Bogotà39: un laboratorio della narrativa breve latinoamericana

Bogotà39, AA.VV.
(Edizioni Wordbridge, 2019)

d68bddac-e716-41df-83f9-2347e6051533Le raccolte di racconti di autori vari mi hanno sempre incuriosita e intimorita allo stesso tempo. È possibile trovare autori che ti lasciano senza fiato, quel tipo di sensazione di eccitazione nell’aver scoperto qualcosa di nuovo che nessuno conosce, e che vuoi improvvisamente condividere con tutti. Ma è altresì facile trovare pagine vuote, piene di parole ma senza contenuto, tanto che si può rimanere stupidi del fatto stesso che siano stati inseriti in una raccolta di racconti. Questo accade, a maggior ragione, quando la raccolta di racconti è molto estesa. Così, quando ho ricevuto Bogotà39, le mie sensazioni sono state contrastanti come al solito.

Bogotà39 è una raccolta di racconti di autori nati tra il 1978 e il 1988, tutti provenienti dall’America Latina. Sono scrittori giovani, talentuosi; sono trentanove racconti e l’intento è quello di celebrare la bellezza e la varietà stilistica della letteratura contemporanea in America Latina. Già solo queste poche informazioni, avevano acceso in me un brivido di emozione indescrivibile.

La raccolta va in crescendo, bisogna avere curiosità: è come un diesel. Il primo racconto – Notizie di seconda mano di Carlos Manuel Alvarez – non è la migliore introduzione che si potesse trovare per una raccolta che, a fine lettura, si è dimostrata essere brillante. Il racconto abbastanza scialbo, come scialbo è il protagonista, non riesce a smuovere l’interesse del lettore. Se si ha la pazienza di andare oltre, però, si possono incontrare delle vere perle – a partire già dal secondo racconto della raccolta, Così conobbi la neve di Frank Bàez, che risulta molto più godibile, principalmente per la scorrevolezza della prosa.

Ma la vera prima, autentica perla della raccolta è il terzo racconto: Forse un animale, di Natalia Borges Polesso. L’infinita malinconia e tristezza della vita della giovane protagonista colpiscono come uno schiaffo. Piano piano, pagina dopo pagina, viene dipinto un quadro tragico, senza sapere neanche bene cosa sia a renderlo tragico: sono tanti piccoli elementi messi insieme con precisione e puntualità, tutti singolarmente superabili ma che, insieme, formano un panorama desolante, descritto in uno stile così asciutto e neutrale da non lasciar spazio a nessuna incomprensione.

La raccolta procede tra alti e bassi: considerando la grandissima quantità di racconti contenuti, era impossibile aspettarsi qualcosa di omogeneo sempre. Un periodo senza cattive notizie, Tappo/1981, Un mondo organo, Fictio Legis e un Uomo sfortunato sono, a mio dire, le colonne portanti di questa raccolta, ma non credo sia utile fare una descrizione solo dei racconti che ho apprezzato di più.

Nel complesso Bogotà39 ha il vantaggio di offrire una quantità spropositata di generi di lettura: il noir, alcuni accenni al poliziesco, ma soprattutto nuove declinazioni possibili del realismo magico sono solo alcuni degli stili che si possono individuare nella raccolta.

Questo dimostra, e conferma a me personalmente, che il racconto non può più essere considerato come il banco di prova per chi vuole approcciarsi al romanzo. Il racconto ha la sua dignità singolare e le sue difficoltà peculiari: sono dei mondi minuscoli, reali perché necessitano di essere concreti il prima possibile, che si concedono molto meno spazio per la casualità. Ecco perché è più difficile creare una buona raccolta di racconti che possa mantenere sempre lo stesso livello qualitativo lungo tutta l’opera: è complesso, le dinamiche sono troppe per poterle controllare tutte. Bogotà39 è un ottimo esempio di come creare un laboratorio narrativo attraverso il racconto breve. E anche un gran modo per celebrare l’America Latina.

Clelia Attanasio

 

*L’immagine di copertina è il Murale “Sueño de una tarde Dominical en la Alameda Central” dell’artista Diego Rivera.

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