rispondere: «La considerazione che hai del tuo racconto è un ottimo motivo per pubblicare gratuitamente sulla rivista. Diffonderai la tua scrittura e sarai letto e ammirato da un vasto pubblico.»

Il militante potrebbe rispondere: «La considerazione che hai della rivista è un ottimo motivo per pubblicare gratuitamente il tuo racconto. Contribuirai al prestigio della testata e  al rafforzamento di uno scenario culturale che abbisogna di infaticabile partecipazione.»

Il metafisico potrebbe rispondere: «La considerazione che hai della letteratura è un ottimo motivo per pubblicare gratuitamente il tuo racconto sulla rivista. Amplierai le possibilità del concetto e dettaglierai le sue estrinsecazioni formali nella misura in cui genererai l’ennesimo (ma non per questo meno prezioso) particolare concreto di un universale astratto. Roba grossa, insomma.»

L’opportunista potrebbe rispondere: «La considerazione che hai del pubblicare qualcosa su qualsiasi supporto a qualunque condizione è un ottimo motivo per pubblicare gratuitamente il tuo racconto sulla rivista. Allunga le mani, pianta bandiere, fatti vedere e occupa ogni spazio libero. Quando la borsa dei soldi si aprirà tu sarai già lì con le tasche spalancate.»

Il sollevatore di pesi potrebbe rispondere: «La considerazione che hai del racconto come allenamento e della rivista come palestra è un ottimo motivo per pubblicare gratuitamente. Se vuoi diventare un romanziere devi fare la gavetta, e la gavetta è sacrificio e annichilimento e zero spiccioli.»

Il fiscale potrebbe rispondere: «Niente, l’ora di tempo che avevate a disposizione è terminata. Lasciate gli attrezzi sul banco di lavoro e tanti saluti.»

Marco Marrucci

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