Judith Schalansky e le cose perdute

Inventario di alcune cose perdute, Judith Schalansky
(Nottetempo, 2020 – trad. di F. Pantanella)

inventario-di-alcune-cose-perdute-d589In un tempo in cui gli strumenti narrativi prosperano (film, serie tv, fumetti, social, ecc.), e oltre a essere tanti sono anche incredibilmente efficaci, non è banale chiedersi, l’istante prima di mettere le dita sul computer, perché abbiamo deciso di raccontare la storia che abbiamo in testa con la forma del romanzo. Perché proprio il romanzo? A voler essere intellettualmente onesti dovremmo chiedercelo ogni volta che ci mettiamo a scrivere, spazzando via i preconcetti: quali sono le specifiche del libro, quali sono i caratteri che lo rendono autonomo e a suo modo essenziale rispetto agli altri strumenti?

Forse è vero quello che diceva Saramago, che il romanzo è destinato a essere ciò che in buona parte è sempre stato: l’intrattenimento di una minoranza. Allora la domanda diventa anche futile: perché in fondo ci basta continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto, imparare dai maestri e cercare di avvicinarci alla loro grandezza. Che già questo non è facile. Dobbiamo mirare a sfornare le Recherche dei nostri tempi per nutrire quei due o tre palati sopraffini che non le troveranno indigeste – e se il mondo della letteratura diventerà come quello dell’arte, un sistema composto da un mucchietto di opere incomprensibili al novanta percento delle persone, tutto sommato non importa, ciò che conta è che l’altro dieci percento garantisca a gran voce che ci sappiamo fare.

Oppure possiamo assumere una posizione opposta, più ottimista, volendo più utopica: convincerci cioè che il romanzo debba rinnovarsi, cercare di adeguarsi ai tempi, diventare uno strumento potente al livello di una buona serie tv; svenduto, smerciato, sfogliato ovunque, letto a ogni livello, dai più poveri e dai più ricchi, dai più colti e dai più ignoranti. Questo naturalmente implica un ulteriore giro di boa, la necessità di capire non solo come scrivere un ottimo romanzo, ma anche come scrivere un romanzo che sia in grado di sgomitare tra gli altri strumenti di narrazione uscendone indenne. Che sia in grado di tenere testa al Trono di spade o al feed di Instagram in termini di ore di sonno rubate ai fruitori.

Non è importante quale delle due linee vi sembri più condivisibile, e in questo articolo non mi ergerò a dichiarare il vincitore. È una questione difficile che non ho gli strumenti per risolvere da solo in così poche battute. Quello che posso fare è prendere in considerazione l’esempio di chi ci ha provato, a fare qualcosa di nuovo. A costruire un oggetto-libro atipico. E vedere com’è andata. Giusto per capire di cosa stiamo parlando: forse finora avete sentito parlare di Casa di foglie di Mark Danielewski, di Le mappe dei miei sogni di Reif Larsen, di La nave di Teseo di J. J. Abrams, o del Tree of codes di Jonathan Safran Foer. Magari avete sentito parlare anche di Judith Schalansky.

Schalansky è una designer e ha scritto una manciata di libri uno più strano dell’altro, tra cui un saggio sui caratteri gotici, un romanzo dal titolo bellissimo – Lo splendore casuale delle meduse – e un atlante di isole che non compaiono su Google Maps. L’ultima sua opera arrivata in Italia si chiama Inventario di alcune cose perdute, ed è una via di mezzo tra un memoir, un saggio e un catalogo: racconta dodici oggetti (o animali, edifici, testi letterari, eccetera) che il corso della storia ha cancellato del tutto o quasi, come la tigre del Caspio o i carmi d’amore di Saffo. Un inventario, appunto. Di cose scomparse.

Certe volte sembra il diario di una ricerca. Schalansky racconta di settimane passate in luoghi inospitali, impegnata a seguire tracce e a collezionare resoconti. Altre volte invece la narrazione scivola in terza persona, ci immerge ai tempi delle lotte tra le popolazioni delle isole di Mangaia e Tuanaki, o nella vita di Giovanni Battista Piranesi: lo scenario diventa inusuale, il tono si fa più mitico, da narrativa pura. L’elemento che cuce tutto sono gli inserti grafici – lo dice l’autrice stessa: una delle sue manie è curare attentamente l’aspetto visivo dei libri che scrive. In questo caso ogni capitolo è introdotto da una foto o da un’illustrazione, una traccia di quella cosa perduta che insieme a Schalansky ci siamo messi a cercare.

Tutto molto bello. Dopo aver letto però tiro le somme e mi viene da dire che l’esperimento non è riuscito. I capitoli sono disomogenei, ai limiti del disordine, più che un inventario sembrano un mucchio di appunti non ancora catalogati. L’aggettivazione abbonda anche quando non è necessaria, appesantendo non pochi passaggi che avrebbero meritato più speditezza, e spesso abbiamo la fastidiosa impressione che la designer stia solo giocando a fare la scrittrice. In altre parole, è come se Judith Schalansky abbia avuto un’ottima idea che non aveva gli strumenti per realizzare: e il risultato è un libro molto utile come argomento di conversazione alle cene con gli amici ma che leggi solo a spizzichi e bocconi per poi metterlo da parte.

Volendo tornare alla questione iniziale, allora, sulla possibilità di fare libri diversi, concluderei che sì, se decidiamo che il nostro obiettivo è rinnovare l’oggetto-libro abbiamo parecchi strumenti su cui fare leva. Intanto possiamo stravolgere l’idea stessa del romanzo e iniziare a pensare in termini di contaminazione: come succede in questo inventario, che pur non avendo alcun esplicito intento narrativo si porta dietro una quantità di storie pari a quelle che trovate in un paio di stagioni di Black Mirror. Questo non ci esime però dal dovere di seguire le regole classiche di ogni storia efficace. Quanto sarebbe stato più bello questo libro se tra un oggetto scomparso e l’altro avessimo potuto intravedere l’evoluzione drammaturgica di una Judith Schalansky alla perenne ricerca di ciò che è scomparso dentro di lei?

Pierpaolo Moscatello

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