L’impossibile dialogo tra Hannah Arendt e Adolf Eichmann

Eichmann – Dove scende la notte, Stefano Massini
(Fandango, 2020)

CopertinaChi mi conosce sa quanto mi stia a cuore il tema della Shoah, con le sue implicazioni filosofiche e morali. Per questo, quando ho saputo che c’era la possibilità di recensire Eichmann – Dove scende la notte mi sono dimostrato subito entusiasta e interessato. L’autore, Stefano Massini, è un volto noto della tv: chi ha guardato almeno una volta il programma di dibattito politico Piazza Pulita si sarà sicuramente imbattuto in uno dei suoi monologhi, un momento di riflessione su un episodio della storia, sulla psicologia umana, o su eventi che hanno segnato il percorso del genere umano. Aggiungendo, poi, che lo stesso Massini è una personalità artistica che durante gli anni si è sempre spesa molto riguardo all’argomento del genocidio e del Male (con racconti, libri, eventi, progetti), ho pensato di andare sul sicuro, di godermi e arricchirmi con quello che doveva essere un atto unico che inscena un ipotetico dialogo tra il gerarca nazista Adolf Eichmann e la giornalista Hannah Arendt, una variazione sul tema del capolavoro di quest’ultima, La banalità del male. Purtoppo, mi sbagliavo alla grande.

Si alza il sipario, la notte viene squarciata da una luce accesa in una stanza. In questa stanza c’è un tavolo e, a questo tavolo, esattamente opposti uno di fronte all’altro, siedono Hannah Arendt, filosofa e giornalista tedesca, e Adolf Eichmann, vertice della macchina burocratica nazista che si occupava di eliminare gli ebrei dai territori di conquista tedesca. Quest’ultimo è stato arrestato in Argentina, e ora attende il processo: anno 1961, Gerusalemme, capitale del neonato Stato d’Israele. Qui inizia il confronto tra i due, tra due personalità diverse, tra due poli: donna e uomo, cittadina libera e prigioniero, individuo orientato verso il bene ed emissario del Male. Entrambi, però, pensatori, anzi, architetti del pensiero: Arendt con i suoi libri, Eichmann con la logistica di un genocidio. In qualche modo, quindi, queste due persone sono simili tra loro.

Avevo promesso alla redazione di questo blog una recensione ricca e completa. La quale, mi accorgo ora, sta diventando abbastanza complessa da scrivere, visto il libro. Sì, perché Eichmann – Dove scende la notte è un lavoro vuoto, un raccoglitore di briciole di un discorso già affrontato altrove, nello specifico nelle pubblicazioni sulla Shoah che sono diventate capisaldo della questione. In particolare, ovviamente, ne La banalità del male, che fa da impietoso sfondo al dialogo, e che non trova un travaso efficace né giusto nelle idee di Massini. Il confronto tra i due personaggi è un confronto sconclusionato:  non perché non abbia una direzione, ma perché si smarrisce nel percorrerla. Non si ha mai davvero l’impressione di essere arrivati a qualche nocciolo, a qualche punto d’articolazione profonda di tutto quel sistema morale e filosofico con cui, già dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il binomio nazismo/Shoah sfida qualsiasi logica di pensiero e qualsiasi tentativo di coglierne l’asintotica verità (quanti testimoni, pensatori, intellettuali ci hanno provato, oltre alla Arendt: Primo Levi, Jorge Semprùn, Hans Jonas, Jean Améry, Edith Bruck, e un’infinità ancora…).

La mancanza di sostanza trapela anche dal meccanismo del confronto, del dialogo. Se da un lato la voce di Eichmann si inserisce in modo interessante, dando la possibilità di comporre un ritratto del nazista a grandi linee completo e banalmente umano, dall’altro il carattere (e la caratterizzazione) dell’avversaria risulta inconsistente, a tratti addirittura insulso, e frustra l’intero movimento dialogico, diventando una mera eco, un ritornello delle parole di Eichmann. Il pesonaggio della Arendt si pone sempre in modo eccessivamente lapidario, stizzito, rimbalzando il turno, non rilanciando con contenuti. È come assistere a una finale di tennis, mettiamo Wimbledon, tra due assoluti campioni: mentre il primo si spende in ottimi servizi e risposte efficaci, il secondo, ad ogni colpo, puntualmente e inspiegabilmente ribatte a rete. Ne deriva una partita – e un dialogo – noiosi, senza sostanza, e deludenti. Eichmann e Arendt, parlando dei suoi risultati circa l’esilio di ebrei dai territori nazisti:

«EICHMANN
[…] Dicevo, “se li stupisco più di tutti, non potranno scordarlo”

HANNAH
E li stupì?

EICHMANN
Feci in otto mesi a Vienna più del doppio di quanto faceva Berlino.

HANNAH
Impressionante.

EICHMANN
Ne buttammo fuori 45.000 contro 19.000.

HANNAH
Addirittura.»

Qualcuno, a sua volta, potrebbe non essere d’accordo, e farmi presente che la quasi totale piattezza della parte contro-nazista è consciamente voluta, al fine di mettere in risalto i follemente comunissimi ragionamenti di Eichmann, la sua psicologia, la sua interiorità come uomo nazista prima e come rappresentate di un male assoluto poi. Risponderei che è una suggestione ingannevole: dall’altro lato del tavolo non c’è una giornalista o un avvocato qualcunque, ma Hannah Arendt, ovvero una personalità che, con il suo reportage, ha dato una svolta al discorso sull’Olocausto, sul nazismo e sul Male, in modo eccelso e impareggiabile. Non è un caso, appunto, che la formula di banalità del Male sia diventata proverbiale, un’illuminazione geniale di un’efficacia irripetibile. Quindi no, che Hannah Arendt non sia stata utilizzata da Massini come merita è un errore e non un dispositivo narrativo.

In conclusione, una suggestione. Forse, il problema di Eichmann – Dove scende la notte sta a monte, nell’idea stessa. Un dialogo tra Hannah Arendt e Adolf Eichmann è semplicemente impossibile. Al di là della diametralmente opposta mentalità, della differenza nell’uso dell’intelletto, e di tutto quello che appartiene alla sfera ideologica e morale. La Arendt e Eichmann non possono dialogare perché non lo hanno mai fatto. Durante il processo, la giornalista si trova nei posti riservati alla stampa e non parla, ma riporta per iscritto; il nazista siede dietro una teca di vetro antiproiettile, e parla per difendersi, smentire e confessare, e lo fa diretto agli avvocati, ai giudici o alla corte. Chi cerca di capire il Male, o la sua banalità, non si rivolge direttamente ad esso, non lo guarda né ci parla, ma lo studia e lo osserva da una prospettiva più deviata, che lascia spazio all’elaborazione e alla riflessione. Si pensi anche a Primo Levi che, in Se questo è un uomo, non riesce a descrivere a parole lo sguardo con cui uno scienziato nazista lo osserva: «E se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania». Purtoppo, dal canto suo, Eichmann – Dove scende la notte non solo non ha il carattere di proporre una prospettiva personale sul tema, ma nemmeno riesce a sembrare un libro interessante.

Michele Maestroni

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