Ogni biblioteca è un paesaggio mentale

Come ordinare una biblioteca, Roberto Calasso
(Adelphi, 2020)

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Pagherei un biglietto per visitare la biblioteca di Calasso – anche solo un tour virtuale. Calasso che in queste pagine, pur di consueta cultura e spessore intellettuale, ci appare non tanto come colonna della storia dell’editoria italiana o come il saggista che conosciamo, bensì nelle vesti di bibliofilo. Certo un bibliofilo abbiente e di raffinata estrosità – che si aggiudica preziosi libri all’asta, che conserva cimeli da museo come la Lettera 22 di Brodskij –, ma al nocciolo un bibliofilo come tutti, come noi. Con aneddoti da raccontare, con una personale, rigorosa liturgia di usanze e protocolli da seguire nel proprio rapporto con i libri.

Come ordinare una biblioteca è una raccolta di quattro pezzi: rispettivamente due saggi brevi, un articolo e un discorso (questi ultimi già apparsi sul «Corriere della Sera»).
Il primo, che rappresenta circa la metà del libro, è quello che dà il titolo all’opera, ed è a mio parere il più interessante. Accordando avventure private e singolari episodi di altri illustri bibliofili, che s’alternano come tasselli in un ordine pindarico, Calasso compone un mosaico, non senza sprazzi d’ironia, sull’ardore di collezionare, custodire, trattare i libri, di instaurare con essi vere e proprie relazioni di passione.

Ci racconta di quella volta in una bottega di libri usati sul Lungosenna, quando ha trovato un raro estratto, per di più autografo, di Sigmund Freud, che il librario non gli ha fatto neppure pagare. E ancora leggiamo del suo incontro con Jacub Taubes in una casa vuota e disadorna, o della sua prima scoperta dei libri osservando gli in-folio cinquecenteschi nella biblioteca paterna; di Aldo Manuzio che dà inizio, a Venezia, alla professione dell’editore; di Borges che prende appunti sui risguardi di un libro di Robert Eisler; e di svariate altre estrosità bibliofile (ad esempio di come sbarazzarsi con stile dei libri brutti così da non riporli criminosamente nella propria biblioteca).

Il secondo saggio, Gli anni delle riviste, ha per oggetto specifico la rivista «Commerce», diretta e fondata, tra gli altri, da Paul Valéry. Con un lavoro di ricerca approfondito e dovizioso, Calasso ricostruisce le dinamiche interne e gli intenti programmatici di questo gruppo d’intellettuali che realizzò un progetto straordinario. Tra le righe si può leggere una riflessione su quale utilità possa giustificare la nascita e l’esistenza di una rivista letteraria: tra tutte, «moltiplicare e complicare i significati». Oppure, riportando le parole di Cyril Connolly, «una buona rivista tiene insieme gli scrittori, anche i più isolati, e li mette nella posizione di influenzare il loro tempo».

Calasso, c’è da dire, parla delle riviste letterarie come un animale estinto. Gli anni delle riviste sostiene essere terminati alla metà del secolo scorso, per l’affievolirsi dell’attrazione per il nuovo. In realtà sono cambiate le modalità del fare e gli strumenti del diffondere una rivista; sicuramente oggi non hanno lo stesso posto di prestigio e autorevolezza che avevano allora (e il discorso di un editore quale Calasso dimostra come molto spesso non siano tenute in conto); ma le riviste letterarie ci sono ancora, e anche tante (per fortuna o purtroppo che si voglia). E da qui si potrebbe aprire un discorso molto interessante, se privo di ogni intento polemico.

A proposito di questi due saggi/capitoli, occorre dire che non sempre i riferimenti di Calasso sono facili da cogliere, e per questo facili da apprezzare. I lunghi aneddoti sulla London Library, su Gabriel Naudé, su Aby Warburg, su «Commerce», richiedono una certa conoscenza pregressa, e sicuramente un interesse precipuo, perché possano risultare davvero intriganti e comprensibili in tutti i particolari forniti.
La tendenza generale dell’opera è infatti di trattare gli argomenti senza una contestualizzazione di eventi e protagonisti, col rischio per chi legge di farsi superare dalla narrazione, e restarne dietro.
Non lo intendo un demerito: la sterminata cultura di Calasso innegabilmente abbacina e seduce. Mi preme piuttosto dirlo come avvertenza al futuro lettore.

Il terzo capitolo dell’opera, Nascita della recensione, è un breve articolo in cui si illustra il primo caso in cui qualcuno ha ben pensato di pubblicare un commento ad un’opera letteraria. Era il 9 marzo del 1665 e Madame de Sablé scrisse per il «Journal des Savants» una recensione alle Maximes di La Rochefoucauld. La cosa curiosa è che la prima recensione della storia fu il frutto della collaborazione tra il recensore e l’autore recensito. Madame de Sablé era amica di La Rochefoucauld, al quale sottopose in revisione il pezzo prima d’essere pubblicato. Un favore, potremmo definirlo; una modalità che avrebbe fatto scuola.

L’ultimo capitolo, Come ordinare una libreria, è un breve discorso tenuto da Calasso nel 2019 alla Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri. Il tema è la digitalizzazione del libro – l’ebook da una parte e l’e-commerce dall’altra – e come questo ha cambiato il modo di scrivere, promuovere, vendere e intendere i libri. Calasso non si dilunga molto su questo argomento piuttosto interessante. Si limita a sostenere che gli scrittori sono diventati produttori di contenuti, e la letteratura del nuovo millennio si fa di corto respiro. Il tutto produce nuove sfide per i librai, che devono nel loro piccolo fa fronte a questa tendenza quando si trovano a organizzare i propri spazi, e che soprattutto devono resistere a una grande minaccia: l’«invasione quotidiana di nuovi titoli».
Calasso è qui prodigo di consigli, e illustra quella che ritiene la giusta fisiologia di una libreria. Ma la definizione di libreria ideale la troviamo nel primo capitolo: «La libreria ideale è quella dove ogni volta si compra almeno un libro – e molto spesso non quello (o non solo quello) che si intendeva comprare».

E la biblioteca invece? Per Aby Warburg, la biblioteca perfetta è quella in cui si finisce per prendere il libro accanto a quello che si stava cercando. Ma non esistono, secondo Calasso, regole precise da seguire: ogni biblioteca è il «paesaggio mentale» del suo possessore. Per questo il suo ordinamento «non troverà mai – anzi non dovrebbe trovare mai – una soluzione».

Giuseppe Rizzi

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